Un futuro per le scienze agrarie?

(articolo pubblicato anche su Prometeus Magazine)

 

Quando iniziai a studiare biotecnologie qualche anno fa, sapevo in fondo a che cosa andavo incontro. Già erano tante le persone che mi dicevano che il ricercatore è sottopagato, che non conviene, che il sistema universitario non è meritocratico, ecc. Di certo non il modo migliore per invitare un giovane “maturato” a entrare in un simile settore. Della serie:

“se puoi, stacci lontano”.

Eppure, allo stesso modo di tanti altri, col tempo mi sono sempre più convinto della mia scelta.

Perchè in fondo, parlare di scienza, fare ricerca, scoprire cose nuove e cercare soluzioni per i problemi è qualcosa che mi ha sempre attirato.

Già, soluzioni. A tutti interessa certamente “portare a casa la pagnotta”, ma in ognuno di noi (o almeno molti di noi) c’è un desiderio quasi innato; il “bisogno”, dettato dalla passione per la scienza, di voler dare il proprio contributo, di mettersi al servizio di una causa, di spendere tempo, energie e, se serve, anche soldi, per qualcosa di grande. Qualcosa per cui, arrivati in fondo o metà (o anche molto meno) ci si può girare e dire:

Questo sono riuscito a farlo io. Questo è merito anche mio. E può aiutare qualcuno; che sia oggi, domani o fra dieci anni.

Tutto questo avviene anche perchè uno, a fronte di sacrifici e rinunce, è incentivato a continuare puntando a questi obiettivi, ricercando queste soluzioni.

Quando però si parla di biotecnologie agrarie e ambientali, e quindi di OGM, si entra in una dimensione quasi infernale, che appare, al momento, senza via di uscita, nonostante si tratti di un settore che fino a una decina di anni fa era forte: l’Italia, infatti, poteva vantare numerosi progetti di ricerca e nuovi prodotti di interesse per l’agricoltura italiana erano sotto studio.

Poi sono arrivate le proteste, le campagne “informative” di Coop e Coldiretti, le moratorie e le Task-Force, le prime devastazioni dei campi e il settore si è (nemmeno troppo) lentamente inabissato.

Iniziavano a venir meno non solo le garanzie di un lavoro stabile e “normopagato”, ma anche le possibili applicazioni e gli sbocchi lavorativi per i laureati. Molti sono fuggiti all’estero, altri hanno cercato di continuare a lottare sperando che, col tempo, col cambio di Governo, con l’entrata di nuovi partiti, le cose sarebbero potute cambiare.

Le cose non sono cambiate, anzi. Si sono tremendamente fossilizzate. Ne sono esempi cristallini la distruzione dei campi sperimentali di ricerca pubblica l’anno scorso e l’invocazione delle clausola di salvaguardia contro gli OGM approvata giusto ieri, senza nemmeno una voce contraria.

E quindi chi dieci anni fa faceva ricerca sugli OGM per poter salvare il pomodoro San Marzano da un virus che lo stava facendo scomparire ora non c’è più. Chi era interessato a studiare le allergie alimentari per sviluppare prodotti OGM privi di allergeni, ha cambiato ramo.

Ovvero chi già lavorava nel campo ha dovuto mettere nel cassetto le speranze di poter aiutare la propria agricoltura e il proprio Paese, limitandosi a studiare le cose quasi per diletto, sapendo che non potranno avere alcuna applicazione qui in Italia.

E chi si appresta ora a finire i suoi studi? E chi deve ancora iniziare questo tipo di studi?

Chi sta per finire se può scappa. E chi non ha ancora iniziato cerca proprio di girare al largo. E chi non lo farebbe?

Chi può essere invogliato ad entrare in un ramo, quello della ricerca, già affossato così pesantemente negli anni?

Perché anche solo pensare di fare biotecnologie agrarie, sapendo che per una vita intera si sarà sottopagati, si sarà identificati con il demonio venduto alle multinazionali, si sarà visti come nemico del proprio Paese, della propria agricoltura e, senza nemmeno poter sperimentare in campo, non si potrà mai far uscire dai laboratori qualcosa anche se potenzialmente utile?

Stiamo distruggendo il presente e il futuro delle biotecnologie agrarie in Italia: il futuro dei centri di eccellenza, dei dipartimenti universitari, dei ricercatori, degli studenti che si apprestano a finire questi studi è terribilmente a rischio e questa cieca e pregiudiziale opposizione non può che far drasticamente crollare anche il numero di ragazzi che nei prossimi anni inizierà questo ramo di studi.

Stiamo, in altre parole, distruggendo il futuro della cultura scientifica, della scienza e della tecnologia in agricoltura in Italia. 

Nonostante questo, però, io non mi arrendo. E voi?

  • Federico Baglioni

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