Attenti a leggere le ricerche

Una ricerca non è automaticamente scienza, bisogna prima saperla condurre e soprattutto analizzare; la teoria deve essere solida quando si confrontano i cosiddetti “big data”.
Su PubMed trovate per esempio gli studi del figlio di Di Bella che dimostrerebbero l’efficacia del metodo omonimo, pieni zeppi però di errori anche solo formali – che solo i siti web alternativi prendono sul serio. Se lo stesso Di Bella dovesse poi fare costante riferimento al megacongresso oncologico in Cina o alla pubblicazione sulla superrivista oncologica che gli danno ragione, vi invito a leggere la storia del professor Massimo Della Serietà con i suoi cetrioli, su MedBunker.
L’esempio più famoso di correlazione forzata è quella del consumo di latte che causerebbe l’osteoporosi, perché nei paesi nordici entrambi i fattori sono alti.
Peccato che:
– nei paesi nordici sono basse anche l’esposizione solare (che riduce la sintesi di vitamina D importante per l’integrità ossea) e l’attività fisica dei soggetti degli studi;
– in altri paesi mediterranei con alto consumo di latticini, l’incidenza di osteoporosi è più bassa (es. la Francia).

“Correlation is not causation” come si suol dire. L’immagine qui sotto vi può illustrare il perché bisogna fare molta attenzione nell’associare cause ed effetti.

In senso lato si potrebbe parlare fra parentesi anche delle ricerche che dimostrano che la sostanza X uccide le cellule tumorali, ma anche il petrolio o uno sparo nella piastra le uccidono, nonostante ogni 2×3 i giornalisti proclamino la scoperta della cura per il cancro e i social media impongano di diffondere la “fantastica notizia” prima che vengano censurate dai poteri forti (le più recenti? La dott.ssa Benetti o i ricercatori di Urbino, che hanno naturalmente smentito i proclami entusiastici dei media). Ma rimaniamo nell’esempio alimentare appena fatto.
A volte si commettono semplici errori di traduzione: si riportano ricerche che affermerebbero, per esempio, che il latte causi l’osteoporosi, ma in realtà le stesse nelle conclusioni dicono che non c’è evidenza che il latte sia poi così protettivo nei confronti della malattia (cosa un attimino diversa, e che comunque dipende anche dai due fattori di sopra).
Il modello avanzato dai contestatori per spiegare il legame fra latte e osteoporosi è tutto sommato biochimicamente plausibile: le proteine solforose contenute nel latte per poter essere smaltite coinvolgerebbero un meccanismo che depleterebbe le riserve di calcio a causa dell’acidificazione del sangue, da tamponare con i minerali ossei. La prova, a detta loro, consisterebbe nella maggiore quantità di calcio riscontrata nelle urine.

In realtà però la quantità di tali proteine nel latte è limitata (ne sono presenti in quantità ben maggiore in fonti proposte come alternative, come la soia), i meccanismi tampone del sangue seguono scalette che slegano i solfati dalla perdita di calcio osseo e le proteine svolgono anche funzioni protettive di cui tenere conto nel computo totale (aumentano l’assorbimento intestinale del calcio, il vero motivo per una eventuale alta calciuria urinaria, e favoriscono la sintesi di molecole utili per la manutenzione ossea).
Ciò ci porta ad un altro errore nelle valutazioni degli studi: confondere gli eccessi, le situazioni eccezionali, con la norma.
È evidente che bere troppo latte, o anche squilibrare troppo la dieta sul consumo di carne, può dare effetti negativi. Ma l’abuso vale anche per le diete alternative. Potrei farvi venire una mezza paranoia illustrandovi numerosi composti prodotti dalle piante (solitamente per “difendersi”) che potrebbero darci problemi in seguito ad ingestione, dei quali i più leggeri possono essere coliti fulminanti, favismo o gozzo. Persino delle blande patate, se consumate in certe condizioni, danno problemi anche gravi per la solanina; diversi tannini possono inibire vitamine e sali minerali (mentre altri hanno anche effetti positivi); i latirogeni possono avere effetti molto poco simpatici sul sistema nervoso; gli ossalati delle brassicacee possono persino dare problemi di calcoli e osteoporosi in quantità eccessive. Vi risparmio la tossicologia degli alimenti per dire semplicemente che è facile trovare effetti negativi in molti prodotti e sostanze.
Ciò ci conduce anche al terrorismo alimentare che ha toccato molte sostanze, come l’aspartame o il fruttosio, accusate di provocare cancro, leucemia, calvizie, impotenza e di far piovere. Come già probabilmente avrete letto su Le Scienze nel blog di Dario Bressanini, si tratta di pretese come minimo esagerate se non del tutto fallaci (assieme a quella che fa distinzione fra sostanze “chimiche” o “naturali”). Esse si originano proprio da errori metodologici negli studi tirati in ballo, che magari fanno assumere a cavie di laboratorio dosi abnormi di un composto, osservandone un effetto tossico e concludendo “fanno male” (ma dai?). Come disse Paracelso, la dose fa il veleno, qualunque sostanza in quantità eccessive può causare problemi, persino l’acqua (si possono bere 8 litri in un’ora e avere un collasso). Quando si parla di effetti tossici, bisognerebbe prima avere in mente concetti come le dosi letali per il 50% delle cavie nel campione, il livello massimo assunto entro il quale non si verificano effetti o le quantità in microgrammi o in parti per mole (LD50, NOEL, ppm ecc.).
Bisognerebbe anche tener conto degli studi successivi che meglio indagano e chiarificano un presupposto, soprattutto quando lo studio iniziale esprime cautela col classico “further research is required” ma il giornalista disattento o il ciarlatano in malafede fanno diventare il tutto come una dimostrazione completa e integrale per demonizzare un alimento in generale.
By the way, è formalmente scorretto associare un effetto ad un cibo, piuttosto che ad una sostanza contenuta nel cibo. Più che accusare le carni di per loro di favorire l’insorgenza di tumori o altro, sarebbe decisamente più corretto riferirsi per esempio all’uso di nitriti come conservanti, o all’eccesso di grassi che può provocare obesità, o agli inquinanti volontari o meno (esempi in generale, diossina nei polli, mercurio nel pesce, antibiotici/ormoni negli allevamenti intensivi ecc.).
Ancora una volta, ciò vale anche per le proposte alternative: un succoso pompelmo maturo o della bella insalata verdissima possono sembrare invitanti, ma se i coltivatori hanno usato pesticidi o fertilizzanti poco simpatici cambierete idea dopo il primo boccone.
È scorretto associare ad un cibo anche perché non è detto che l’effetto dannoso possa essere dovuto alla mera presenza di un alimento, ma anche alla quantità sproporzionata, alla sinergia con altre sostanze da non mescolare o alla riduzione di altri cibi.
Le diete “alcaline” vengono ritenute salutari per via dei supposti effetti sul pH, ma in realtà si tratta di una bufala e gli eventuali effetti benefici sono da amputare alla dieta ricca di frutta fresca, vegetali puliti e alla maggiore attenzione per la propria salute.
Allo stesso tempo, un Homer Simpson che mangia solo costolette di maiale e ciambelle, avrà problemi di salute contemporaneamente per l’eccesso di un tipo di alimento e la carenza di fruttame e verdurame vario.
Esistono studi che mostrano come coorti di consumatori di diete vegetariane campino più di coorti con onnivori. Ma sbirciando nei metodi di campionamento si scopre che i vegetariani spesso hanno una dieta variegata, equilibrata ed uno stile di vita salutare, mentre gli ornivori spesso prestavano poca attenzione nella dieta, praticavano poca attività fisica, mangiavano poca o nulla frutta e magari erano fumatori.
Il fatto che una dieta vegetariana possa essere ben salutare non vuol dire che allora una non vegetariana faccia male, è un salto logico abbastanza gratuito.
Non mangiare frutta e verdura può dare problemi, non l’inserire della carne in una dieta bilanciata.
Spesso poi gli studi fanno riferimenti molto specifici, tipo “carni rosse processate” e/o “ricche di grassi trans”, che è diverso dal parlare della carne in generale.
La nutrizione è molto legata alla sfera individuale e non si può generalizzare. Potremmo tirare fuori una dieta vegetariana o vegana carente come che provochi obesità. Lo stesso vale col consumo di carne, ovviamente.
Il faziosismo, da entrambe le parti, e gli schieramenti fra tifoserie che ne fanno questione ideologica, non giovano al dibattito scientifico.

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