Come NON leggere una ricerca scientifica, parte 1 – Un’introduzione

 

Chi ci legge in genere commenta i fatti pseudoscientifici facendo riferimento alla non conoscenza degli argomenti scientifici.

“Ah, se solo studiassero o sapessero le cose…” (generando anche un problema nella divulgazione: un conto è spiegare ad accademici o studenti, un altro a non accademici, e bisogna cercare di scendere dalla cattedra per poter essere compresi, evitando di fare “lezioni” ampollose e imparando ad essere chiari).

Ma contrariamente a quel che si potrebbe pensare, molte delle controversie, dei proclami degli alternativi e delle affermazioni parascientifiche non nascono perché ci si inventano le cose ignorando la scienza e le scoperte empiriche.

Non sono tutte il frutto, tirato fuori dal nulla, delle elucubrazioni di sedicenti giornalisti convinti che le scie degli aerei servano a causare terremoti, di pseudoinventori strani che denunciano ai carabinieri la lobby degli ingegneri, di politicanti convinti che i vaccini causino l’omosessualità o di docenti di psicologia della persuasione che asserirebbero di poter guarire malattie rare senza uno straccio di documentazione a supporto.

Anzi, spesso molte affermazioni vengono giustificate proprio, a detta degli alternativi, con la scienza stessa e trovano la loro diffusione a partire da alcuni contenuti dei canali scientifici. Esistono siti della cosiddetta controinformazione che riportano stuole di riferimenti bibliografici alle loro affermazioni.
Cosa vuol dire questo e come sarebbe possibile tutto ciò?

I motivi sono vari e hanno a che fare generalmente sia con la malafede, sia con l’ingenuità o il pressapochismo.

Riguardo la malafede, molti di voi avranno a questo punto già intuito che una delle cause è quando uno studio si rivela una truffa [1] oppure è l’ente che incensa il ciarlatano ad essere truffaldino [2] [3].

Difatti, diversi sostenitori delle teorie alternative legittimano i loro proclami facendo riferimento proprio a queste pubblicazioni, che si rivelano in seguito esser state bugiarde – hanno mentito.
Ma, obietterete voi, si tratta di singoli e isolati truffatori che falsificano i propri dati o pagano per ricevere la certifica dal misconosciuto ente pseudoscientifico. Una volta scoperti, il loro castello di carte crolla, gli studi vengono ritirati dalle riviste scientifiche e bisogna lasciare solo chi si è sottoposto ad una verifica trasparente.
Sì e no.

Nel senso, non basta che i dati siano quelli veri, perché si può dire tutto e il contrario di tutto ANCHE presentando i dati nudi e crudi, a seconda di quanto uno sia superficiale o rigoroso nel trattarli.
Innanzitutto una ricerca non è automaticamente scienza, bisogna prima saperla condurre e soprattutto analizzare; la teoria deve essere solida quando si confrontano i cosiddetti “big data”.

Facciamo prima un esempio breve in generale.
Sul “famigerato” PubMed trovate per esempio gli studi del figlio di Di Bella che dimostrerebbero l’efficacia del metodo anticancro omonimo alternativo alle terapie oncologiche.
L’ultimo per esempio è questo[4], risalente all’appena trascorso inverno. Oltre al fatto che viene pubblicato su di una rivista di basso profilo (non viene presa come riferimento da nessuno, ha cioè un valore bassissimo del cosiddetto impact factor), lo stesso Di Bella è parte del consiglio d’amministrazione, cioè in pratica la legittimità del suo studio viene basata su lui stesso. Sarebbe come se io dicessi che la scienza approva una mia teoria secondo cui l’influsso di Giove favorisce le partite della Juventus, citando come prova la mia stessa rivista su cui ho pubblicato lo studio. Cioè, ciò che dico è vero, la prova è che lo dico io. Ovviamente non ha senso.

Non solo, lo studio è in ogni caso pieno zeppo di errori anche solo formali. Per esempio, non spiega come sono stati fatti gli esami o quali parametri sono stati usati. Non ci sono analisi statistiche (per esempio sulla significatività), non si capisce che fine facciano i pazienti esclusi, vengono comunque usati dei chemioterapici ed è presente una terapia ormonale. Bisognerebbe andare sulla fiducia.

In questo caso non abbiamo (almeno per quanto ne sappiamo) mistificazioni, bensì uno studio debole e fallace, che però è comunque finito in letteratura pronto per essere citato da stuole di complottisti o da giornalisti fuorvianti che potrebbero dare l’idea che un’opinione isolata abbia la stessa rilevanza e diffusione di quelle che definiscono “ufficiali”.

Ciò ci rivela anche un’altra cosa: PubMed è solamente un database e non una Bibbia – nonostante ogni tanto qualcuno lo prenda come fonte della Verità.

Allo stesso modo, i sostenitori di una terapia alternativa potrebbero fare riferimento a studi condotti su riviste screditate o sconosciute, diffuse al di fuori della comunità scientifica internazionale, da parte di ricercatori altrettanto screditati o sconosciuti; oppure essere autoreferenziali citando le proprie stesse fonti. Molti sostenitori dell’omeopatia per esempio citano ricerche pubblicate su riviste di divulgazione omeopatica, ancora una volta “è vero perché lo dico io” è un po’ poco per dimostrare una tesi.

Non è infrequente che blog di controinformazione, siti alternativi e giornalisti approssimativi d’inchiesta facciano riferimento allo studio nel trattamento naturopatico del cancro compiuto dal misconosciuto dottor Cheslak Mitroviz sul dubbio Journal of Borat Oncology, pubblicato solo in Kazakistan in lingua turco-altaica; o alla ricerca di Fontecedro et Al. presso il dipartimento di pedagogia psicotropa cosmica dell’Università di Palo Alto riguardo l’utilizzo di bufotenina per rimpiazzare l’insulina nei casi di diabete.

La qualità, le credenzialità e l’affidabilità sia della rivista che dell’università e del ricercatore NON vengono esplicitate quando un qualsiasi articolo scandalistico inizia a citare i luminari più disparati. Allo stesso tempo, NON è detto che lo studioso citato abbia detto effettivamente quello e non sia stato distorto. Ne è un esempio la questione [5] di Otto Warburg, le cui scoperte sono state distorte in recenti articoli di controinformazione, nonché abbinate alle parole di studiosi che non erano studiosi o avevano detto corbellerie.

Ciò che è necessario a questo punto è saper giudicare questi dati, affinché non passi di tutto ma si abbia uno standard qualitativo sulle ricerche. In teoria, il meccanismo della peer review dovrebbe agire come giudice invisibile, che verifica gli errori provvedendo che la scienza si corregga da sé [6]; e quando una pubblicazione si rivela fallace, fa presto ad essere smentita da altre pubblicazioni e a divenire screditata all’interno del mondo scientifico.

Faremo degli esempi più specifici nel prossimo articolo.

  • La prima parte dell’articolo è disponibile cliccando qui.
  • La seconda parte dell’articolo è disponibile cliccando qui.
  • La terza parte dell’articolo è disponibile cliccando qui.
  • La quarta parte dell’articolo è disponibile cliccando qui.
  • La quinta parte dell’articolo è disponibile cliccando qui.
  • La sesta parte dell’articolo è disponibile cliccando qui.

Approfondimenti (consigliati):

PTI – abc di uno studio, parte 1 (la scelta delle fonti)
PTI – abc di uno studio, parte 2 (come è fatto uno studio scientifico?)
PTI – abc di uno studio, parte 3 (come si legge uno studio?)

Note:

[1] per i lettori già informati è il caso per esempio della saga del dottor Wakefield o dell’incredibile fatto del dottor Benveniste.

[2] in tal senso è esemplare il caso emblematico del dr. Massimo Della Serietà.

[3] oppure la Exxon che pur sapendo dei dati sul riscaldamento globale, finanziò ricercatori per dire il contrario.

[4] The Di Bella Method (DBM) in the treatment of prostate cancer: a preliminary retrospective study of 16 patients and a review of the literature (http://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/24378460/)

[5]: vedere il nostro articolo Cancro, acidosi e dieta alcalina

[6]:  ne ha parlato molto bene il nostro Alessandro Tavecchio qui

 

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