Come NON leggere una ricerca scientifica, parte 3 – Errori di correlazione

L’ultima volta abbiamo introdotto l’argomento riguardo il quale una ricerca pubblicata su di una rivista scientifica non è ancora da prendersi come oro colato, dato che molti sostenitori delle verità alternative fanno appello proprio alla scienza stessa nel giustificare le loro affermazioni, citando ricerche che si rivelano poco rigorose, distorte se non proprio falsificate, valevoli solo in condizioni particolari o esageratissime.
Bisogna quindi prima di tutto controllare l’autorevolezza del ricercatore, l’attendibilità della rivista e verificare quali dati vengono effettivamente messi a cuocere nello studio.

Avevamo citato come esempi gli studi epidemiologici nutrizionali, in particolare due, entrambi originati da osservazioni fatte in Cina; in un caso riguardo la salubrità della dieta, in un altro riguardo i possibili effetti dell’aspartame.

A condizionare questi studi, di cui uno in ogni caso molto massiccio e degno di nota per la dedizione dell’autore, vi è anche un’approssimazione analitica molto (troppo) diffusa, quella che possiamo chiamare correlazione forzata[1] o correlation bias, simboleggiato dalla famosa frase “correlation is not causation”.

Per chiarire meglio prima cosa significhi, c’è questa simpatica immagine:

correlation

In parole povere, schiocco le dita e non ci sono tigri nei dintorni, quindi schioccare le dita tiene lontane le tigri. Oppure, più banalmente, quando ho giocato al lotto e ho vinto indossavo il mio braccialetto speciale, quindi il braccialetto mi porta fortuna. Per prendere un esempio veritiero, dopo che ho mangiato salato mi è venuta sete, quindi il sale fa venire sete. Ma solo perché due cose avvengono in simultanea (“cum hoc ergo propter hoc”), o un avvenimento accade in seguito ad un altro, non vuol dire che un fatto sia causato dall’altro (“post hoc ergo propter hoc“). Potremmo fare un parallelo fra l’aumento della temperatura media globale e la diminuzione del numero di pirati attivi, che è l’esempio più classico per chiarire l’errore di correlazione.

Ne ha già fatto una bella dissertazione Dario Bressanini su LeScienze, qui, quindi non ci dilungheremo troppo su di essa, ma affronteremo qualche esempio di studi in cui ciò avviene, per ricollegarci al discorso del “le ricerche con le loro conclusioni vanno prese in un primo attimo con le pinze”.

Ora, ogni buon investigatore sa che gli indizi sono uno spunto su cui indagare, una pista da provare a seguire nella speranza di acciuffare il colpevole, ma non delle prove. Una correlazione non è un’associazione, è condizione necessaria, ma non sufficiente per stabilire un nesso. Potrei, per esempio, dire che la diffusione dei mobili in legno in Svezia o della musica nu metal negli Stati Uniti sono aumentate, ma ciò non vorrebbe dire che l’Ikea e i Korn causino la vendita di alcolici nei traghetti svedesi o l’obesità negli americani.

Prima di stabilire cause ed effetti, quindi, bisognerebbe avere evidenze più forti a supporto e tenere conto di altri fattori.

Un esempio famoso di correlazione forzata è, mettiamo, quella del consumo di latte nei paesi occidentali che causerebbe l’osteoporosi. In realtà però le cose non stanno esattamente così: ci sono altri indizi che non sono stati presi in considerazione, finendo per far forzare una determinata pista. Nei paesi analizzati per esempio è bassa anche l’esposizione solare. Essa è importante perché stimola la sintesi di vitamina D[2], necessaria nel metabolismo del calcio. Un altro fattore di rischio importante per l’osteoporosi è lo stile di vita, difatti un’attività fisica scarsa (magari unita ad una dieta disordinata) andrà ad aumentare il rischio nonostante l’assunzione di calcio[3]. Facciamo un attimino i sofisti però ora e passiamo dall’altro lato dello schieramento. Questo [4] studio invece mostrerebbe che i bambini che non assumono latte hanno maggiore possibilità di avere l’osteoporosi, ma attenzione: leggiamo bene, le assunzioni di calcio erano basse in generale e ciò non vuol dire che non si possano supplementare con alternative al latte (soprattutto in caso di intolleranze).

Quello del latte connesso all’osteoporosi non è il solo esempio nutrizionale: per esempio, anche il colesterolo venne in principio demonizzato come causa prima di tutti i problemi cardiovascolari e tumorali, cioè si parlava di esso come di un forte veleno, da rimuovere completamente. Ciò ha portato a considerarlo a volte nocivo di per sé, invece che magari a dosi abnormi, e a trascurare determinate distinzioni (come quella fra HDL e LDL). In realtà la principale causa era da ricercarsi nello stile di vita scorretto (scarsa attività fisica, obesità, cibo di scarsa qualità ecc). Successivamente queste prestese sono state ridimensionate poiché si è compresa anche l’importanza biologica del colesterolo e come sia piuttosto da evitare l’ipercolesterolemia [5].

Il vino, d’altro canto, venne santificato come il responsabile del cosiddetto “paradosso francese”: i francesi, cioè, nonostante mangiassero molti alimenti grassi come i formaggi e assumessero molto colesterolo, avevano una minore incidenza di malattie cardiovascolari. La spiegazione si trovò nella presenza di molecole come il resveratrolo nel vino (di cui i francesi erano assidui bevitori) con proprietà antiossidanti e protettive. Studi successivi hanno successivamente ridimensionato il ruolo protettivo di questa molecola e altri antiossidanti, in alcuni casi parlando addirittura di frode (forse esageratamente).[6]

Ma che qualcosa non tornasse al 100% era evidente già dal fatto che la dose necessaria di antiossidanti per avere tali supposti benefici era talmente alta che avrebbe richiesto una quantità di vino eccessiva che avrebbe potuto dare problemi per via dell’etanolo (in maniera analoga al caffè con gli effetti presuti tossici dell’aspartame citati nel precedente articolo), richiedendo di rivedere l’approccio a queste ricerche per meglio chiarire e meglio controllare quanto sia effettivamente benefico il vino.

Le diete “alcaline” per esempio vengono ritenute salutari per via dei supposti effetti sul pH, ma in realtà il meccanismo d’azione proposto è una bufala [7]: gli eventuali effetti benefici sono da amputare alla dieta ricca di frutta fresca, vegetali puliti e alla maggiore attenzione per la propria salute e al consumare alimenti leggeri ed in maniera equilibrata.

Il discorso può essere esteso a molti altri temi dibattuti negli anni (come l’aumento dei casi di celiachia negli ultimi decenni o il presunto scatenarsi dell’autismo in seguito alle vaccinazioni) che vi risparmiamo per motivi di spazio (ma scorrendo nel nostro datalink troverete molto materiale interessante a riguardo).

Comunque, questo argomento del correlation bias fa pensare anche a quando capita di “rielaborare” le conclusioni degli articoli a piacimento se non proprio di selezionare solo parte dell’articolo (un caso particolare di quel che in gergo viene chiamato “cherry picking”, ossia lo scegliere o il cercare quel che fa comodo) o commettere veri e propri errori di traduzione. Ma per affrontare questi problemi bisogna estendere il discorso e fino ad ora ci siamo limitati in ogni caso al semplice correlare una sostanza ad un effetto. Il problema però potrebbe essere a monte, come nel caso vi sia un errore nella selezione del campione di persone da analizzare.

Di questo parleremo la prossima volta.

Gli articoli della serie:

  • La prima parte dell’articolo è disponibile cliccando qui.
  • La seconda parte dell’articolo è disponibile cliccando qui.
  • La terza parte dell’articolo è disponibile cliccando qui.
  • La quarta parte dell’articolo è disponibile cliccando qui.
  • La quinta parte dell’articolo è disponibile cliccando qui.
  • La sesta parte dell’articolo è disponibile cliccando qui.

Note:

[1]: ne ha già fatto una bella dissertazione Dario Bressanini su LeScienze, qui.

[2] Lega Italiana Osteoporosi, la vitamina D

[3] Lega Italiana Osteoporosi, attività fisica

[4] Children who avoid drinking cow milk have low dietary calcium intakes and poor bone health (http://ajcn.nutrition.org/content/76/3/675.full)

[5] Fondazione Veronesi – Il colesterolo “cattivo” si combatte con una buona alimentazione

[6] Il Fatto Alimentare – La bufala del resveratrolo

[7]: http://medbunker.blogspot.it/2012/06/dieta-alcalina-alla-base-della-bufala.html  

 

 

 

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: