Fleming, Semmelweis e la mitologia scientifica

Prima di cominciare, lasciatemi essere pignolo e verboso e chiarificare cosa specificamente intendo per mitologia e mito. Nel parlato comune, quando uno parla di miti, tipo quando un venditore di fumo parla de “il mito del metodo scientifico”, il termine viene utilizzato come sinonimo di “falsa credenza”, spesso intesa come “falsa credenza creduta perché promulgata da una figura autorevole” (nel caso dell’esempio specifico, l’autorità del mondo scientifico). Usare mito in questo senso è chiaramente un becero espediente retorico che il venditore di fumo usa per mettersi nella posizione di figura autorevole alternativa che salva il povero innocente dalle fallacie del pensiero popolare. Non uso mito in questo senso, ovviamente.

Altri critici più seri usano il termine di mito, anche quando riferito ad un idea scientifica, come “mito fondazionale” o “metafora religiosa fondamentale” (Midgeley 1992). Parlano di mitologia come “metastruttura cognitiva”, “prospettiva culturale” o, per farla più semplice, “visione complessiva del mondo”, che tinge tutte le percezioni e le idee, tipicamente per poi poter usare l’accusa di scientismo come martello per picchiare idee che non gli piacciono. Non uso mito neanche in questo senso.

In greco, il termine Mythos significa racconto, o storia. Spesso questi miti, come parabole, hanno funzione esplicativa, o funzionano come giustificazione (Bauer, 1992) e utilizzano espedienti retorici e narrativi specifici per essere persuasivi; spesse volte incarnano archetipi, una sorta di progetti e linee guida che vengono presentate come esemplari e degne di essere seguite. Il mio punto, e il problema che ho con la vulgata, è come la realtà storica venga distorta in mito (in quest’ultimo senso) con questa intenzione pseudo-didascalica (conscia o inconscia) e per volontà di scrivere una bella storia, un racconto interessante, popolare, che emozioni.
E non sto parlando di essere saccenti e “diti-in-culo” per il gusto di esserlo, anzi; riuscire a creare una narrativa interessante intorno ad un fatto scientifico o storico è un mezzo praticamente indispensabile per fare divulgazione, è bello e utile e di norma una cosa buona: il problema è quando, per amore di una buona storia, si spargono idee false ed erronee sulla natura stessa del processo scientifico, facendo più danno che altro.

Non ho problemi con Archimede nella vasca che urla “Eureka!”, o la mela che cade in testa a Newton, o Kekulé che sogna un serpente che si morde la coda e si sveglia per risolvere la struttura del benzene; per quanto siano tutti aneddoti “agiografici”, cioè servono a far sembrare dei geni fighi da ammirare i protagonisti, l’unica concezione erronea che trasmettono è che per avere successo nella scienza bisogna essere geni.

Ma ci sono miti scientifici che trovo controproducenti, e mi accingo a presentare due esempi tra loro complementari, che coprono più o meno tutto lo spettro retorico che trovo sbagliato. Nell’ordine, Fleming e la scoperta della penicillina, e Ignac Semmelweis e la febbre puerperale.

Il mito, su Fleming, racconta più grande caso di incidente fortunato o “serendipity” nella storia della scienza, il caso che aiuta la mente preparata. Il racconto comune vuole che Fleming, 1928, mentre ricercava sostanze chimiche attive contro i batteri, fece una strana scoperta: una piastra in cui aveva seminato delle colonie di Staphylococcus aureus, aveva uno strano alone in una zona in cui non vi erano colonie del batterio. Flemingnotò che la piastra era stata accidentalmente contaminata da una muffa, il famoso Penicillium notatum, che aveva ucciso lo stafilococco; e con un “Eureka!” dedusse che la muffa era capace di produrre un antibiotico. Fleming fu fortunato ma il merito spetta a lui, e spesso capita che gli venga attribuito il titolo di persona che ha salvato più vite nella storia dell’umanità con la sua scoperta, sconfiggendo terribili mostri che andavano dalla tubercolosi alla cancrena.

La realtà, però, è un pochettino più complicata. Fleming stesso per tutta la vita continuò a sottolineare come il suo successo fosse in larga parte il risultato di una coincidenza fortuita. Ma la storia come viene comunemente raccontata, anche quando non completamente falsa, lascia una falsa impressione di come procede la scienza. Nel 1928, Fleming non aveva la minima idea del possibile ruolo della penicillina come farmaco; non cominciò ad essere attivo sostenitore di questa possibilità prima del 1940, 12 (dodici!) anni dopo. E per quanto sia stato un caso trovare Penicillum notatum, Fleming era effettivamente alla ricerca di agenti antibatterici: non era tuttavia persuaso del fatto che la penicillina avesse alcuna potenzialità: non veniva assorbito oralmente, veniva espulso dal corpo troppo velocemente se iniettato e secondo Fleming al massimo poteva avere potenzialità come antisettico locale, come l’acqua ossigenata, per tagli e affini. Tanto che dopo aver comunicato la scoperta non esattamente strabiliante, Fleming si mise a cercare sulfamidici antibatterici, l’altro classe di composti promettenti al tempo. Senza il contributo di un sacco di altri laboratori e menti, la scoperta di Fleming, sì aiutata dal caso, sarebbe stata chiusa in uno sgabuzzino e dimenticata.

Il merito di aver reso la penicillina un farmaco è di Chain e Florey, due scienziati di Oxford, riconosciuti dal premio Nobel ma difficilmente citati perché rovinano il mito. Fleming è nazional-popolare; Chain e Florey sono trattati, fuori dagli ambienti giusti, quasi come una nota a margine. Fu Chain che decise di cercare di capire il meccanismo di funzionamento della penicillina (ricerca di base), e che ne elucidò il potenziale terapeutico; e furono lui e Florey che dovettero affrontare, in un Europa devastata dallo sforzo bellico, i problemi tecnici e pratici della ricerca traslazionale necessaria per trasformare il composto in un farmaco, e i problemi di produzione sul larga scala. Migliaia e migliaia di ore di lavoro investite nello scalare verso l’alto la quantità di produzione, passando da beute e alambicchi in laboratorio a apparati normalmente riservati alla purificazione del latte; 5 mesi di lavoro per ottenere una manciata di polvere nera sufficiente per dimostrare che la penicillina funzionava nei topi e poteva effettivamente funzionare nell’uomo.

Tutto questo lavoro viene nascosto dal mito, ignorato come tecnicismi inutili o sgobberie noiose, ma è in questo che consiste la normalità e rappresenta il normale andamento del processo scientifico, non le presunte scoperte e mi momenti di lucidità lampante o la visione del futuro. Se Fleming ha cambiato la storia è stato solo grazie a Chain, Florey e letteralmente altre centinaia di tecnici e scienziati non così fortunati da essere passati nella storia con il loro nome.

Non solo: spesso il mito rappresenta Fleming come una persona straordinariamente percettiva, che, sia pure per caso, nota qualcosa a cui nessuno aveva mai prestato attenzione e ne intuisce le potenzialità. Ma questo è semplicemente falso: nel 1871 Lister, l’inventore degli antisettici, aveva mostrato che muffe verdi inibivano la crescita dei batteri in campioni di urina. Nel 1875, John Tyndall, lo stesso fisico irlandese di cui ho parlato nella storia della bluezza del cielo, scrisse alla Royal Society delle sue osservazioni microscopiche, che includevano anche come muffe del genere Penicillum facessero esplodere certi batteri.

Non solo: nel 1897, Ernest Duchesne completò la sua tesi di dottorato in cui dimostrò, quasi 50 anni prima di Florey e Chain, che topi a cui era stato iniettato Penicillum glaucum insieme al bacillo del tifo non sviluppavano la malattia. Concludeva il suo scritto con l’ormai stereotipico “ more research is needed “, ma entrò come medico nell’esercito e fu ucciso dalla tubercolosi prima di poter effettivamente continuare le sue ricerche (Judson, 1981). Non so quale sia il contrario di serendipity, ma qui il caso fortuito ha attivamente ostacolato la scoperta e l’uso della penicillina come farmaco.

Il mito tende a seguire una singola trama lineare, ignorando i vicoli ciechi e il contributo degli altri scienziati per esaltare una singola figura di rara intelligenza/intuito/percettività , un modello, un archetipo a cui ispirarsi e facendo sembrare tutto quello che accade dopo la scoperta di Fleming inevitabile, ma è solo con il senno di poi che possiamo fare simili ragionamenti.

Nella vulgata, il procedere della scienza sembra dipenda dalla straordinarietà e dalla rara fortuna di un singolo individuo. Ma la storia mostra come senza il contributo di altri l’occasione poteva essere perduta e le cose potessero andare in maniera molto diversa.
Il mito celebra la modestia e la fortuna: la scienza è formulaica e procede sicura verso un destino inevitabile, anche quando una scoperta è fortuita.

La storia, inquadrando la situazione nel contesto, mostra non solo le contingenze e i fattori sociali insiti in ogni scoperta, ma dà anche un idea più realistica di come la scienza proceda realmente e mostra il essere fondamentalmente un’impresa collettiva dell’umanità, non riservata ad una casta di geni predestinati ma da uomini che al meglio delle loro capacità procedono a tentoni nel buio, accomodati dal metodo.

L’altro mito che voglio considerare è quello di Ignac Semmelweis, leggermente meno famoso rispetto a Fleming ma non per questo meno esemplare. La storia si Semmelweis, poi, viene spesso usata da seguaci di pseudoscienze alternative (quando non hanno l’audacia di paragonarsi a Galileo), perché, nella versione più comune del racconto Semmelweis è l’eroe scientifico per eccellenza che si oppone all’establishment retrogrado.

Cito a sprazzi da un articolo che non linko perché si dice il peccato ma non il peccatore (tanto con google lo trovate, e lo sto usando solo come esempio rappresentativo perché non viene da un sito che cerca di usare Semmelweis per spacciare medicina alternativa):

“ E’ il medico che fa ammalare le pazienti”, fu la conclusione del dottor Ignaz Philipp Semmelweis (Budapest, 1818 – Vienna 1865).
Questo medico ostetrico ungherese […] durante il periodo in cui esercitava la professione nella clinica ginecologica di Vienna, capì che l’altissima mortalità per febbre puerperale che si registrava tra le partorienti era dovuta a una infezione trasmessa alle pazienti  dalle mani dei medici e degli studenti di medicina che, dalla sala dove praticavano le autopsie, si recavano poi a visitare le gestanti o le puerpere.

Bastò che Semmelweis imponesse agli studenti una scrupolosa pulizia delle mani e  la disinfezione con un antisettico, per far crollare di colpo l’indice di mortalità dovuto a febbre puerperale, nel settore da lui diretto, dal 12,2% allo 0,5%, contro il 33% del reparto viennese diretto dal professor Klein, che all’epoca era ormai tristemente nominato “La Clinica della morte”. […] La sua era un’osservazione empirica ma giusta: a quel tempo infatti i medici e studenti non usavano i guanti e passavano dalla sala delle autopsie alla sala parto senza mai lavarsi le mani.

Un’intuizione semplice, ma i colleghi la presero come un insulto e un grave affronto. Gli stessi medici esterni e i più grandi professori dell’epoca, anziché incoraggiare il metodo di Semmelweis, lo attaccarono e lo osteggiarono in tutti i modi, obbligandolo a lasciare Vienna dove fu costretto a passare il resto della sua vita escluso dalla comunità scientifica. Ormai non poteva più varcare lasoglia di un ospedale senza sentirsi insultato o deriso dagli stessi medici e studenti. […] Perseguitato, il “medico dalle mani pulite” subì ogni sorta di angherie, dalla perdita del posto sino all’internamento in manicomio dove subì anche indicibili umiliazioni e impietose percosse. Così Ferdinando Von Hebra – riferendosi all’incomprensione dei medici verso la scoperta di Semmelweis – disse: “Quando si farà la storia degli errori umani, difficilmente si potranno trovare esempi di tale forza. E si resterà stupiti che uomini competitivi e altamente specializzati, potessero – nella propria scienza – rimanere così ciechi e stupidi”. (Enfasi nell’originale)

“Ah, che bastardi quei medici chiusi mentalmente” è la reazione media che questa narrativa, con anche un certo tono tragico, suscita nel lettore, in opposizione alla storia trionfale di Fleming. Nonostante ciò, anche qui abbiamo un eroe, ed è un colosso dell’umanità: Semmelweis, uomo di grande genio che vede il futuro osteggiato dall’establishment. E’ un topos, un luogo comune letterario che si ritrova in un sacco di posti, ed anche non volendo considerare tutto questo apertamente falso, è quantomeno fuorviante.

Innanzitutto, Semmelweis viene, di nuovo, inquadrato come genio solitario, quando, in realtà, l’intera Divisione I dell’ospedale di Vienna era celebrata per essere all’avanguardia. Ma l’eroe che singolarmente si erge sulla scena fa più effetto del contributo degli studenti e colleghi che dirigeva. Un mito ha bisogno di un protagonista, e ancora una volta questo mette in risalto l’assoluta genialità del singolo individuo. Tendenze agiografiche che citavo all’inizio, niente di terrificante se non fosse che l’elemento messo più in risalto dal racconto è come i suoi critici avessero torto.

Completamente e totalmente torto, senza appello, contro un povero protagonista perseguitato. Un po’ come quando si racconta di Galileo osteggiato dai saggi della Chiesa per pregiudizio, e ci si dimentica di citare che l’argomentazione che Galileo spingeva come più forte e inattaccabile, quella delle maree causate dalla rotazione terrestre, fosse totalmente sbagliata e i critici avessero ragione (Per quanto fossero anche pregiudizievoli: con un po’ di nuance si può accettare contemporaneamente l’una e l’altra cosa. Ma nel mito non c’è molto spazio per la nuance).

Perché i critici nel mito di Semmelweis hanno tutti incommensurabilmente torto? Perché concedere le loro ragioni significa diminuire il genio del protagonista. In una netta dicotomia, le evidenze empiriche favoriscono tutte senza ombra di dubbio ne interpretazione il genio, mentre l’establishment cattivo ha qualche pregiudizio che dipende da fattori sociali, interessi economici, è pakato per nascondere la cura per far più soldi, etc.

Quello che non si fa è mettere Semmelweis nel suo contesto, cioè quello di Vienna che, ai tempi, era letteralmente chiamata la “Mecca della Medicina”. In quella città e in quegli anni stava finalmente nascendo la medicina moderna, con il suo principio di precauzione; in quegli ospedali si abbandonarono i salassi e si smise di lasciar crescere il pus per passare a molte delle pratiche che oggi si considerano moderne.

Ma stiamo parlando di un periodo decenni prima della teoria dei germi. Semmelweis in nessun modo aveva spiegato le cause della febbre puerperale (o più semplicemente sepsi), ne aveva un meccanismo plausibile di come i medici potevano causare le malattie, che è invece ovvio a noi moderni con il senno di poi. La sua osservazione empirica era in realtà minata da una miriade di fattori confondenti, che i suoi critici gli facevano notare: per dodici secoli medici erano convinti che i salassi fossero benefici, cosa garantiva agli altri che Semmelweis non si stava autoingannando? La soluzione che usava Semmelweis per sterilizzarsi le mani, tra l’altro, era un combinazione terribile di acidi che, fino a prova contraria, potevano persino essere dannosi per il paziente.

Semmelweis aveva però i dati statistici dalla sua parte: a dirla tutta, fu uno dei primi in assoluto a raccogliere questi dati per mostrare le effettive differenze. Il problema è che, a quei tempi, la statistica era ancora una sorta di proto-scienza, e ancora di più i test di ipotesi, che dovranno aspettare Fisher e Pearson negli anni 20 del 900 per diventare mainstream. Non solo: nell’estratto sopracitato, la reazione contro Semmelweis è iperbolizzata: in meno di 10 anni dalla sua scoperta la maggioranza degli ospedali in Europa cominciarono a seguire il suo metodo, anche per via di Lister, che in UK inventava gli antisettici, e di tante altre linee di prova convergenti. 10 anni possono sembrare tanti, e forse nel mondo moderno lo sono: ma stiamo parlando di un mondo in cui la comunicazione scientifica andava avanti a colpi di lettere cartacee e comunicati analogici, ben diversi dalla comodità digitale a cui siamo abituati. Semmelweis stesso era stato anticipato nella sua scoperta negli US da Oliver Wendell Holmes, un medico che aveva notato e registrato simili trends, ma la comunicazione scientifica internazionale a quei tempi era ben più difficile. Anche la scoperta di Holmes resto in un vicolo cieco e non fu sfruttata dai suoi colleghi, ma senza il resto della narrativa costruita attorno all’evento non è interessante, e quindi non viene quasi mai menzionata. Eppure, è la normalità che nella scienza scoperte e riscoperte indipendente; Liebniz e Newton con il calcolo infinitesimale, Darwin e Wallace con la selezione naturale, e tanti altri esempi meno lampanti (Merton,1973)

Sicuramente non aiutò l’accettazione delle idee di Semmelweis anche il fatto che fosse ungherese, vittima della xenofobia austriaca, ma anche il fatto che avesse un carattere pessimo, passasse il tempo ad insultare ed accusare chi non gli dava ragione, e fosse invischiato in lotte di potere all’interno della clinica viennese per cercare di scalare le gerarchie, finché, dopo aver trascurato gli altri suoi doveri di medico preso dall’ossessione del combattere la sepsi, fu cacciato dall’ospedale. Inquadrare Semmelweis nel suo essere un personaggio non solo all’interno dell’establishment, ma addirittura invischiato in lotte di potere rovina la sua figura di eroe anticonformista, e non è utile alla parabola.

Ci sono tutta una serie di caratteristiche comuni alla struttura di questi due miti: in primo luogo, quelli che gli psicologi chiamano sharpening e leveling. (Ebbene sì, rimandi bibliografici a wikipedia. Mai detto di essere uno scholar io)

Alcuni dettagli e aspetti sono accentuati, mentre altri livellati o ignorati, per trasformare quella che è una storia della scienza complicata e tentacolare in una singola trama narrativa lineare; il che non è necessariamente un male, perché sono strumenti necessari per raccontare una buona storia, ma contribuiscono enormemente al problema del mito scientifico. Spesso le semplificazioni sono fuorvianti, per natura stessa del concetto di semplificare; ma in questi casi specifici le semplificazioni sono dirette a rendere più didascaliche le storie, a trasformare la realtà in una parabola, oltre che a rendere comprensibili gli eventi. Ed è questo passaggio che rende i miti dannosi: promuovono una idea irrealistica di storia della scienza e metodo scientifico.

Il ritmo della storia viene cambiato. Si cancellano vicoli ciechi e le altre vie di ricerca necessarie in entrambi i casi; tipicamente non si fa menzione di come Semmelweis sia arrivato alla sua conclusione criticamente, escludendo progressivamente altre possibilità, o di come Fleming si sia dimenticato per dodici anni della sua monumentale scoperta, perché rovinano il ritmo della narrazione. Trattano i vicoli ciechi e gli errori come se non fossero interessanti, quando è da essi che in realtà si riesce a capire la natura della scienza, che viene invece messa in secondo piano rispetto ad una morale idealizzata.

Il problema, nei due esempi, non è tanto ingigantire le figure di Fleming e Semmelweis, ma il fatto che nel farlo si distorce immancabilmente come procede la scienza; nel caso di Fleming si cancella il procedere a tentoni, a prove ed errori, con contributi da ogni tipo di ricerca (base, traslazionale e applicata) in un procedere che non è un trionfo verso la cima della montagna che rappresenta il progresso ma qualcosa di più simile alla camminata di un ubriaco che scala una collina; nel caso di Semmelweis, addirittura, una delle componenti fondamentali e che garantiscono l’efficacia della scienza, la peer-review e il dover convincere i propri pari diventa il nemico, l’antagonista della favola. Inutile dire che se Semmelweis avesse avuto torto, probabilmente staremmo parlando di uno delle migliaia e migliaia di casi non mitizzati perché non hanno un eroe eretico, in cui il sistema di controllo della scienza funziona, e si autocorregge.

Il mito, l’aneddoto, la storiella, può anche andar bene se si vuole passare un messaggio specifico, purché lo si faccia consapevolmente. Il venditore di fumo che si paragona a Semmelweis lo fa con l’intenzione di martirizzarsi e tirare acqua al suo mulino, ed è comprensibile.

Ma cadere vittima di questi miti è un problema se si intende fare storia della scienza per far capire come la scienza funziona alla persona comune, usarli in libri di testo come introduzione per gli studenti, et similia. Gli si fa un disservizio.

La ragione per cui mi frega tanto di questa cosa, abbastanza da spendere fiumi di inchiostro digitale in una malcelata invettiva contro nessuno in particolare, che evidenzia errori di cui io stesso mi rendo conto di essere stato in passato colpevole, è piuttosto semplice.

C’è in questo momento, grazie al cielo ( o, per meglio dire, grazie a Italia Unita Per La Scienza) una certa risurgenza mainstream della lotta alle pseudoscienze, le perversioni del metodo scientifico, e quelle robe lì. Che è ottimo e necessario e ha tutto il mio appoggio e supporto, ma molto spesso è una lotta ai sintomi più che alle cause. Ed è già tanto, per carità: tra stimolare curiosità, placare bufale, organizzare eventi etc, IxS copre già uno spettro ampio di attività necessarie per la diffusione di una cultura scientifica in questo paese che ne ha tanto bisogno.

Ma se avete sbirciato le references, noterete come sono tutte vecchie. Tutte le mie lamentele noiose e incongrue che ho riportato in questo articolo prolisso sono cose che gli storici e i sociologi urlano nelle orecchie dei divulgatori e degli educatori da un sacco di tempo.

Perché il mito scientifico è seduttivo. Attrae gli studenti, intrattiene, in apparenza sembra persino che informi. Ed è la ragione per cui troviamo questi miti nei libri di testo: sono affilati strumenti retorici fatti per piacere.

Ma rischiano di essere controproduttivi. Non promuovono una conoscenza del processo scientifico, delle controversie reali, della scienza mentre si forma e del metodo in azione: sono monumentali, didascalici, fatti per ispirare. E riescono bene in quello che fanno, fin troppo: al punto che qualcuno nota certi archetipi in altre situazioni che con la realtà del processo scientifico hanno poco a che fare: il vecchio professore geniale che lotta contro l’establishment che cerca di ostacolare verità palesemente ovvie viene applicato indistintamente a Semmelweis e Di Bella; l’idea che una volta fatta una scoperta di base, anche per sbaglio, come la penicillina di Fleming, è tutto in discesa e ovvio e inevitabile, è il motivo per cui sembra impossibile che con decine di titoloni sui giornali una settimana no e l’altra pure sul genere “scoperto il composto x che uccide cellule tumorali” non ci sia qualche cura che le case farmaceutiche cattive ci tengono nascoste, etc.

E’ un concetto veramente semplice, ma a cui normalmente non si presta attenzione quando si parla di pensiero critico, scetticismo scientifico e affini:
avere una pseudo-storia della scienza nell’immaginario collettivo crea un terreno fertile dove la pseudoscienza può attecchire più facilmente.

Ancora una volta, mi ripeto, con un esempio molto semplice: una persona che nella testa ha ben chiaro che quasi nessuna scoperta nella storia è il risultato del lavoro febbrile di un singolo individuo, magari ci penserebbe due volte prima di credere all’ennesimo santone che sostiene di essere da solo 10 anni avanti rispetto alla comunità scientifica, anche se non ha un educazione specifica o gli strumenti formali per analizzare le affermazioni nello specifico, ma semplicemente perché riconosce il pattern come eccezionale.

Ci vogliono nuove storie di scienza, nuovi racconti, magari meno monumentali e idealizzati, ma che mettano in luce come si arriva ad una conclusione scientifica, come viene sfidata dai contemporanei, come si passa al risultato pratico, come l’errore e il vicolo cieco influenzano il processo, etc. Una storia di idee e persone, invece che di mostri ed eroi.

E sì, lo so che a parole è facile. Ma uniti si può fare.
References:

Bauer, H. H. (1992). Scientific literacy and the myth of the scientific method. Urbana, IL: University of Illinois Press.

Judson, H. F. (1981). Chance. In the search for solutions. New York: Holt, Rinehart, Winston.

Macfarlane, G. (1985). Alexander Fleming: The man and the myth. Oxford, UK: Oxford University Press.

McComas, W. F. (1998). The principal elements of the nature of science: Dispelling the myths. In

W. F. McComas (Ed.), The nature of science in science education (pp. 53–70)

Robert K. Merton, “Singletons and Multiples in Scientific Discovery: a Chapter in the Sociology of Science,” Proceedings of the American Philosophical Society, 105: 470–86, 1961. Reprinted in Robert K. Merton, The Sociology of Science: Theoretical and Empirical Investigations, Chicago, University of Chicago Press, 1973, pp. 343–70.

Midgley, M. (1992). Science as salvation: A modern myth and its meaning. London: Routledge

Milne, C. (1998). Philosophically correct science stories? Examining the implications of heroic sciencestories for school science. Journal of Research in College Teaching, 35(2), 175–187

Hershey, David R. (2006) Pseudohistory and Pseudoscience: Corrections to Allchin’s Historical, Conceptual and Educational Claims http://dx.doi.org/10.1007/s11191-005-3601-4 Kluwer Academic Publishers  pp 121-125

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