Lo spumante, le carte di Wason e il problema della falsificabilità scientifica

Ispirati da un articolo di Dario Bressanini che trovate negli approfondimenti, oggi vi raccontiamo una spigolatura che però, nonostante la sua trivialità, è davvero molto importante. Seguiteci nel ragionamento.

Leggenda vuole che un cucchiaino da caffè inserito in una bottiglia di spumante (o altri alcolici) ne mantenga l’effervescenza.

Cucchiaino_nello_spumante
Credits: Luca Lorenzi su Wikimedia Commons

Sembra interessante. Secondo voi è vero?

Beh, magari a tutti sarà capitato di provare a metterlo nel collo di una bottiglia e successivamente degustare notando un certo brio di bollicine sul palato.
Sicuramente interrogando numerosi camerieri e alberghieri a riguardo, molti risponderanno che sì, è vero.

Ma l’aneddotica, come ben sappiamo, non è scientificamente rigorosa.

Parlando per impressioni personali, si potrebbe erroneamente pensare che è il Sole a girare attorno alla Terra o che bere ruhm riscaldi il corpo. Il metodo scientifico esige condizioni controllate, assenza di fattori fuorvianti e misurazioni precise.
Inoltre, gustare l’effervescenza è soggettivo, non si può semplicemente prendere il parere di una persona, o si utilizza un macchinario oggettivo o si riporta il parere di molte persone.

Ci vuole una verifica sperimentale!

party hard
Purtroppo o per fortuna questo è già successo, quindi frenate l’entusiasmo e riponete le bottiglie nel frigorifero.
Nel 1995 Michel Valade, Isahelle Trihaut-Sohier e Frédéric Panoïotis, membri del “Comitato interprofessionale del vino di Champagne” di Épernay (la “capitale” dello champagne, mica poco eh!) in nome della scienza si sono immolati (…) verificando la consistenza di questa opinione [1]. Se volete potete saltare la descrizione della metodica e saltare direttamente alla conclusione dopo due paragrafi evidenziata in grassetto.

I tre hanno preso diverse bottiglie di champagne provenienti dalla stessa vinificazione. Le bottiglie sono state divise in tre gruppi: uno svuotato di 1/3, uno per 2/3 e uno dove il contenuto delle bottiglie è stato preservato; ciascuno poi in cinque sottogruppi: uno con un cucchiaino in acciaio inox, uno d’argento, uno con un tappo ermetico, uno con un tappo a corona o e uno non chiuso.

Le bottiglie sono state poste in un ambiente alla temperatura controllata di 12 °C e poi per ciascuna, a distanza di 8, 24, 48 e 72 ore, è stata misurata la perdita di massa per determinare la quantità di gas disciolti rimanenti.
Quando si apre una bottiglia e si inizia a svuotarla, la pressione interna scende da 6 a 4 bar circa per un contenuto di 50 cl. La pressione delle bottiglie aperte è diminuita circa del 50%, che avessero il cucchiaino o meno, rispetto a quelle chiuse con un tappo, dove la pressione è scesa solo del 10%. Anche il peso era diminuito senza distinzione.

I risultati sono stati poi pubblicati sulla rivista scientifica Le Vigneron Champenois. La conclusione? Mettere il cucchiaino nel collo di una bottiglia di una bevenda gassata è sostanzialmente inutile per preservarne l’effervescenza.

Pazzesco, eh?

Tratto dalla saga di Paperon de' Paperoni di don Rosa, episodio 2 - Il signore del Mississippi
Tratto dalla saga di Paperon de’ Paperoni di don Rosa, episodio 2 – Il signore del Mississippi

Perché per noi è importante saperlo?

Che cosa ce ne sbatte insomma? Tanto la bottiglia di spumante va sempre lasciata vuota!

Il punto è questo: perché allora molte persone giurerebbero che invece questo mito è vero? Perché sicuramente qualche cameriere protesterà dicendo che lui ha sempre fatto così e ha sempre funzionato?

Non stiamo discutendo del sesso degli angeli, è una questione molto importante oltre che interessante perché molte pseudoscienze e credenze alternative si basano sullo stesso errore metodologico di fondo.
Cosa vuol dire?

Andiamo dritti al sodo. Siete in grado di dimostrare che una cosa sia vera o falsa?

Facciamo un giochino.

Prendiamo quattro carte come in questa immagine:

carte wason
(image from: http://www.psypress.com/groome/figures/)

Sono carte da gioco che presentano su di una faccia una lettera e sull’altra un numero (ne esistono varianti anche con i colori o con le figure delle carte francesi, il principio è sempre lo stesso).

Le carte vengono mostrate solo su di un lato e presentate nel seguente ordine: A, K, 2 e 7

Ora vi diamo la seguente affermazione: “se una carta mostra una vocale su di un lato, allora avrà un numero pari sull’altro lato”.

Stiamo mentendo o dicendo la verità?

Voi non potete saperlo a priori. L’unico modo per scoprirlo è voltare le carte per verificare la veridicità dell’affermazione. Sembra banale.

Ma… c’è un ma.

Potete scegliere qualsiasi carta, voltando solo quelle strettamente necessarie, altrimenti avrete sbagliato.

Proviamo un po’ insieme.

Sollevando la A possiamo subito sapere se la frase è vera: trovandoci dietro un numero pari, oppure, se abbiamo mentito, dispari.
Avete pensato subito così?

Ovvio. Lapalissiano.

uh

Tuttavia questa risposta è incompleta. Non ci da la certezza assoluta che la nostra frase sia vera o falsa. Abbiamo bisogno di almeno un’altra carta. Si intuisce il perché?

E non una carta qualsiasi, ma una carta in particolare.

Proviamo a riflettere su quale altra carta concentrarci prima di scoprire la soluzione.

Pronti?

Con calma, non abbiate fretta.

Ci state pensando?

Fatto?

Sì?

Bene.

meme staring you

Questo esperimento venne pensato da Peter Wason, psicologo cognitivo che lo sottopose nel 1966 a 128 studenti universitari [2].

Il 33% di essi rispose che bisogna sollevare solo la prima carta. Ma come abbiamo visto è una risposta incompleta.

Proseguiamo: quale altra carta sollevereste per verificare l’enunciato?

Il 46 % degli universitari aggiunse la terza carta, nel nostro caso il 2, di modo da controllare se avesse una vocale dietro. Ma riflettiamoci: ciò è superfluo. Trovando una vocale avremmo semplicemente ripetuto la stessa prima mossa. Trovando una consonante invece non avremmo dimostrato nulla. Il gioco consiste nello scoprire se dietro ogni vocale c’è un numero pari, ma non per forza dietro ogni numero pari c’è una vocale!

Ovviamente la seconda carta a sua volta non ci dice nulla e nessuno difatti la scelse.

Solo il 5% degli studenti scelse la risposta giusta, cioè bisogna sollevare la A e il 7: difatti dietro l’ultima carta, trovando una vocale dimostreremmo che la frase è falsa.

Cioè la falsificheremmo (quindi trovando una consonante saremmo certi che sia vera). Sapere che dietro la A ci sia un numero pari non ci basta a sapere se la frase è vera, perché una vocale potrebbe anche essere dietro il 7.

Questo interessante esperimento (di cui sono state proposte varianti nell’enunciazione con risultati diversi) mostra che pochi pensano a falsificare le affermazioni, ma solo a cercare ciò che le conferma.

Non si tratta di una semplice curiosità.

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Come già detto, molte pseudoscienze e superstizioni sfruttano questa fallacia logica (il “bias della conferma”): per esempio, quando abbiamo preso la pozione miracolosa siamo guariti dal malanno, quindi la pozione funziona; quando indosso la maglietta di Marco Masini perdo a calcetto, quindi Masini porta sfiga.

Ma senza il prodotto a base di olio di scorpione saremmo rimasti malati? Le partitelle sulla spiaggia le perderemmo 40-0 mettendo la difesa bassa contro i marocchini anche con una maglietta di Stig Tøfting?

L’esempio dello spumante è perfetto e vi garantisco che è un ottimo argomento da conversazione per feste, ricevimenti, gala e matrimoni: il mito si è diffuso perché tutti sistematicamente verificavano solo che rimaneva una certa effervescenza nello spumante col cucchiaino, senza però verificare cosa accadesse non mettendolo proprio.

Immagine da: http://www.darapri.it/comestappare/cucchiaino.htm
Immagine da: Pentole & Provette, Hervè This

Allo stesso modo, per esempio, l’omeopatia sembra che funzioni al di là dei placebo perché notiamo solo che guariamo dal raffreddore quando prendiamo la pillolina di zucchero, senza far caso che guariamo lo stesso anche senza prenderla [3].

Anche la “scienza ufficiale” può incappare nell’errore. Basti pensare alla massima di Mark Twain secondo cui grazie al medicinale è guarito in una settimana dal raffreddore, altrimenti ci avrebbe messo 7 giorni. Ma sono soprattutto i sostenitori delle teorie alternative a marciarci (volutamente o no) sopra.

A volte ciò accade per disattenzione metodica: notiamo degli eventi che confermano una nostra supposizione o opinione e iniziamo a raccoglierli, dimenticando quelli negativi. In alcuni casi si va a selezionare determinati risultati perché assolvono uno scopo virtuoso, e in questo caso particolare si chiama “bias dei cappelli bianchi”.

Altre volte può esserci malizia o pregiudizio: si cercano direttamente i risultati che confermano l’idea in partenza. Questa pratica si chiama cherry picking, raccolta delle ciliegie, perché noi cogliamo solo quelle belle e lisce lasciando quelle col vermetto o beccate dagli uccelli, il che potrebbe farci pensare che tutte le ciliegie del frutteto siano così.

Per ovviare a questi inconvenienti è quindi molto importante saper cercare di falsificare le nostre asserzioni, o adottare misure come il doppio cieco o il trial randomizzato.

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Per meglio chiarire il gioco, inoltre, possiamo riformularlo secondo logica matematica:

A = p
K = non-p
2 = q
7 = non-q

La soluzione corretta del compito richiede che il soggetto applichi lo schema inferenziale del modus tollens, girando le due seguenti carte:

“A”, ossia “p” = se dietro non c’è il 2 la regola è falsa.

“7”, ossia “non-q” = se dietro ce una A la regola è falsa.

E voi, quale risposta avete dato?

Riferimenti bibliografici:

Approfondimenti:

Note:

[1] http://www.viteff.com/sites/viteff.com/static/viteff07/DP_VITEFF_10-07.pdf

[2] La formulazione originale dell’esperimento in realtà prevedeva un 3, un 8, il colore rosso e il colore arancio.

[3] MedBunker – Omeopatia, funziona o no?

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