Ricerca medica: istruzioni per l’uso (e la lettura)

Studi scientifici hanno dimostrato che assumere integratori vitaminici può fare bene alla salute [1], altrettanti hanno verificato l’opposto [2]. Alcuni scienziati hanno riscontrato che il ginseng ha effetti stimolanti sul cervello [3], altri ancora che assumerlo fa insorgere problemi al fegato [4]. Leggendo i giornali, pare che ogni giorno la ricerca medica sforni nuove cure miracolose contro il cancro eppure i tumori continuano ad essere un problema.

Siamo continuamente bombardati da notizie con titoli clamorosi, spesso spalleggiate da “studi scientifici”. Ma cosa sono questi studi? Come vengono condotti? E come possiamo sapere se sono affidabili?

Può sembrare banale, ma spesso la ragione per cui si genera confusione intorno a queste faccende dipende dal fatto che questi titoli vengono letti distrattamente o con superficialità. Statistiche male interpretate, termini fraintesi e l’inconsapevole desiderio che qualcosa di sensazionale sia finalmente accaduto ci rendono più propensi a credere in qualcosa che, razionalmente, dovrebbe suscitare dubbi.

Quando si cercano informazioni su nutrizione o medicina è importantissimo ricordare che nonostante gli studi su animali, tessuti o singole cellule possano indicare alla ricerca la giusta direzione da seguire, l’unico modo che abbiamo per sapere come reagirà il nostro organismo ad un particolare trattamento è condurre uno studio che coinvolga soggetti umani [5][6].

In medicina e in statistica, il gold standard per i test clinici è il Randomized Clinical Trial (test clinico casuale) o RCT. Il metodo consiste nell’assegnare casualmente le persone su cui verranno effettuati i test a due gruppi di studio (normalmente i soggetti non sanno a quale gruppo appartengono). Questa operazione mira alla creazione di due insiemi il più simili possibile, la cui unica differenza significativa è proprio quella che i ricercatori stanno cercando di studiare, ossia iltrattamento somministrato. E’ importante non solo che questi vengano formati con un’opportuna casualità, ma anche che risultino omogenei fra loro per quanto riguarda età, sesso, condizioni di salute e etnia[7]: in mancanza di queste caratteristiche di partenza i risultati della ricerca probabilmente condurranno a conclusioni errate.  Ad esempio, se volessimo testare l’efficacia di un nuovo medicinale, creati due gruppi, uno riceverà il nuovo medicinale, l’altro un placebo. Terminata la fase di sperimentazione potremo confrontare i dati raccolti dai due gruppi e stabilire quali differenze, positive e negative, sono state indotte tramite la terapia testata.

Il Randomized Clinical Trial è uno strumento incredibilmente efficace per fare ricerca, infatti in molte nazioni è sufficiente svolgere due studi RCT prima di rendere un farmaco commerciabile. D’altro canto, in molti casi, questo genere di test non può essere condotto per motivi che variano dai rischi per i pazienti alla quantità di soggetti che sarebbero necessari. In questi casi gli scienziati si affidano ad un’altra tecnica, lo studio epidemiologico. Come funziona?

Questo metodo consiste nell’osservare i soggetti dello studio nelle loro abituali condizioni e non in contesti controllati. Supponendo di voler testare se una nuova erba causi sensazioni di nausea in chi lo assume, anziché somministrare gli estratti d’erba ad un gruppo di volontari, ci rivolgeremo a persone che ne fanno già un uso regolare e ne osserveremo gli effetti: questo insieme di persone prende il nome di coorte. Ora, avremo bisogno di analizzare la frequenza d’incidenza di nausea in persone che non assumono regolarmente l’ingrediente in analisi, quest’altro gruppo prenderà il nome di casi-controllo. Se confrontando le statistiche si evincerà che ci sono più persone che soffrono di nausea nella coorte, potremmo concludere che c’è una relazione fra l’assunzione del prodotto e la nausea [8]. E invece no. La verità è che gli studi epidemiologici non sono affidabili quando si tratta di stabilire relazioni causali, o se preferite causa-effetto, per via dei loro difetti intrinseci.

Infatti, questa tecnica non prevede l’analisi degli effetti su un campione completamente casuale di persone e non tiene in considerazione tutti quei fattori noti come variabili confondenti. Per esempio, potrebbe non essere tenuto in considerazione che chi fa uso abituale di un particolare prodotto d’erboristeria non gode di una perfetta salute, o è tendenzialmente anziano, mentre è possibile che i casi-controllo, al contrario, siano persone giovani e in forze o che abbiano una dieta completamente differente.

Tutti questi elementi, uniti a conflitti d’interessi o ad un uso selettivo dei dati (alcuni ricercatori ignorano la parte di dati che remano contro la loro tesi) rende tutti gli studi epidemiologici molto sospetti. Non fraintendete, la maggior parte degli studi epidemiologici sono condotti con serietà e rigore, ma anche quando un autore riesce ad ottenere la fiducia del pubblico, dimostrando come ha tenuto conto degli errori sopra citati, rimane un enorme problema di fondo da considerare. La natura stessa del metodo, ovvero analizzare le differenze preesistenti fra gruppi di persone invece che indurre le stesse in gruppi omogenei, implica che lo studio può dimostrare solo una correlazione fra elementi invece che un vero e proprio rapporto causale.

Forse starete pensando, se gli studi epidemiologici sono davvero così inaffidabili per quale ragione vengono condotti?

Questo genere di studio non è completamente inutile. Tramite studi epidemiologici ad esempio è stato dimostrato quali e quanti danni fanno il fumo e l’amianto, ma solo dopo che un grande numero di studi diversi ha puntato nella stessa direzione.

La prossima volta che navigando su internet vi capiterà di leggere di una nuova cura miracolosa o dei terribili pericoli che ha una sostanza di uso quotidiano, provate a recuperare lo studio da cui si è originata la notizia e a verificare come è stato condotto. È uno studio condotto su soggetti umani? È uno studio epidemiologico? Che genere di persone hanno composto i gruppi di studio? Le statistiche cosa stanno suggerendo?

Questa e altre domande spesso vi permetteranno di giungere a conclusioni differenti da quelle vi che sono state proposte inizialmente.

Referenze:

–          [1] Huang HY, Caballero B, Chang S, et al. (May 2006). “Multivitamin/mineral supplements and prevention of chronic disease” (PDF). Evid Rep Technol Assess (Full Rep) (139): 1–117. PMID 17764205.

–          [2]Neuhouser ML, Wassertheil-Smoller S, Thomson C et al. (2009). “Multivitamin use and risk of cancer and cardiovascular disease in the Women’s Health Initiative cohorts”. Arch Intern Med 169 (3): 294–304. doi:10.1001/archinternmed.2008.540.PMID 19204221.

–          [3] Heungsup, Sung. “Korean Red Ginseng Slows Depletion of CD4 T Cells in Human Immunodeficiency Virus Type 1-Infected Patients”. NCBI. Retrieved 19 September 2013.

–          [4] Kitts D, Hu C. Efficacy and safety of ginseng. Public Health Nutr 2000; 3: 473-85.PubMed Citation  (Review of the history, composition, purported effects, clinical efficacy and safety of ginseng).

–          [5] Matthews, R.A.J. (2008). Medical Progress Depends on Animal Models – Doesn’t It? Journal of the Royal Society of Medicine, 101: 95-98.

–          [6] Hackham, D.G. and Redelmeier, D.A. (2006). Translation of Research Evidence From Animals to Humans. Journal of the American Medical Association, 296(14): 1731-1732.

–          [7] U.S. Department of Health and Human Services(October2006). Principles of Epidemiology in Public Health Practice, Third Edition – An Introduction to Applied Epidemiology and Biostatistics

–          [8] D Coggon, Geoffrey Rose, DJP Barker. Epidemiology for the uninitiated.

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