Commento all’intervista di Vandana Shiva su Repubblica

E’ del 4 ottobre 2014 l’ultima intervista di Vandana Shiva rilasciata a Repubblica dopo le innumerevoli critiche partite dal New Yorker [1] che l’ha vista protagonista del polverone che ha messo nero su bianco l’assurdità e l’infondatezza scientifica di molti degli argomenti addotti dalla signora nella sua crociata contro gli OGM.

Cosa avrà detto a sua discolpa? Avrà ammesso le evidenti lacune logiche che già molti prima del New Yorker avevano evidenziato? Purtroppo no: Vandana Shiva si è semplicemente dimostrata degna del suo nome, eludendo o deviando dalle questioni scomode e appellandosi a problemi che non sussistono quando addirittura risultano essere palesemente falsi. Ovviamente non voglio limitarmi ad un attacco generico senza entrare nello specifico della mia critica, pertanto comincerò a commentare passo dopo passo le parole espresse dalla Shiva.

L’intervista inizia chiedendo spiegazioni circa le competenze scientifiche della signora e sul suo essere “scienziata”, dato che l’articolo sulla rivista americana aveva fatto di questo una parte della critica. Vandana Shiva ha ovviamente sfoggiato il suo curriculum, fatto di master in Fisica e un dottorato in Filosofia della Scienza su cui nessuno obietta, ma certo nemmeno soddisfa! Innanzitutto dovremmo dire che, per quanto una persona abbia i titoli, ciò non è sufficiente per essere “scienziati”. Purtroppo, anche guardando le vicende italiane, siamo fin troppo pieni di persone che “escono dal seminato” e che fondano le proprie visioni pseudoscientifche sulla propria autorità posta come incontestabile per via dei titoli posseduti. Insomma, per farla breve il classico discorso “se lo dice lui che è laureato in X, allora è sicuramente vero”.

Non dovremmo mai dimenticare di ricordare a costoro, infatti, che lo smantellamento del principio di autorità è stata una grandissima conquista per il pensiero scientifico che, ricordiamo, non trova valore in base a “chi” dice qualcosa, ma in base a dati che supportano quella spiegazione rispetto ad un’altra.

Ma se il titolo non fa lo scienziato, cosa fa lo scienziato?

Chiariamoci, qui nessuno sminuisce il valore del titolo, anzi! Però, in quest’ottica, dovremmo affermare con la stessa franchezza che, se un titolo è una condizione necessaria per essere scienziato, non è detto che sia anche sufficiente.

Insomma, si può avere i titoli e non essere scienziati.

Volendo azzardare una risposta, dunque, dico che lo scienziato è colui che oltre ad avere competenze si occupa quotidianamente di scienza, attraverso la ricerca. La scienza è, infatti, una disciplina operativa e allora come, se non su un criterio di operatività, si può definire uno scienziato?

Tornando quindi alla nostra carissima Vandana Shiva, che dire? In primo luogo, come competenze, checché ne possa dire dottorati in filosofia della scienza e master in fisica non fanno propriamente della signora una scienziata e, volendo essere un po’ più cattivi, nemmeno le danno una competenza certificata nel merito degli OGM, visto che trattasi di una disciplina completamente diversa dal suo campo di studi.

Alzo le mani: non cado certamente nell’errore di assumere come false le dichiarazioni della Shiva solo perché essa non ha competenze specifiche: so bene che si possono dire cose vere anche senza competenze, tuttavia questa mia lunga osservazione vuole semplicemente mettere le carte in tavola nei confronti di coloro che ritengono la Shiva una insindacabile esperta nel campo degli OGM.

Finito il preambolo, andiamo avanti ed entriamo in questioni ben più calde.

“Specter non ha fatto una vera ricognizione sul campo, non si è spinto nella regione cotoniera del Maharashtra. Altrimenti avrebbe saputo di Shankar Raut e Tatyaji Varlu, del villaggio di Varud, suicidi dopo il disastroso raccolto di cotone Bt. E tanti casi come questi”

Classico argomento per deviare dall’evidenza dei dati. Non siamo nuovi a discorsi simili, basti pensare al nostro Vannoni e le sue critiche alle commissioni scientifiche che “non visitano i bambini negli ospedali”, un analogo delle ricognizioni shivane.

Cara Vandana Shiva, si ricordi che i dati sono dati e di lì non si scampa. Ricognizioni o meno.

Senza dimenticare, naturalmente, che a fronte di dati statistici è abbastanza insensato tirare fuori singoli casi, ammesso tra l’altro che siano veri. Sia chiaro, non voglio certo scherzare su suicidi, tuttavia poiché trovo alquanto squallido strumentalizzare dei morti per fini ideologici, gradirei che la Shiva portasse documenti a favore di quanto sostiene perché sia chiaro, almeno a me, non basta che “lo dica lei”.

In tutto questo, i dati dicono tutto l’opposto di quanto la Shiva va raccontando. Se n’è accorto il New Yorker [1] non molto tempo fa e se ne è accorto il nostro Bressanini ancora prima.[2]

Ma andiamo oltre:

“Gli agenti della Monsanto che vendono semenze Ogm, fertilizzanti e pesticidi, sono gli stessi che fanno il credito. Il contadino prima si indebita per le semenze di cotone, poi scopre di dover comprare più fertilizzanti e pesticidi e s’indebita ancora. Il bacillo del cotone Bt perde efficacia, le dosi di pesticidi aumentano, i debiti pure. È questo ciclo di alti costi, escalation nei prodotti chimici, la trappola del debito che spinge al suicidio”

Stando alla signora, il contadino si indebiterebbe per l’acquisto di una quantità maggiore di fertilizzanti a causa della perdita di efficacia del bacillo che produce la tossina BT.

Facciamo un attimo chiarezza: in primo luogo ci terrei a dire che nessuno obbliga i contadini ad acquistare sementi OGM. Se un contadino, tra sementi tradizionali e OGM sceglie quest’ultimi, un motivo ci sarà, no? Che poi i sementi abbiano un costo credo sia anche legittimo. La Monsanto, o chi per lei, per la sua produzione ha investito fior fior di quattrini ed è giusto che debbano guadagnarci se il prodotto funziona. Parliamo sempre di società che hanno scopo di lucro, come anche un’azienda farmaceutica.

Insomma, non voglio certo mettermi a fare i conti nelle tasche degli altri, ma tenendo conto dell’indiscutibile efficienza/produttività di una agricoltura OGM anche sul piano economico 3, se i contadini indiani veramente arrivano ad indebitarsi per l’acquisto dei sementi, non immagino nemmeno cosa dovrebbero fare per avere gli stessi risultati con coltivazioni tradizionali.

Riscontro poi una certa confusione nelle parole della Shiva: l’impiego di coltivazioni OGM va proprio a limitare, tra le altre cose, l’uso di pesticidi 4: come è possibile, dunque, che un contadino debba acquistarne sempre di più?

Di difficile comprensione mi è pure il nesso con il Bacillus Thuringiensis (abbreviato Bt): esso viene infatti impiegato in agricoltura biologica-tradizionale, mentre in quella OGM viene preso il gene della tossina che il Bacillus Thuringiensis produce e inserito all’interno della pianta, in modo che possa produrla autonomamente. Non capisco, seriamente, dove stia la perdita di efficacia di questa soluzione, sopratutto se confrontata con le altre tipologie di agricoltura.

“Prima che arrivasse la Monsanto le semenze locali di cotone costavano da 5 a 10 rupie il chilo. Il monopolio costruito dalla Monsanto ha fatto salire i prezzi a 3.555 rupie il chilo di cui 1.200 sono royalties. Laddove la Monsanto ha dovuto ridurre i prezzi, per esempio nell’Andra Pradesh, è successo grazie alle nostre pressioni sull’antitrust locale. Anche la legge del 2001 non nasce per caso, io ero stata designata tra gli esperti del ministero dell’Agricoltura. Ma la lotta non finisce mai. Pensi che in questo momento la Pepsi Cola sta penetrando nel business delle mense scolastiche in India. Altro che alimentazione equilibrata, chilometro zero. Un colosso americano del junk-food vuole decidere cosa mangiano i bambini indiani. È in pericolo la nostra sovranità alimentare. Dietro le campagne ideologiche come questo articolo del New Yorker s’intravede un altro obiettivo. Monsanto vuole conquistare l’Africa. Perciò devono diffondere il mito che i loro Ogm hanno reso ricchi i contadini indiani”

Altra questione, altra deviazione. Chiara la tecnica della “demonizzazione” dell’avversario per, ancora una volta, ignorare i dati di fatto o più semplicemente spostarne l’attenzione.

Certe tecniche subdole potranno funzionare nei confronti di chi pende dalle labbra della Shiva, ma di sicuro non lo fanno con me.

Anche qualora i dati siano giusti, semplicemente dirli così non ha punto senso. Si confrontano dati assoluti senza metterli il relazione con il profitto. Errore a dir poco banale, specialmente da una persona che ha studiato Fisica e da cui ci si aspetterebbe, pertanto, una certa dimestichezza con i numeri.

Abbiamo già citato alcuni risvolti positivi nell’uso degli OGM: prendiamo il mais tradizionale e la sua controparte OGM, il mais bt. Sappiamo che le colture di mais tradizionale sono infestate da un lepidottero, la piralide, che comporta la perdita di buona parte del raccolto a causa delle proprie larve e dell’aumento di fumonisine (micotossine cancerogene) nelle lesioni da esse generate. Questo fenomeno viene arginato con l’uso di pesticidi che tuttavia pongono un freno al problema,  ma non certo una “soluzione definitiva”.

Il mais bt, OGM, invece, offre una soluzione sicuramente più radicale. Producendo “in proprio” la tossina letale per le larve non solo evita l’uso eccessivo di pesticidi, ma limita in modo più marcato l’infestazione tanto ché sono addirittura necessarie delle misure per impedire la comparsa di una elevata pressione selettiva verso questi insetti che porterebbe a selezionare specie resistenti alla tossina.

Ora, tornando a noi, se io compro 1Kg di semi tradizionali ad un certo prezzo e 1Kg di semi OGM ad un altro (maggiore del primo), è evidente che qualunque ragionamento economico, viste le considerazioni sopra, deve essere fatto in virtù dei profitti. Se di quel Kg di mais tradizionale devo buttare il 40% del raccolto (cifra a caso) è evidente che anche se costa meno può non convenire rispetto ad un Kg di mais OGM, dove magari ne devo buttare il 10% (altra cifra a caso), senza contare il risparmio in termini di pesticidi, perdita dovuta alla terra inutilmente coltivata etc. Insomma, al di là di disquisizioni su numeri, rupia più rupia meno,  spero sia chiaro il ragionamento che ho fatto.

Ecco fatta la magia, quindi. Se i semi costano di più, ma nonostante ciò i guadagni sono maggiori, ci credo che i contadini scelgano comunque sementi OGM.

Per il resto nessuno dice che dobbiamo fare il gioco delle multinazionali, nel senso che è giusto lottare affinché le multinazionali non abusino della loro posizione. Certo è che non possiamo nemmeno demonizzarle trincerandosi dietro pregiudizi e falsità per non ammettere certe cose.

Faccio finta, inoltre, di non vedere il supposto complottismo da parte della Shiva in riferimento al New Yorker e la Monsanto.

“Il principio fondamentale che ci muove è questo: l’idea che il diritto su un seme sia proprietà privata, è inaccettabile. Non si deve poter brevettare e privatizzare una pianta (o addirittura generazioni di piante) così come non si deve poterlo fare con la vita umana […] Uno scienziato puro non deve trasformarsi in venditore globale di sementi brevettate ”

Qui Vandana Shiva cade come un fico secco, come si suol dire in certe parti d’Italia. La Shiva sembra non sapere (o fa finta di non sapere?) che i brevetti non esistono solo sugli OGM 5. Anche le varianti e gli ibridi impiegati in agricolture convenzionali e biologiche possono essere brevettate. Anche su tutte queste si pagano royalties e anche per gli ibridi si è quasi-costretti ad acquistare anno dopo anno nuovi sementi in quanto generazione dopo generazione perdono in termini di produttività (se non sono completamente sterili). Allora dove sta il problema? Sugli OGM o sulla struttura del mercato agricolo?

Se il problema è veramente questo, perché non fare una lotta indipendentemente dall’origine del seme? Ancora una volta si strumentalizza una questione falsandola per il proprio tornaconto ideologico.

“La Monsanto non persegue il progresso scientifico, altrimenti non sarebbe contraria alla trasparenza. Guardi, nonostante le loro campagne perfino in America l’opinione pubblica vuol essere informata, chiede l’etichettatura degli Ogm. E Monsanto che fa? Trascina in tribunale lo Stato del Vermont per bloccare l’obbligo delle etichette trasparenti.”

Personalmente sono il primo a favore di una corretta etichettatura dei prodotti, come forma di tutela del consumatore finale. Quindi in questo caso si sfonda, con me, una porta aperta. Infatti, come ho già scritto sopra, non dico che non bisogna lottare per i diritti dei consumatori nei confronti delle multinazionali. Non mi sembra, tuttavia, che abbattere la demonizzazione che c’è sugli OGM implichi il diventare schiavi delle multinazionali stesse. Ogni azienda tenta e tenterà sempre di fare il proprio tornaconto personale, lo fa una multinazionale agraria e lo fa una multinazionale farmaceutica. Il paragone non è fatto a caso: come non rinuncio ad un farmaco solo perché la multinazionale fa il proprio tornaconto, così non ha senso rinunciare ad un OGM solo perché la Monsanto (o altra azienda simile) fa qualche cazzata. E stia certa che, a fronte di abusi, tutti saremmo pronti, insieme, a fare muso duro con le multinazionali.

Tuttavia, in questo clima, non posso che comprendere per certi versi pure la Monsanto stessa: con la demonizzazione che vige sugli OGM, l’etichettatura andrebbe a ledere i propri interessi semplicemente perché la gente, spaventata da questo mostro ideologico in modo infondato, smetterebbe di acquistare tali prodotti che magari il giorno prima mangiava senza problemi. Sia chiaro, non giustifico, ma comprendo.

Scommettiamo che se terminasse questo clima da guerra fredda nei confronti degli OGM, pure certe questioni come l’etichettatura negli USA verrebbero affrontate in modo decisamente diverso?

“Anche l’Europa è minacciata, dentro il nuovo trattato di libero scambio che state negoziando con gli Usa ci sono attacchi al vostro principio di precauzione”

Cara Vandana Shiva, forse lei non lo saprà, ma in Europa attualmente gli OGM non sono vietati, semplicemente si lascia la decisione se legalizzarli o meno all’autonomia di ogni singolo stato [6][7]. E, nonostante questo, persino in paesi molto rigidi legislativamente da questo punto di vista come l’Italia, pur vietando la coltivazione di colture OGM, ne permette l’importazione da destinare alla produzione di mangimi animali, le cui carni o altri derivati non mancano certo sulle nostre tavole.

Capisce che questa anomalia tutta italiana mi lascia personalmente dubbioso, specialmente perché l’OGM offrirebbe una ghiotta opportunità di rilancio del settore agricolo (perennemente in crisi nel nostro paese [8]) evitando di spendere soldi per comprarlo dall’estero. Ma vabbè, questa è un’altra questione che non voglio affrontare qui.

“Se non ci vado io, andranno altri a sostenere le mie tesi. L’importante è che l’Expo non sia una manifestazione commerciale bensì un’occasione educativa,per riflettere sul grande tema di oggi: in che modo si deve nutrire l’umanità, con quali conseguenze sulla salute, sui consumi energetici, sulla biodiversità. Dobbiamo riprenderci questi temi essenziali della vita, sottrarli alla macchina propagandistica dell’agrobusiness”.

A fianco di “macchina propagandistica dell’agrobusiness” scriverei (e sottolineerei) anche “e delle macchine propagandistiche ideologiche”, ma per il resto concordo perfettamente.

L’intervista completa è possibile trovarla su Repubblica.it al seguente link: http://www.repubblica.it/ambiente/2014/10/03/news/intervista_vandana_shiva_ogm-97215746/?rss

___________________________________

[1]: http://www.newyorker.com/magazine/2014/08/25/seeds-of-doubt

[2]: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/02/l%E2%80%99inesistente-legame-tra-suicidi-e-cotone-ogm-parte-2/369869/

[6]:http://ec.europa.eu/food/plant/gmo/legislation/future_rules_en.htm

[7]: http://www.consilium.europa.eu/uedocs/cms_Data/docs/pressdata/en/envir/143188.pdf

[8]: http://www.wired.it/economia/business/2014/04/10/bozza-agricoltura/

 

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