Intervista multipla a ricercatori italiani

Noi di Italia Unita per la Scienza abbiamo costituito il nostro progetto anche e soprattutto per contrastare la deriva antiscientifica che invade il nostro paese, oltre che per raccontarvi la scienza in maniera intrigante e appassionante.

E sicuramente alcuni dei protagonisti che più affrontano da vicino questo problema sono i nostri ricercatori. Molti dei quali si vedono costretti a cercare opportunità all’estero per poter far fruttare duri e lunghi anni di studio, impegno e lavoro, con progetti innovativi e tante possibilità di ricerca.

Questa “intervista multipla” è per tutti i ricercatori che desiderano contattarci (al nostro indirizzo e-mail, ma anche tramite i social network) e raccontarci la loro storia. In primis, quelli che attualmente lavorano all’estero, per spiegarci come mai sono dovuti andare via, cosa possono fare ora che non potevano fare in Italia e cosa ci vorrebbe per indurli a tornare. Ma anche chi in Italia lo è tuttora e ha passato del tempo all’estero in passato (come stage, dottorati o altri tipi di formazione) e ha le idee ben chiare su quali sono le differenze fra il nostro paese e gli altri nel modo in cui sostenere la scienza. Brevi racconti, che mettano a tu-per-tu scienziati e comuni cittadini, accorciando le distanze, creando dei ponti.

L’intento è soprattutto di sensibilizzare i nostri lettori e l’opinione pubblica su quale sia la vita dei ricercatori, i suoi sogni, le sue speranze, i suoi “sfoghi”. Lo facciamo per cercare di mostrarvi volti umani, persone come noi e voi, che compiono un lavoro importante, e non sono delle figure astratte rinchiuse in una torre d’avorio dove scrivono geroglifici alla lavagna e discutono di massimi sistemi.

Ringraziamo chi vorrà contribuire.

Ringraziamo i membri di AIRI (Associazione Internazionale Ricercatori Italiani) per il supporto.

Ma soprattutto, ringraziamo chi leggerà queste brevi storie e penserà a quel che rappresentano per noi e per l’Italia.

Buona lettura.

 

Lucia De Luca

 

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Salve a tutti,

sono Lucia, una giovane ricercatrice italiana. Nel 2009 ho conseguito la triennale in Biologia evolutiva e dello sviluppo e nello stesso periodo ho svolto la mia tesi nel laboratorio di Botanica sulla Lepidocronologia della Posidonia Oceanica. Esperienza veramente bella e formativa. Nello stesso anno iscrittami alla facoltà di Biologia Marina, presso l’Università di Bologna, ho avuto l’opportunità di poter fare la mia tesi sperimentale all’interno del  Laboratorio di Fisiologia e Biochimica Ambientale, ho lavorato sull’attività catalitica ed enzimatica di alcuni geni antiossidanti all’interno della ghiandola digestiva del Mitylus Galloprovincialis esposto a fluexitina, propanolo e alla miscela dei due farmaci. Successivamente ho vinto un assegno di ricerca all’Università “Magna Graecia” di Catanzaro nell’ambito della Biologia delle cellule staminali del maxillofacciale, collaborato durante il biennio 2013-2015 con Prof. di fama mondiale. Nello stesso anno collaborato con Arpa Calabria dove gestivo due laboratori, microbiologia e tossicologia ambientale.  Ora sono in attesa di rinnovo contratto, con la speranza di poter continuare a dare un contributo al nostro bel Paese che sembra essere diventato solo per vecchi. Mi rendo conto di essere tra quella cerchia di poche persone che spera e crede ancora in futuro migliore della nostra Italia, che paragono sempre ad un bel fiore nel deserto! Ad maiora semper!

Lucia

Alessandra Costa

Costa

Ciao,

sono Alessandra, professione ricercatore biologo. Ho frequentato l’universita’ a Tor Vergata (Roma), ma ho svolto la testi di specialistica ed il dottorato presso la Sapienza (sempre Roma). Durante il dottorato ho cercato di svolgere un periodo all’estero ma il mio argomento di tesi sembrava non essere trattato da nessun altro al mondo.
I motivi che mi hanno spinto ad andare all’estero sono molteplici, in ordine di importanza:
– sentivo la necessita’ di provare cosa volesse dire fare ricerca fuori dall’Italia, lo ritenevo, e lo ritengo, molto importante per la mia crescita professionale
– il campo di ricerca di cui sono appassionata (l’ingegneria dei tessuti) e’ purtroppo molto indietro nel nostro paese
– ero frustrata dal trattamento (anche molto buono se paragonato ad altre esperienze) che le mie ricerche ed io abbiamo ricevuto dalla maggior parte dei supervisor in italia (senza scendere in problemi piu’ triaviali come la mancanza di soldi, di l’assistenza in qualsiasi ambito, sia scientifico che tecnico), trattamento che mi ha fatto passare la passione della ricerca in soli 4 anni.
Cosi’ mi ritrovo a fare il PostDoc in America, McGowan institute for regenerative medicine, UPMC, Pittsburgh, PA. Qui mi e’ tornata la voglia di fare ricerca, un verbo che comprende un mondo sterminato di altri verbi tra cui impostare e fare esperimenti, provare ed imparare nuove tecniche, presentare e confrontarsi, scrivere progetti e grants, insegnare, trasmettere, ottimizzare). Qui ho l’oppurtunita’ di esprimere liberamente la mia opinione senza sentirmi screditata o incompresa. Qui ho un buono stipendio e le risorse per poter mettere in pratica le mie idee.
Cosa ci vorrebbe per tornare. Io tornerei di corsa (perche’ nessun luogo e’ come Roma, e nessun popolo e’ gli Italiani) se potessi avere la possibilita’ di costruirmi un futuro. Perche’ questo accada credo ci siano due strade percorribili:
1- Il lavoro del ricercatore deve essere considerato un lavoro, un lavoro a tempo indeterminato (altrimenti le banche non ti danno finanziamenti per, che so, comprarti una casa per esempio) e gli stipendi devono essere proporzionati al livello di istruzione.
oppure
2- Credo sia un bene che il nostro lavoro sia a tempo determinato perche’ ci permette di cambiare (un verbo fondamentale nella ricerca e nelle scoperte), pero’ a questo punto dovrebbe cambiare anche il sistema economico , cosi’ che si possa  vivere nell mobilita’ in un’economia che tenga conto anche di questo.
Questo sarebbe sufficiente, il resto, tutto quello che c’e’ di vecchio, inutile e corrotto lo cambiamo noi.
Sono molto piu’ di 10 righe: sorry.
In bocca al lupo tutti.
Ale

Valerio Embrione

valerio embrione

Mi chiamo Valerio, sono biotecnologo medico e ho conseguito la laurea triennale e specialistica alla “Federico II” di Napoli. Dopo una breve parentesi da tirocinante per preparare la tesi triennale, dal 2007 al 2009 ho fatto il tirocinio per la specialistica presso il Telethon Institute of Genetics and Medicine (Tigem) di Napoli, nel laboratorio del Dr. Ballabio. Nel 2009 è stato pubblicato il mio primo lavoro come co-autore, su Science, oltre a 2 poster per congressi nazionali e 2 internazionali. Dopo la pubblicazione, il mio tutor dell’epoca ha vinto una tenure position a Houston, TX e io ho abbandonato l’istituto, dedicandomi a finire gli esami. La crisi mi ha spinto a cercare un lavoro per aiutare la mia famiglia, dal momento che nel 2010 mio padre rimane senza lavoro. Così ho girato mezza regione Campania alla ricerca di un laboratorio di analisi mediche per poter portare a casa qualche soldo. Niente da fare, la Sanità aveva chiuso i rubinetti dei finanziamenti. Ho fatto anche un colloquio come operatore di telemarketing. “Troppo titolato per fare un lavoro del genere”, questo mi sono sentito dire. Nel 2012 ho avuto la fortuna di entrare a far parte del gruppo del Dr. Netti all’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), sempre a Napoli, collaborando nel frattempo anche con il gruppo del Dr. Ferraro all’Istituto Nazionale di Ottica (INO), a Pozzuoli (NA). Mi è stato offerto un contratto formativo gratuito per 8 mesi, poi ho visto il primo stipendio: 950€. Nel frattempo ho collaborato a 7 paper, di cui 2 già pubblicati, 3 per proceedings e 2 attualmente in revisione, più 4 poster per congressi internazionali. E avrei potuto applicare per il dottorato, rimanendo a lavorare con loro in caso di vittoria. Mi sono guardato intorno, ho visto che questa non era la vita che volevo, ma mi aspettavo di più da tutti i sacrifici che avevo fatto fino a quel momento. A settembre 2012 invio il mio CV a tappeto ad una settantina di laboratori statunitensi. Mi rispondono tutti, chi per dirmi di non avere position aperte, chi per invitarmi ad applicare per il dottorato… 3 mi invitano per una position immediata. Ne accetto una delle 3, quella che mi sembrava più vicina alle mie corde in termini di progetto. A gennaio 2013 lascio l’Italia, non prima di essermi sposato così di fretta da non rendermene neanche conto, e arrivo all’Ohio State University. Un progetto ambizioso nel laboratorio del Dr. Leone (uruguayano di nascita, canadese d’adozione, ma chiaramente italiano di origine), in un’università che mira ad arrivare alle prime 3 posizioni nel mondo come eccellenza nel campo del cancro (oltre ad esserlo già per lo studio dell’RNA). Ed è proprio in quest’ambito che adesso mi muovo. Un anno di prova, il mio capo si convince e mi propone di applicare per il dottorato. A 30 anni. Ora sto finendo il mio primo semestre da studente. È dura, lui mi chiede di lavorare oltre 60 ore alla settimana. La paga è decente, ma il costo della vita qui mi aiuta. Ho una casa da 100 m2 nella quale non manca nulla, ho appena comprato un’automobile e ho tanti amici. Dell’Italia ogni tanto mi manca il cibo, una buona pizza o una mozzarella di bufala. Naturalmente la mia famiglia… Ma rifarei questo passo migliaia di altre volte! Con un PhD americano forse ho più probabilità di altri di fare una carriera di livello, questa è la mia scommessa. E tornare in Italia? Per il momento non ci penso affatto. Magari un giorno, ma solo con una posizione degna. Da professore ordinario e con un ruolo dirigenziale in un’azienda o in un istituto di ricerca. Sognatore? Magari anche un po’ presuntuoso? Non lo so. Ma mi sono messo in gioco e ho tanta voglia di vincere tutte le mie scommesse. Che in Italia non avrei mai potuto vincere.

Francesca Seta

francesca seta

Ciao mi chiamo Francesca Seta sono una ricercatrice italiana che lavora all’estero e scrivo la mia storia in risposta alla vostra richiesta. Mi sono laureata in Chimica e Tecnologia Farmaceutiche (CTF) all’Università D’Annunzio di Chieti. Dopo la laurea ho continuato a lavorare per circa due anni nel laboratorio dove avevo svolto la tesi con contratti a tempo determinato (ai tempi chiamati Co.co.co). Sono poi partita nel 2001 per New York dove ho svolto un PhD in Farmacologia al New York Medical College. Sono poi andata in Canada alla Queen’s University per un postdoc di 4 anni per poi trasferirmi a Boston alla Boston University prima come postdoc nel 2010 e poi dal 2011 come Assistant Professor. Ora spero di poter stabilire il mio laboratorio se riesco ad ottenere almeno un grant dall’NIH. Al momento mi occupo di biologia vascolare, in particolare ipertensione e dissezione/aneurisma dell’aorta. Credo che la laurea e il sistema educativo italiano mi abbiano dato delle basi ottime ma il mio amore per la ricerca e’ nato e sviluppato in America, dove ti danno i mezzi per diventare un independent investigator non solo materialmente ma soprattutto per formazione.
Paola Dama
paola dama
Sono Paola e mi sono trasferita a Columbus in Ohio nel laboratorio del prof. Carlo Maria Croce al Comprehensive Cancer Center, dove ho ottenuto il titolo di dottore di ricerca in oncologia molecolare e farmacologia nel marzo del 2013. Attualmente lavoro come assegnista di ricerca nel laboratorio del Dr Paul Goodfellow, Ph D al Comprehensive Cancer Center dell’ Ohio State University. Mi sono laureata con lode all’Università Federico II di Napoli in Scienze Biologiche, ho lavorato alla tesi sperimentale nel gruppo del prof. Andrea Ballabio all’Istituto Telethon TIGEM di Napoli.
I motivi che mi hanno spinto ad andarmene sono dovuti a diverse ragioni. Il mio percorso di studio, a differenza forse della maggior parte degli studenti, è stato tortuoso e lungo per motivi personali che non sto qui a spiegare. Pertanto ero già considerata una persona fuori gioco. Ancor prima di laurearmi, cercavo il mio impiego futuro, una nuova posizione, a corollario del mio costante impegno, della mia serietà e responsabilità, del mio entusiasmo che era anche più marcato di una persona di dieci anni più giovane di me. Ero arrivata a quella meta testarda, con sacrificio, ambiziosa e speranzosa che prima o poi anche io ce l’avrei fatta. C’era molta diffidenza, che io in parte mi spiegavo, ma che non volevo capire.E mi fu detto chiaramente che per quanto il mio curriculum da 110 e lode e quasi tre anni nel gruppo di ricerca del prof. Ballabio era perfetto per quella posizione,la mia età non dava garanzie. I miei “34” anni costituivano un problema. Sì, perché in Italia la questione età è il primo scoglio da superare. A quel punto, perché scoraggiarsi? Non ho mollato il mio desiderio di vedermi dottorata. E così è stato, la mia determinazione mi ha fatto vincere il dottorato in oncologia all’Università di Ferrara. A quel punto si era aperta la possibilità di poter andare a lavorare nel laboratorio del Dr Croce, candidato premio Nobel ed io non ho esitato un secondo. Era arrivato il momento di trovarmi in una condizione in cui non avevo altre scuse per dimostrare a me stessa di essere capace nel fare questo lavoro, senza limitazioni di fondi, in un contesto competitivo ed in cui avrei solo potuto imparare e dare il meglio di me stessa. Sono rimasta ancora qui negli States e nessuno prova a chiedermi quanti anni ho. Mi sento una giovane ricercatrice nel suo percorso, tra i tanti ripensamenti nei momenti di sconforto in cui mi sono sentita in esilio, ma ancora con grande entusiasmo e determinazione. Questo è il nostro destino, siamo figli del mondo, per poter fare egregiamente il nostro lavoro abbiamo bisogno di stimoli, nuove conoscenze e nuove interazioni. Nonostante mi sia forse sentita tradita da una città che non mi ha dato la possibilità di crescere nel suo contesto, non ho mai trascorso un giorno senza dimenticare le mie origini, E quando ho avuto la possibilità di poter dare il mio contributo ho costituito la Task Force Pandora.
Contributo volontario e soprattutto indipendente dai giochi politici. Oggi il gruppo è stato riconosciuto dalla comunità scientifica e ne sono orgogliosa, e forse ancora di più perchè quel riconoscimento è arrivato da chi mi aveva detto che ero vecchia per quella posizione.

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