Analisi della divulgazione scientifica e breve vademecum

Roberto Albanesi ha voluto sottoporci questo articolo, che affronta il suo punto di vista riguardo la tematica della divulgazione scientifica.
Lo ringraziamo anche per la disponibilità al dialogo e al confronto.
A fine articolo abbiamo aggiunto altri link di approfondimento a riguardo, poiché il tema divulgativo è ampio e va certamente esplorato a fondo affrontando molte altre situazioni.
E voi, cosa ne pensate invece della questione?

La divulgazione scientifica

La divulgazione scientifica è l’attività che permette di rendere accessibile al grande pubblico la cultura scientifica.

Purtroppo non basta essere esperti in una materia per essere ottimi divulgatori; ovvero, la divulgazione scientifica non è per tutti. Nella comunità scientifica troviamo per esempio il ricercatore, interessato ai risultati della ricerca, o il didattico, interessato a insegnare la propria materia. Possono un ricercatore o un professore universitario essere anche buoni divulgatori? Dipende.

Nella mia carriera scolastica ho trovato docenti che sapevano essere sia ottimi insegnanti che ottimi divulgatori e altri che non erano né l’una né l’altra cosa! Nel tempo ho affinato un semplice test per capire la propensione a essere divulgatori. Provate a rispondere a questa semplice domanda: che relazione esiste fra cultura e qualità della vita? Nella parte finale dell’articolo troverete un paragrafo dedicato alla risposta; ora occupiamoci della buona notizia: diventare ottimi divulgatori è possibile. Vediamo come.

Farsi capire

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La regola fondamentale è che

divulgare vuol dire in primis “farsi capire”.

Il linguaggio del divulgatore deve essere quindi comprensibile a chi ha una cultura scientifica medio-bassa. Divulgare vuol dire tradurre un messaggio scientifico in modo che sia comprensibile al maggior numero possibile di persone. Per facilitare la comprensione è necessario lavorare sui termini utilizzati, sull’esposizione, sugli esempi.

I termini – Il linguaggio è composto di parole che vengono utilizzate per comporre frasi che possono essere legate da processi logici. Un logico avrebbe espresso quest’ultima proposizione in modo formalmente molto più corretto, magari introducendo termini come “sintassi”, “regole inferenziali” ecc. Peccato che nella popolazione (notate che il termine “divulgazione” contiene la parola latina vulgus, popolo, gente comune) poche persone sappiano definire cosa sia la sintassi e a moltissime venga un gran mal di testa sentendo la locuzione “regole inferenziali”!

Fare divulgazione scientifica è difficile soprattutto perché ogni scienza ha un linguaggio proprio che, a differenza per esempio che nella storia o in altre materie umanistiche, è molto ricco di termini non appartenenti al linguaggio comune.

Si noti, per esempio, come Wikipedia sia molto utile quando noi cerchiamo informazioni generiche o su materie come storia o geografia; quando si cerca un’informazione in ambito prettamente scientifico, per esempio in fisica o in chimica, spesso le voci risultano comprensibili solo a chi conosce già la materia, proprio perché sono scritte senza nessun “rispetto” del lettore.

In medicina sembra quasi un gioco per medici colti esprimersi in un linguaggio specialistico incomprensibile ai più. Se un comune mortale legge l’esito di una risonanza magnetica che non mostra nulla di significativo, si preoccuperà comunque perché non riuscirà a comprendere gran parte dei termini. Perché un medico, di fronte a un paziente, deve usare la locuzione “modesta lesione parcellare” anziché “lesione di una piccola parte” ecc.? Sembra quasi che ogni comunità scientifica usi il proprio linguaggio per escludere gli altri, piuttosto che per accoglierli! C’è anche consapevolezza di questa situazione (non vorrei dire “compiacimento”), tanto che spesso, parlando con medici, visto che uso il “loro” linguaggio, mi viene chiesto che specializzazione io abbia; al che rispondo semplicemente “mah, veramente io sono ingegnere…”.

Le parole usate dal divulgatore devono far parte del bagaglio linguistico comune alla stragrande maggioranza della popolazione.

Se si devono introdurre “nuove” parole è necessario spiegarle, dando un valore aggiunto alla propria trattazione; per esempio “la sintassi è lo studio di come le parole si uniscono fra loro per formare una frase”; si noti come, in prima approssimazione, non abbia usato il termine “proposizione”, né abbia specificato se la frase debba o no avere un senso compiuto.

Il teorema di Saki – L’esempio mi permette di introdurre l’importantissimo teorema di Saki (del divulgatore):

una piccola inesattezza a volte risparmia tonnellate di spiegazioni.

Ovviamente il divulgatore deve aver ben presente la differenza fra approssimato e approssimativo. Nel linguaggio comune il termine approssimativo significa spesso, per estensione, “impreciso, poco esatto”, mentre approssimato ha sempre una valenza positiva, significando “che si avvicina o cerca di avvicinarsi alla misura esatta”. Al divulgatore non interessa la precisione assoluta e soprattutto non interessano i casi particolari, eventuali punti di discontinuità di una realtà che “normalmente” è molto continua; al più potrà premettere alla sua trattazione qualcosa del tipo: “nella stragrande maggioranza dei casi ecc.”.

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L’esposizione – Un corollario del teorema di Saki è che

l’esposizione deve essere lineare, con frasi semplici e senza una complessa coordinazione.

Per capire questo concetto mi rifaccio agli scacchi. Anche un giocatore mediocre riesce spesso a trovare una “geniale” combinazione basata solo sulla prima mossa che manda in tilt le difese avversarie (basta provare tutte le mosse legali e si può scoprire che la più paradossale è quella vincente), ma ci vuole un fortissimo giocatore per gestire correttamente una combinazione su più mosse il cui albero delle varianti ha molti rami (cioè tantissime possibilità da analizzare). Analogamente, gran parte della popolazione si perde di fronte alla sintassi troppo ricca e complessa usata dall’aspirante divulgatore, magari per includere quei casi particolari, quelle sfumature che il teorema di Saki tende a escludere.

La semplicità dell’esposizione implica che

il divulgatore non deve dimostrare, deve spiegare i concetti nel modo più semplice possibile.

Anche chi prende il massimo dei voti in esami come Analisi II difficilmente dopo qualche anno riuscirebbe a dimostrare correttamente i teoremi più importanti, a meno che ovviamente non abbia fatto della matematica la sua professione. Figuriamoci quindi cosa possa interessare a un comune mortale la dimostrazione di questo o di quello.

Gli esempi – Il concetto di semplicità dell’esposizione introduce anche il problema degli esempi. Spesso si tende a usare esempi tratti dalla propria materia (magari perché non se ne conoscono altri al di fuori di essa!) e ciò è un grave handicap perché risultano incomprensibili a chi della materia non mastica le basi. Provate a cercare su Google la locuzione “condizione necessaria” (oppure “condizione sufficiente”): nonostante ci sia chi si propone dicendo che “il linguaggio sarà semplice e informale”, il più delle volte si resterà nel campo della matematica con due gravi difetti. Il primo è che chi “odia” la matematica avrà un livello di attenzione minimo e comunque difficilmente capirà qualcosa; il secondo, forse ancora più grave, è che si porterà il nostro interlocutore a credere che questi concetti riguardino solo la logica matematica e non la vita reale, impedendogli, di fatto, di imparare a ragionare bene. Se devo, per esempio, evidenziare il classico errore di confusione fra condizione necessaria e sufficiente, è poco efficiente ai fini divulgativi usare un esempio numerico (“errore: perché un numero maggiore di 2 sia primo è sufficiente che sia dispari”); molto più utile usare un esempio tratto dalla vita reale (“errore: per essere sani è sufficiente sentirsi bene”, cosa non vera per tutte le persone con un tumore in fase iniziale).

Il metodo top-down

La semplicità di esposizione passa necessariamente attraverso un’esposizione top-down: prima le basi, i concetti fondamentali ed eventualmente, in un secondo tempo, i dettagli. Nella mia esperienza in Rete ho a che fare con tantissime persone che, pur non possedendo le basi, si gettano in disquisizioni completamente strampalate su dettagli anche importanti. Ovviamente spesso si perdono per strada finendo per confondersi, con la spiacevole sensazione di non aver capito nulla. Ricordiamoci che il divulgatore non deve creare un esperto, non è il professore che deve dare la laurea, ma un professionista che vuole portare tutti alla licenza media, magari media superiore.

I numeri e la simbologia

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L’alfabeto del linguaggio scientifico non è purtroppo fatto solo delle lettere che formano le parole, ma anche di numeri e di simboli. Se è vero che tutti capiscono i simboli legati alle quattro operazioni, le cose si complicano quando si introducono simboli come il pi greco, i legami chimici o addirittura concetti (e simboli) come quello di integrale.

Nel mio sito personale ho dato una definizione scientifica della felicità come “bilancio esistenziale”: la felicità è l’integrale dello stato emotivo rispetto al tempo. Ovviamente, per risultare comprensibile ho dovuto spiegare, in parole povere, cosa fosse un integrale rispetto al tempo (dopo aver spiegato cosa si intende per “stato emotivo”). Quindi vale la regola generale che:

ogni simbolismo che noi introduciamo deve essere spiegato.

Quando parlo di indice di massa corporea come IMC=p/a2, mi affretto sempre a precisare (“a parole”) che si ottiene dividendo il peso in chilogrammi per l’altezza in m al quadrato, cioè moltiplicata per sé stessa: non si può dare per scontato che chi riceve il messaggio conosca l’elevamento a potenza!

L’ultimo esempio mostra che il divulgatore non deve avere paura di essere troppo ripetitivo (il che non significa necessariamente diventare noioso). La realtà attuale è che l’innumerismo (l’incapacità di gestire i numeri e le operazioni a essi collegate, traduzione del termine che ho trovato su diverse riviste francesi) è dominante nella popolazione; un celebre quiz televisivo ridicolizza i concorrenti, mostrando come la maggior parte (anche laureati!) non conosca le tabelline o non sappia “a mente” dividere per due un numero di tre cifre al massimo. Quindi è un grave errore pensare che stiamo parlando con Albert Einstein, chiunque abbiamo di fronte.

L’innumerismo della popolazione introduce l’altro problema di non potere usare pesantemente i numeri in una buona comunicazione divulgativa. Se non sono strettamente necessari, è meglio soprassedere. Per capire l’inutilità di una pesante trattazione numerica, vi invito a considerare quanti numeri siano sopravvalutati nelle enciclopedie. Tutti per esempio sanno (o dovrebbero sapere) che Ludovico Ariosto ha scritto l’Orlando Furioso; ma chi si ricorda che l’ultima edizione del poema è del 1532? Eppure, su tutte le enciclopedie tale data è riportata. Certo, lì è logico (potrebbe servire a un “addetto ai lavori”), ma che senso ha riportarla ai turisti durante una visita a Ferrara, città dove il poeta visse la parte più significativa della sua vita? Chi se la ricorderà? Non sarebbe più logico che la guida collocasse l’attività dell’Ariosto nella prima parte del XVI sec. e facesse presente che lo scrittore cesellò a tal punto la sua opera da ritoccarla più volte, tanto che l’edizione attuale risale a un anno prima della morte del poeta?

Il coinvolgimento

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Lo scopo del divulgatore non è solo quello di spiegare e di far capire, ma anche e soprattutto quello di far ricordare i concetti appena capiti. A tutti è chiaro che circa il 99% delle nozioni che noi apprendiamo a scuola viene dimenticato (se non entra a far parte della vita professionale). Infatti è ormai è assodato che la nostra memoria a lungo termine è strettamente collegata alle nostre emozioni, piuttosto che alla forza (magari basata sulle innumerevoli ripetizioni) con cui si è fissato il concetto la prima volta che lo si è voluto ricordare:

le persone che vivono intensamente ciò che fanno ricordano meglio di quelle che vivono con noia la loro vita. 

In altri termini, noi ricordiamo meglio i concetti se siamo emotivamente legati a essi. Come può ciò essere sfruttato dal divulgatore?

Il vero divulgatore si adatta al pubblico che ha di fronte cercando di coinvolgerlo al massimo. 

Gli esempi che fa dovrebbero riguardare proprio gli interessi del pubblico; se questo è generico, l’esempio riguarderà la vita di tutti i giorni, se è un pubblico con caratteristiche particolari, gli esempi fatti dovranno toccare queste caratteristiche.

Anni fa, quando praticamente neolaureato mi ero buttato nel commercio dei primi personal computer, fui contattato dall’Istituto di Fisiologia umana dell’Università di Pavia per la fornitura di diversi personal computer. I miei concorrenti avevano già fatto buone offerte e capii che non potevo spuntarla sul piano puramente commerciale. Mi informai su che studi stessero facendo e durante l’esposizione della mia offerta mi dilungai sui benefici che l’uso dei personal poteva apportare alla ricerca sul muscolo papillare del ratto, su come si potessero avere facilmente tutte le grandezze che a loro interessavano con opportuni convertitori analogico-digitali ecc.; entrai nei dettagli dei loro esperimenti. Alla fine non fui congedato dal direttore con un “okay, esamineremo l’offerta”, ma con un “venga di là nel mio ufficio che concludiamo”. Quindi: il buon divulgatore deve essere un buon commerciale che vende al meglio il proprio prodotto.

Come un buon commerciale lascia il cliente con la sensazione di aver fatto un buon affare, il divulgatore deve lasciare il suo interlocutore con la sensazione di aver capito e appreso qualcosa. Deve esserne valsa la pena starlo ad ascoltare. Ovviamente l’etica del divulgatore deve far sì che la sensazione del suo interlocutore corrisponda a verità e non sia solo effimera e/o falsa. In teoria, se la divulgazione è stata corretta, l’ascoltatore non deve solo essere rimasto estasiato di fronte al divulgatore, ma deve anche saper ripetere i punti principali di cosa ha capito. Se tutti comprendono che coinvolgere l’interlocutore significa non annoiarlo, pochi comprendono che coinvolgimento non significa “fare spettacolo”, ma porre le basi per la memorizzazione dei concetti che si vogliono trasmettere.

Un ultimo punto che vorrei segnalare è come i maggiori divulgatori non siano spesso legati a una materia specifica, ma spazino su diverse materie, proprio per amore della conoscenza. Esistono associazioni che vorrebbero divulgare questa o quella disciplina, ma finiscono sempre, di fatto, per rivolgersi solo a chi quella disciplina vuole amarla e conoscerla, quindi a un settore ristretto della popolazione:

il miglior divulgatore è tale a 360 gradi.

Il più grande divulgatore italiano, Piero Angela, dimostra proprio che chi ha imparato i segreti della divulgazione e ama la conoscenza, non ha nessuna difficoltà a passare dalla storia all’astronomia, dalla scienza della nutrizione alla fisica ecc.

Psicologia e divulgazione

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È arrivato il momento di rispondere alla domanda posta all’inizio dell’articolo. Vediamo le due risposte sbagliate.

La cultura è condizione necessaria a una buona qualità della vita – Questa risposta è data da chi ha un approccio troppo intellettuale alla vita; di fatto non sarà mai un grande divulgatore perché, in ogni occasione, tenderà a salire in cattedra e a fare il professore (magari un ottimo professore). Peggio ancora coloro che ritengono che per divulgare una materia serva una laurea nella stessa. Ricordo che il già citato Piero Angela non è nemmeno laureato (anche se ha ricevuto otto lauree honoris causa!) e che la necessità della laurea è in contrasto con la regola che il miglior divulgatore lo è a 360 gradi. Fra l’altro, chi ha dato questa risposta non si è accorto dell’errore razionale in cui è incorso, visto che non è poi così difficile trovare persone poco colte comunque molto soddisfatte della propria vita. In genere la persona che ha dato questa risposta potrebbe essere interessata alla divulgazione, ma i suoi sforzi potrebbero risultare poco comprensibili, noiosi, poco coinvolgenti.

La cultura è condizione sufficiente a una buona qualità della vita – Anche questa risposta è logicamente sbagliata (basta verificare l’esistenza di persone colte, ma infelici); dal punto di vista della divulgazione, la persona che ha scelto questa risposta potrebbe essere efficiente, ma potrebbe anche essere troppo distante da chi colto non è per poter riuscire a scendere, almeno temporaneamente, al suo livello.

Qualche anno fa, dopo essermi accorto che nella realtà esistono molti pochi scenari che rispondono alle leggi della logica, essendo la gran parte di essi o probabilistici o addirittura incerti, cercando di fondere logica e statistica, proposi il concetto di condizione facilitante (penalizzante): A è condizione facilitante (penalizzante) di B, se con A vero B ha più (meno) probabilità di essere vero che se A fosse falso.

La risposta esatta al quesito iniziale è che la cultura è una condizione facilitante la buona qualità della vita. Chi ha dato (o intuito) questa risposta si ritiene fortunato a essere colto, non sopravvaluta né sottovaluta la sua preparazione, ma la inquadra correttamente nella realtà e ciò facilita il trasferimento ad altri; la sua è una condizione facilitante per essere un buon divulgatore. Infatti:

il divulgatore deve essere umile verso chi non sa.

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Il vademecum del divulgatore

A questo punto riassumiamo l’articolo in un vademecum del divulgatore.

  1. Divulgare vuol dire in primis “farsi capire”.
  2. Si devono usare termini comuni.
  3. Se si devono usare termini specialistici, spiegarli chiaramente.
  4. Nella divulgazione è fondamentale il teorema di Saki: una piccola inesattezza a volte risparmia tonnellate di spiegazioni.
  5. Il discorso del divulgatore può essere approssimato, ma non approssimativo.
  6. L’esposizione deve essere lineare, con frasi semplici e senza una complessa coordinazione.
  7. Il divulgatore non deve dimostrare, ma solo spiegare i concetti nel modo più semplice possibile.
  8. Il divulgatore deve usare un approccio top-down.
  9. Ogni simbolismo introdotto deve essere spiegato.
  10. Se non strettamente necessari, è opportuno evitare di usare numeri e operazioni fra di essi.
  11. Il vero divulgatore si adatta al pubblico che ha di fronte cercando di coinvolgerlo al massimo.
  12. Il divulgatore deve lasciare il suo interlocutore con la sensazione di aver capito e appreso qualcosa.
  13. Coinvolgimento non significa “fare spettacolo”, ma porre le basi per la memorizzazione dei concetti che si vogliono trasmettere.
  14. Il miglior divulgatore è tale a 360 gradi.
  15. Il divulgatore deve essere umile verso chi non sa.

 

 

Testo a cura di: Roberto Albanesi

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