Xylella fastidiosa: intervista al ricercatore Donato Boscia del CNR

Negli ultimi tempi si è inasprito il dibattito attorno al batterio Xylella fastidiosa, che sta mettendo in crisi gli uliveti del Salento e minaccia di espandersi mettendo a repentaglio numerose coltivazioni.
Noi di Italia Unita per la Scienza vi abbiamo proposto, negli ultimi tempi, alcuni approfondimenti sul caso, soprattutto in risposta a teorie allarmistiche e complottistiche diffuse sui social network.
Naturalmente la nostra inchiesta prosegue con articoli, interviste e tanto altro. Purtroppo la corretta informazione scientifica non gode certo della copertura mediatica di note figure dello spettacolo, ma noi non rimarremo certo a guardare nella torre d’avorio. L’informazione non si fa con l’allarmismo e il complottismo, predicando teorie del tutto inventate invece di ascoltare cosa i veri esperti del settore, che lavorano sul campo, hanno da raccontare.
La scienza diffida delle certezze e non risponde a tutto, ma i dubbi non possono diventare pregiudizi e l’ignoranza non risponde a nulla.
Abbiamo pertanto contattato il gruppo di ricercatori del CNR di Bari per questa intervista. Ci rispondono così il dottor Donato Boscia, dell’Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante e responsabile UOS di Bari.

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Innanzitutto è un piacere scambiare quattro chiacchiere con voi. Anche i nostri lettori sono vivamente interessati ad avere maggiori informazioni riguardo questa vicenda che dal 2013 è rimasta un po’ sottovalutata dai maggiori mezzi di comunicazione – fino a quando la Guzzanti ha dato spazio a teorie alternative un po’ insolite.

La popolazione vive una sentimento molto sfiduciato, anche per via della complessa (e a tratti confusa) gestione da parte della Regione della situazione. Voi cosa potete dire, dell’animo che cogliete nei contadini, nei cittadini, nel Salento insomma?

Le vittime, che si tratti di olivicoltori, o di albergatori o di residenti o proprietari de seconda casa, alternano sentimenti di rassegnazione e rabbia. Come vuole che si senta chi assiste impotente all’agonia delle piante che erano curate dai propri genitori e dai propri nonni, e che si sente accusato ingiustamente di trovarsi in questa situazione per averle trascurate?

Gli ultimi elenchi di piante ospiti di Xylella in Salento risalgono ad alcuni mesi fa, ci sono aggiornamenti? Sono state rilevate altre potenziali specie ospiti? Qualcuna è stata confermata?

Adesso l’elenco comprende quasi una quindicina di specie, infatti ai già noti olivo, mandorlo, oleandro, ciliegio, Vinca minor, Vinca rosea, Polygala myrtifolia,Westringia fruticosa, Acacia saligna e Spartium junceum, recentemente si sono aggiunti anche il mirto, il rosmarino e l’alaterno. Si tratta, come era prevedibile, di un elenco che si allunga man mano che passa il tempo, e che molto probabilmente è ancora largamente incompleto.

Qual è la situazione allo stato attuale dei test di patogenicità?

I primi test su olivo sono stati avviati nello scorso Luglio, questo grazie alla disponibilità del ceppo batterico in coltura pura. Come ricercatori siamo particolarmente curiosi di vedere i risultati per capire il rapporto tra il batterio ed altri organismi aggravatori, anche se la strettissima associazione che troviamo tra la presenza del batterio e la manifestazione del disseccamento non lascia spazio a sorprese. Rimane comunque la grande importanza scientifica dei test ma allo stesso tempo sia chiaro che essi saranno assolutamente ininfluenti nell’approccio ai piani di contenimento. Infatti la pericolosità di Xylella è già ampiamente nota e dimostrata, ed i test sul ceppo salentino potranno solo rappresentare una ulteriore piccola integrazione alla mole di dati esistente. E’ questo il motivo per cui la Commissione Europea è assolutamente disinteressata ai test su olivo, mentre ci fa pressing per conoscere i test sulle specie apparentemente immuni a questo ceppo, quali ad esempio vite ed agrumi, al fine di mantenere o bloccare la libertà di circolazione di tali specie. Non dimentichiamo che si tratta di un batterio altamente polifago, in un altro ambiente potrebbe varare la sua gamma di ospiti, la sua epidemiologia, la sua patogenicità; per questo la UE pretende che si faccia di tutto per mantenerlo confinato, le misure di eradicazione non hanno come target il disseccamento dell’olivo, ma Xylella fastidiosa.

Il 27 il tar ha bloccato l’eradicazione del focolaio di Oria. Pensate che sia stata una mossa sbagliata?

Questo è un aspetto giuridico, che non riguarda e non interessa il ricercatore

In attesa delle motivazioni del tar secondo voi ha avuto più peso sulla sentenza l’influenza dei capipopolo, l’assenza di incentivi e la perdita di integrazioni per gli olivicoltori costretti a eradicare, o altro ancora?

Ripeto, è un aspetto che non riguarda il ricercatore. Se vuole, posso esprimere un’opinione da comune cittadino: l’argomento è serio e grave, ogni problema grave per avere una chance di essere superato deve essere affrontato con la testa e non certo con la pancia; purtroppo il vedere affrontare l’argomento con toni demagogici, populisti o, peggio ancora, negazionisti fa essere molto pessimisti sull’evoluzione della faccenda. Ma tralasciamo lo squallore di questo capitolo e cerchiamo invece di vedere razionalmente la cosa. L’EFSA ha giudicato la legislazione fitosanitaria in vigore (Direttiva 2000/29/CE) inefficace a prevenire l’introduzione in Europa di Xylella, poichè ha chiuso la porta (divieto di importazione da paesi terzi) a due portatori, vite ed agrumi, ma ha lasciato altre 298 porte aperte, consentendo l’importazione di altrettante specie ospiti a rischio. Pertanto l’EFSA, indirettamente, considera il Salento vittima dell’inefficacia della legislazione europea. Paradossalmente però cosa fa la UE alla vittima? Applica la pena che si dà al colpevole, ossia pretende misure draconiane quali il controllo dei vettori e l’abbattimento di piante infette, ma invece di compensare il “contoterzista”, ossia il salentino, per i sacrifici da farsi per salvaguardare non il Salento, ormai gravemente ferito, ma il resto dell’Europa, pretende che lo faccia a spese sue. Non sono esperto di giurisprudenza, ma a naso mi sembra di capire che c’è qualcosa che non va.

Esiste una spiegazione su come sia possibile che Xylella fastidiosa pauca (nella sua variante causante la CoDiRO) abbia avuto un tropismo così spiccato per l’olivo? È ipotizzabile che il batterio si sia evoluto in loco, o che possedesse già una capacità infettante intrinseca per l’olivo?

Nell’ipotesi, che noi riteniamo verosimile, di introduzione dal Centro America (in Costarica è presente lo stesso ceppo, codificato come ST53, in oleandro e caffè) questa avvenuta in Salento potrebbe essere una delle prime esposizioni dell’olivo a questo ceppo, con risultati casualmente e sfortunatamente devastanti. L’evoluzione in loco è da ritenersi altamente improbabile se non da escludere del tutto, vista la mancata evidenza di mutazioni nella popolazione batterica del salento.

Quanto ritenete efficace, in termini assoluti, un intervento di contenimento attraverso insetticidi e eradicazione di piante malate?

Sicuramente incapace di eradicare definitivamente il batterio, si pone l’obiettivo di contenerlo. L’efficacia nel contenimento dipenderà dalla capacità di mettere scrupolosamente in atto le azioni programmate.

Credete che come alternativa alle eradicazioni, soprattutto nelle zone con focolai isolati, si possa piuttosto ricorrere a metodiche meno radicali quali capitozzatura e copertura? Sarebbero di efficacia comparabile in termini di contenimento?

La capitozzatura assolutamente no, la copertura non riesco a vederla concretamente praticabile.

Ritenete che le misure da adottare siano all’altezza della situazione o risultano depotenziate dall’esigenza di un compromesso tra le istanze dei vari attori (Regione, Comunità Europea, Società civile, agricoltori ecc.)?

Le misure si adottano o non si adottano. In entrambi i casi ci sono dei pro e dei contro. Un compromesso sarebbe la soluzione peggiore, sarebbe solo costoso ed inutile.

Abbiamo raccolto una serie di studi su PubMed riguardo possibili tattiche per combattere Xylella fastidiosa in futuro. Non sono ancora testati sul campo aperto e si riferiscono al ceppo californiano, però sono almeno incoraggianti. Cosa ne pensate di un’eventuale ricerca in Italia sugli stessi binari, sia in termini di fattibilità di una sperimentazione sia di applicazione pratica?

Tutte le opzioni di ricerca promettente sono aperte. Dipenderà dal sostegno finanziario.

Ci sono anche molte notizie ottimistiche provenienti dai giornali, come il fertilizzante di zinco e selenio proveniente da Bologna, o del trattamento sviluppato da Foggia, o sulle nanoparticelle promosse da Coldiretti, o sull’utilizzo della poltiglia bordolese non solo come antimicotico ma come larvicida (è possibile?). Non sono stati ancora sperimentati sugli ulivi ma i giornali parlano già di “cure”. Cosa ne pensate a riguardo?

Non posso credere che dei colleghi parlino di “cure”, sarebbe imprudente ed irresponsabile. Diciamo che è opportuno non trascurare nulla e sperimentare quanto prima l’eventuale auspicato effetto benefico di alcuni trattamenti, evitando però di creare eccessive illusioni, la strada è lunga ed in salita.

Le potature con attrezzature non sterilizzate possono essere considerate causa di trasmissione e contagio?

No, il rischio zero non esiste, ma la stessa EFSA lo considera un rischio non significativo.

Cosa ci potete dire riguardo le differenze di suscettibilità dei vari cultivar (salentini/pugliesi e non) rispetto all’infezione da Xylella? Attualmente sappiamo che l’Ogliarola, la Coratina, La Cellina di Nardò e la Frantoio sembrano essere più suscettibili mentre il Leccino meno. Queste osservazioni sono state confermate o come sostenuto nel rapporto dell’EFSA è possibile siano conseguenza di una diversa distribuzione del vettore nelle aree colpite da Xylella?

C’è qualche indicazione promettente di diverso grado di suscettibilità, per esempio tra ogliarola e leccino; è oggetto di approfondimento; anche se non potrà essere risolutiva, è una osservazione che però fa sperare che tra il germoplasma esistente di olivo ci possa essere qualche cultivar resistente. Ecco perchè sosteniamo con decisione l’esigenza di promuovere lo screening delle tantissime cultivar (oltre 1500) disponibili nelle principali collezioni mondiali.

Per ora è tutto. Vi ringraziamo per averci dato queste risposte

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