Xylella fastidiosa: le possibili tattiche per combatterla

Aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato alcuni articoli relativi al caso del batterio Xylella fastidiosa che sta facendo discutere per la sua problematicità; qui abbiamo introdotto il microrganismo con la sua comparsa nei vigneti californiani, mentre qui c’è un riassunto della questione degli ulivi salentini con i punti salienti e la situazione complessiva.

Vi avevamo anche promesso ulteriori approfondimenti su alcune questioni specifiche, prese nel dettaglio – in particolare sui metodi in fase di studio per affrontare la Xylella e salvare numerose coltivazioni senza essere costretti a procedere a espianto.

Ecco quindi un riassunto delle principali ricerche che abbiamo trovato, spiegate in maniera semplice e referenziate.
L’articolo verrà periodicamente aggiornato con nuovi riferimenti man mano che ne verranno prodotti altri. Potete anche segnalarceli, purché da fonti accreditate (riviste scientifiche sottoposte a revisione).

Sommario:

*attenzione*

Due premesse:

  1. La maggior parte di questi studi è condotta sulla Xylella dei vigneti californiani. Non è detto che ogni studio possa essere applicato immediatamente anche per il ceppo rinvenuto in salento, che magari possiede qualche forma di resistenza. Ma eventuali risultati sono incoraggianti e possono fungere da base per nuove ricerche e finanziare nuovi esperimenti adatti alla nostra situazione.
  2. La ricerca è un continuo percorso fatto da più tappe. Roma non si è fatta in un giorno. Così come l’aver trovato una molecola che in vitro sembra ridurre una massa tumorale non significa che poi funzionerà anche la terapia (magari il fegato la trasforma in altro, magari ha effetti collaterali ecc.); le ricerche che vi presentiamo, fino a prova confermata sul campo, non vogliono automaticamente dire che si ha in mano una cura.


In conclusione, attualmente la priorità è il contenimento della malattia all’interno delle zone infette.

 

 

Metodi diretti per combattere la Xylella


Facciamo diventare la Xylella pappa per tanti simpatici batteriofagi

 


Articolo completo raggiungibile cliccando qui.

 

Convinciamo la Xylella a smettere di rompere le scatole

 


La Xylella è un batterio, quindi una cellula, e come tutte le cellule dispone di un’intricata rete di sostanze, reazioni chimiche, eventi biochimici… che ne dirigono le funzioni, i meccanismi interni, in poche parole la propria vita. Non solo: certe sostanze possono anche adempiere a funzioni esterne, per esempio interagendo con altre cellule vicine per stimolare una particolare risposta (come il testosterone del nostro organismo, che va a dire ai bulbi piliferi della faccia di far crescere la barba e i brufoletti).

Nella Xylella esistono particolari acidi grassi utilizzati per far passare dei “messaggi” di tipo chimico da un batterio all’altro. Per esempio la capacità di produrre proteine adesive con cui colonizzare gli insetti-vettore, la capacità di moltiplicarsi o di sinetizzare quel gel che va ad ostruire i vasi della pianta. La portata e l’intensità di questi messaggi dipende anche dalle dimensioni della colonia di batteri.
Forse potrebbe essere possibile andare a interferire con questi intricati meccanismi, per esempio utilizzando sostanze che “ingannino” i meccanismi con cui le cellule segnalano chimicamente la loro condizione, e spingerle magari a ridurre la virulenza. Probabilmente l’eventuale sviluppo di un trattamento basato su questi meccanismi non servirà molto per le piante ammalate già in uno stadio avanzato, ma per le fasi precedenti può essere utile soprattutto per contenere l’infezione e guadagnare tempo.

Attendiamo ricerche applicate in merito.

Riferimenti:

 

Diamo lo sciroppo alle piante 

 


Come già detto, la Xylella attacca il sistema vascolare delle piante. Qui aderisce, si moltiplica, forma un biofilm e ostruisce i vasi con una specie di gel. Esiste un principio attivo usato per trattare malattie umane, ha un nome particolare, l’N-Acetilcisteina (NAC). Il suo effetto, sul gel generato dalla proliferazione batterica, è praticamente lo stesso di quando facciamo sciogliere il troppo catarro nei bronchi.

Per essere più precisi, si è scoperto essere in grado di ridurre l’adesione dei batteri sulle superfici, la capacità di formare biofilm e la produzione di tutta una serie di molecole usate come mattoni dal batterio. La ricerca in merito è molto recente e ha somministrato il NAC in varie condizioni, sia tramite fertilizzanti arricchiti del composto sia tramite colture idroponiche. Le piante assorbivano questa sostanza a determinate concentrazioni e mostravano una certa remissione dei sintomi con riduzione della popolazione batterica. Si tratta del primo rapporto di un effetto anti-batterico del NAC contro un un batterio fitopatogenico ed è uno dei campi più promettenti, assieme ai batteriofagi.

Attendiamo anche qui le prove sul campo.

 

“Vacciniamo” le piante contro la Xylella 

 


Nell’attesa, i giornali riferiscono di vari tentativi nostrani: il professor Norberto Roveri dell’Università di Bologna, la Copagri di Lecce in collaborazione con le università di Foggia e del Salento, un consorzio delle università pugliesi e Coldiretti. Tutti sembrano avere qualche carta da giocare, questa volta direttamente sugli ulivi pugliesi e non passando prima per i vigneti californiani.

C’è chi parla di un particolare fertilizzante, ricco di zinco e selenio, già utilizzato a Roma per trattare kiwi malati. In altre notizie si parla di beveroni agrochimici per fortificare la pianta e irrobustirla da possibili attacchi. Oppure di nanoparticelle che colpirebbero il batterio dall’interno della pianta e non dall’esterno.

Le notizie dei giornali non forniscono indicazioni più precise su come agirebbe la cura, non danno riferimenti e indicazioni su come sia stata pensata. Questo perché in realtà non è stato sperimentato nulla sugli ulivi in precedenza per vedere se funziona; queste stesse annunciate applicazioni sul campo risulterebbero essere gli esperimenti diretti. Inoltre molte avrebbero scopo preventivo, non curativo, se funzionanti.

Sullo zinco c’è inoltre uno studio americano preliminare che mostra come il composto sembri in determinate condizioni ridurre la Xylella, ma favorirla in altre.

Attenzione quindi a chiunque dovesse dire che “hanno scoperto la cura per gli ulivi, problema risolto”! Potrebbero risultare proclami analoghi a tutte le volte che leggete per l’ennesima volta “scoperta la molecola che cura il cancro”. Si attendano prima i responsi sul campo.

Riferimenti:

 

I fantomatici ulivi OGM

 


Sono girate teorie del complotto che vorrebbero il caso della Xylella come provocato ad arte, per poter rimpiazzare gli ulivi con degli alberi resistenti ottenuti tramite ingegneria genetica.

Peccato che non esistono tali ulivi OGM (senza contare che se anche esistessero, ciò non vorrebbe dire che l’infestazione è stata fatta apposta). Sul serio, trovateli e ne parleremo volentieri.

Sarebbe però possibile realizzarli?

Beh, pare che esistano alcune viti in California che mostrano certi gradi di resistenza al batterio, anche se il tutto non è chiarissimo.

Idealmente, si dovrebbe isolare una resistenza netta e precisa al batterio, dovuta a uno o più geni che a loro volta dovrebbe essere possibile trasferire in colture di ulivo salentino (transgenesi).
Se per grande colpo di fortuna si scoprissero degli ulivi già di loro resistenti, il processo sarebbe ancora più veloce (si potrebbero in alternativa utilizzare anche incroci, ma con l’ingegneria genetica si farebbe molto più in fretta e il fattore tempo è vitale).

Ammesso di poterlo già fare ora, dove lo si potrebbe fare?

L’unico luogo in Italia che conduceva ricerca sperimentale sul campo sugli OGM, fra cui gli ulivi, era l’Università della Tuscia, ma scelleratamente un decreto nazionale ordinò di distruggere nel 2012 quei campi sperimentali mandando in fumo decenni di ricerche agronomiche e vegetali.

Se oggi quel campo esistesse ancora, si potrebbe usare come base per condurre ricerche. E sarebbero ricerche nostre, nazionali, dell’università pubblica, della cittadinanza italiana.

Ci sarebbe comunque un problema anche se con uno schiocco di dita ora si cambiassero tutte le regole e si liberalizzasse tutto: gli alberi ci mettono tempo a crescere. Per quanto l’ingegneria genetica sia la tecnica più rapida e precisa per trasferire un particolare tratto, gli ipotetici ulivi OGM resistenti alla Xylella andrebbero prima ingegnerizzati, poi fatti crescere, la resistenza bisognerebbe vedere se funziona, poi si dovrebbe verificare che tutto funziona come dovrebbe funzionare e non ci sono altri effetti imprevisti, infine si proverebbe a trapiantarli sul campo nelle zone in quarantena e attorno.

Intanto che tutto finisce, la Xylella avrebbe già fatto il giro turistico di tutto il Belpaese e magari anche di altri paesi europei! Altro che mega complottone…
Purtroppo, quando si preferisce passare i bulldozer su decenni di ricerca, rimane poco su cui lavorare.

Riferimenti:

 

Ma perché non usiamo gli antibiotici?

 


Qualcuno ha già provato a impastare fertilizzante e antibiotici.

Bene.

NON FATELO.

Questa pratica è proibita in agricoltura e c’è un buon motivo, anzi tre:

  1. Molte piante dipendono da batteri diffusi nel terreno che adempiono a funzioni positive per il suolo, gli invertebrati utili e le piante stesse. Sterminarli vorrebbe dire lanciare un missile contro un albergo occupato dai terroristi con gli ostaggi dentro. Non sarebbe neanche una vittoria di Pirro, ma proprio una sconfitta.
  2. Un campo agricolo non è un sistema relativamente piccolo e isolato come un organo umano durante una malattia, che è molto più gestibile e i benefici di solito superano i rischi; è estremamente più facile e rapido che si sviluppino resistenze che porterebbero quindi al proliferare di svariate popolazioni batteriche verso cui gli antibiotici non sono più efficaci. Se poi sono batteri dannosi per qualche motivo, oppure se incontrano batteri patogeni per l’uomo ai quali trasmettere i geni della resistenza (trasferimento orizzontale), ahinoi.
  3. Se qualche pianta assorbe questi antibiotici, potrebbero finire a noi tramite la catena alimentare. E magari torna in ballo il discorso delle resistenze di nuovo, con il trasferimento dei geni della resistenza ai nostri microbi.

Se qualche coltivatore o proprietario di ulivi ci legge:

NON USATE GLI ANTIBIOTICI.

 

 

 Per quanto riguarda invece gli insetti vettore?

Abbiamo dedicato un intero articolo al capitolo sugli insetti vettore. Lo raggiungete cliccando qui.

 

 

Approfondimenti:

 

 

 

 Ringraziamo per il contributo nelle segnalazioni:

Gianluigi Avogadro
Antonio Zagabria
Alberto Guidorzi

Valentino Traversa
Davide R.

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