Ti brevetto per il naso

Di Giovanni Perini.

Immaginate di avere un’idea. Una di quelle buone, che si vendono bene. Mai come in questi frangenti sentirete il peso del vecchio detto: tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Un mare fatto di prove, test e prototipi che si rifuitano cocciutamente di funzionare a modo.

È quello che va sotto il nome di Ricerca e Sviluppo, una cosa che ha una spiccata tendenza ad essere molto, molto costosa.

Nel nostro mondo fantastico possiamo però facilmente immaginare che abbiate convinto qualcuno della bontà della vostra idea, e abbiate quindi ottenuto un prestito adeguato e a condizioni ragionevoli (ho specificato che si tratta di un mondo di fantasia, no? Quindi non ridete). Potete quindi coprire i costi necessari a tutti i vostri test.

Dopo un congruo numero di notti insonni e una quantità grande a piacere di litri di caffè, ci arrivate in fondo. Avete ancora un debito da ripagare, ma non ha più tanta importanza: il prodotto è pronto, la produzione avviata e la distribuzione è già all’opera.

Il peggio è passato, ora siete avviati sulla strada della ricchezza, grazie alla vostra mirabolante invenzione.

O no?

Lo Stara Vergonze è una delle più famose Jacovittaggini: oggetti nonsense creati dalla penna di Benito Jacovitti (1923-1997) –
Lo Stara Vergonze è una delle più famose Jacovittaggini: oggetti nonsense creati dalla penna di Benito Jacovitti (1923-1997)

Immaginate ora che un signor Illustre Nessuno trovi in vendita il vostro prodotto e si renda conto che si tratta di un’idea davvero buona. Così buona da non poter fare a meno di pensare che anche a lui piacerebbe produrla e venderla. Detto fatto, ne compra un esemplare, se lo porta a casa, lo studia, lo smonta, lo rimonta e lo rifà. Identico.

Sana concorrenza? Non proprio.

Illustre Nessuno non ha debiti, lui si è trovato il lavoro già fatto, ha solo dovuto copiare. Esiste addirittura un nome per questo: ingegneria inversa (reverse engeneering). Non è cosa facile, tutt’altro, ma sicuramente costa molto meno che inventare dal nulla.

Questo significa che Illustre Nessuno potrà permettersi di vendere il vostro stesso prodotto a un prezzo molto più basso. Magari tanto più basso da buttarvi fuori dal mercato, da farvi andare in perdita.

Certo, potreste trovare un accordo per vendere ad un prezzo che possa andar bene ad entrambi, però questo prezzo finirà con l’essere appena sufficiente a voi per tenervi a galla, ma pur sempre vergognosamente alto per Illustre Nessuno, che ha meno spese di voi. Lui diventerà ricco, voi al massimo sopravviverete. Sempre ammesso che al signor Nessuno interessi fare un accordo, e soprattutto che non compaia un terzo incomodo deciso a ritagliarsi una fetta della torta…

Una cosa è certa: stando così le cose, la prossima volta che vi sveglierete con una buona idea, vi girerete dall’altra parte e continuerete a dormire. E il mondo resterà per sempre privo delle vostre geniali invenzioni!

Spinferlo

Per fortuna esiste un modo per tutelare le nostre idee: si chiama brevetto.

Su di esso, e attorno ad esso, sono state costruite le storie più strampalate.

Per alcuni il brevetto sarebbe responsabile delle peggiori miserie della razza umana. Vero e proprio strumento diabolico al servizio delle multinazionali (altre entità mysteriose, di cui si sa solo che sono cattivissime per definizione), verrebbe utilizzato per monopolizzare i mercati mondiali, tenere nascoste tecnologie fantascientifiche, privare il mondo intero di risorse preziose, e mille altre nefandezze.

Per cercare di capire come stanno le cose, sono andato a dar fastidio a chi di tutela della proprietà intellettuale, si occupa di mestiere, ogni giorno. L’Ingegner Giancarlo Belloni – inconsapevole di ciò a cui andava incontro – ha accettato di rispondere ad alcune domande, per aiutarci a capire qualcosa di più di questo mysterioso mondo dei brevetti, a cavallo fra scienza, tecnologia e giurisprudenza.

1. Spesso si sente parlare di mirabolanti tecnologie – come l’improbabile auto ad acqua – le quali verrebbero brevettate da qualche multinazionale non meglio identificata, col preciso intento di nasconderle, di farle sparire. È possibile brevettare qualcosa per tenerla segreta?

«Assolutamente no. Il brevetto è per definizione il contrario del segreto. Dopo 18 mesi dal deposito le domande di brevetto vengono pubblicate e diventano accessibili a chiunque. Oltretutto dopo 20 anni il brevetto scade, quindi il motore ad acqua (del quale si sente parlare da ben più di 20 anni) sarebbe ormai di dominio pubblico. Un caso simile è peraltro quello di Eolo, la macchina ad aria compressa.»

2. Supponiamo che un’azienda voglia comunque sfruttare il sistema dei brevetti per bloccare una tecnologia, magari per paura di perdere delle fonti di guadagno. Brevettando questa nuova tecnologia, potrebbe tenerla in un cassetto e contemporaneamente impedire anche agli altri di usarla. Questo stratagemma funzionerebbe? Fino a che punto? Cosa potrebbe andare storto?

«In teoria questa strategia può funzionare. In pratica vedo dei problemi per attuarla, e più precisamente:

– Parecchie legislazioni richiedono (nei modi più diversi) un effettivo sfruttamento del brevetto da parte del titolare, a prescindere dall’interesse che l’invenzione suscita. Quasi tutte le legislazioni richiedono inoltre che il titolare garantisca di soddisfare le esigenze del mercato, pena la licenza obbligatoria a terzi per sopperire. Questa disposizione di legge è pensata in particolare per i farmaci, ma in teoria può valere per qualsiasi ritrovato che susciti un interesse sul mercato. Se quindi qualcuno sa di una tecnologia fantasma che interessa ma che non è effettivamente fornita dal titolare del brevetto (fantasma, appunto), può in molti paesi richiedere una licenza e lo stato dovrebbe obbligare il titolare a concederla. Non ho notizia di alcun tentativo in questo senso.

Brevettare costa. Con la significativa eccezione di alcune case farmaceutiche, solitamente nessuno estende i brevetti a coprire tutti i mercati. In Europa la gran parte dei brevetti è estesa solo ai cosiddetti big five (Italia, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito) semplicemente perché qui è raccolta la gran parte della popolazione europea. Anche le case farmaceutiche estendono i brevetti perché hanno un ritorno economico, dubito che estenderebbero solo per il gusto di impedire ad altri senza avere alcun ritorno. In ogni caso se esistesse una tecnologia fantasma, sarebbe certamente possibile sfruttarla limitandosi ad operare nei paesi ‘secondari’, preparandosi così alla scadenza del brevetto… »

3. Per aggirare il problema della scadenza, un’azienda può rinnovare il brevetto? Oppure depositarne uno nuovo, con qualche piccola differenza, in modo che resti legalmente “coperto” anche il brevetto precedente?

«No, i brevetti non si possono rinnovare. Si possono brevettare le migliorie, che però devono essere nuove ed inventive rispetto alla soluzione base, la quale spesso costituisce proprio la tecnica nota nei confronti della quale viene svolto l’esame per approvare o respingere il brevetto. In questo frangente il titolare è portato a dichiarare in tutti i modi che la sua nuova soluzione, benché simile, non è affatto equivalente alla precedente, per vari motivi. Per definizione quindi chi riproduca la soluzione base vecchia può facilmente dimostrare come lo stesso titolare abbia dichiarato che non sia affatto equivalente al nuovo brevetto, il quale copre quindi solo la variante introdotta in un secondo tempo. È quello che sta succedendo con i brevetti di una famosa marca di macchine per caffè: il brevetto principale è scaduto e l’azienda ha predisposto una nuvola di altri brevetti secondari, ma questo non ha impedito ai ‘genericisti’ di aggredire il mercato. Ora la battaglia è sostanzialmente di marchio (appeal commerciale).»

Dunque non c’è molto margine di manovra per garantirsi l’esclusiva a tempo indeterminato su un qualche filone tecnologico. «La tutela a tempo indeterminato è conferita (potenzialmente) solo dal marchio, mentre il brevetto scade per definizione, per rendere disponibile l’invenzione alla collettività.» mi ha spiegato l’Ing. Belloni, in uno dei nostri interminabili scambi di mail «altrimenti è possibile, per le tipologie di prodotti che non consentono il reverse engineering, affidarsi al segreto industriale».

Quindi il brevetto è anche un’alternativa al segreto industriale (segreto che potrebbe sempre essere violato!) che garantisce la tutela della propria invenzione, chiedendo in cambio di rendere pubblica questa stessa idea, fin da subito.

Tuttavia, almeno in linea di principio, ogni brevetto può essere migliorato, e l’esclusiva nello sfruttamento di un’idea potrebbe offrire l’opportunità di avvantaggiarsi proprio sul piano della ricerca e sviluppo, rimanendo sempre un passo avanti alla concorrenza. Anzi, vent’anni avanti! Un lasso di tempo considerevole, specialmente per le tecnologie a sviluppo più rapido.

4. Un’azienda potrebbe assicurarsi l’esclusiva sulla possibilità di fare ricerca e sviluppo, brevettando le tecnologie chiave di un determinato settore, e impedendo così ad altri di studiarle, e sviluppare eventuali miglioramenti o tecnologie collegate?

«20 anni sono tanti, sì. La legge ha avuto origine molti anni fa, quando la tecnologia si evolveva con modi e tempi differenti. Oggi siamo tutti ubriacati dai fenomeni mediatici e identifichiamo la tecnologia con l’elettronica di consumo, ma questo non è assolutamente vero. Alcuni settori ancora oggi sono relativamente lenti e comunque (ad esempio nel caso dei farmaci) gli investimenti sono tali che richiedono un lungo tempo di ammortamento. Per le tecnologie ‘veloci’ è spesso il titolare stesso a rinunciare all’esclusiva smettendo di pagare le tasse di mantenimento per i brevetti ‘obsoleti’.

In ogni caso, non è comunque possibile impedire la ricerca, semplicemente perché la realizzazione delle invenzioni altrui è esclusa dalla protezione brevettuale. In altre parole nel segreto del mio laboratorio io posso studiare tutte le tecnologie brevettate dai concorrenti senza che nessuno mi possa dire nulla. Ciò che non posso fare è trarne profitto (in senso lato, anche solo dando a intendere che sono in grado di proporre quella soluzione… ).

Questo è un altro effetto positivo del brevetto, perché imponendo ai concorrenti di cercare soluzioni alternative a quella tutelata col brevetto (design around) può capitare che si arrivi a sviluppare una tecnologia completamente nuova

Dunque, quando tutto funziona a dovere, il sistema dei brevetti è un potente strumento al servizio della collettività, perché permette a chiunque, università comprese, di conoscere i dettagli di ogni nuova invenzione, in modo da poterla riprodurre, analizzare ed eventualmente migliorare. Inoltre, la necessità di trovare soluzioni diverse da quelle già note e coperte da brevetto, è un forte impulso alla ricerca di soluzioni alternative, al percorrere nuove strade.

Brevettare le proprie idee non è comunque un obbligo. Molti sono contrari al sistema dei brevetti, e ritengono che la conoscenza (nel senso più ampio del termine) debba essere fin da subito patrimonio comune dell’umanità. Chi non approva il sistema dei brevetti non è certo obbligato a richiederli: può liberamente diffondere le sue idee, e oggi con Internet non è affatto difficile farlo.

5. Alcuni temono però che rendendo pubblica la loro invenzione, qualcuno possa “rubare” l’idea, brevettandola per poi sfruttarla commercialmente. È possibile che questo accada?

«Assolutamente no. Una volta che un’invenzione è resa pubblica, automaticamente perde il fondamentale requisito della novità e quindi non può più essere brevettata né da terzi né dall’inventore stesso. Si presume infatti che la pubblicazione e la conseguente consegna dell’invenzione al pubblico dominio sia una scelta consapevole effettuata in alternativa alla possibilità di tutela conferita dall’ordinamento. Una parziale eccezione a questo principio vale per le divulgazioni che avvengono contro la volontà dell’inventore, in violazione quindi di un accordo di riservatezza. In questo caso comunque solo l’inventore può validamente depositare, entro un periodo limitato di tempo, una domanda di brevetto nei confronti della quale la divulgazione abusiva non può costituire tecnica nota.

Questa è la teoria. Nella pratica naturalmente può accadere che qualcuno depositi la domanda pur non avendone diritto. E può anche accadere che un titolo venga effettivamente concesso, o perché la domanda non viene adeguatamente esaminata o, peggio ancora, perché la pubblicazione on-line non può costituire una valida anteriorità a motivo della mancanza di una data di pubblicazione certa al di là di ogni ragionevole dubbio.»

Non tutti però sono convinti che il brevetto sia Il Male.

Alcuni, al contrario, lo investono di poteri mirabolanti: «è brevettato! Quindi [inserire proprietà fantasmagoriche a piacere]». Molti ricorderanno il famigerato Caso Stamina; qualcuno forse ricorderà anche della torbida questione del brevetto, citato come prova di concretezza ed efficacia dell’elusivo Metodo. Brevetto rivelatosi essere solo una domanda di brevetto, peraltro respinta (ne hanno parlato sia Prometeus Magazine che Medbunker). Anche nel piccolo di tante pubblicità, televisive e non, l’esistenza di un qualche brevetto viene spesso spacciata – mai esplicitamente, fateci caso! – come prova di efficacia.

Fino a che punto possiamo fidarci di un brevetto, quando si tratta di valutare l’efficacia di un prodotto?

7. Quali verifiche vengono fatte sulle domande di brevetto? Cosa invece NON viene verificato?

«A parte le verifiche formali (avvenuto pagamento delle tasse, lingua di deposito, chiarezza espositiva, etc…), dal punto di vista sostanziale una qualsiasi domanda di brevetto A+B+C[1] deve soddisfare tra gli altri tre requisiti:

Novità

Attività inventiva (non banalità)

Applicabilità industriale.

Iniziamo con i primi due. Su questi requisiti si concentra solitamente la gran parte dell’esame, che inizia con una ricerca di anteriorità per far emergere i documenti anteriori (brevetti, articoli scientifici, depliant, ecc.) che mostrano quale fosse la tecnica nota più simile all’invenzione A+B+C. Se la tecnica nota descrive una soluzione identica ad A+B+C, questa non è brevettabile perché le manca il requisito di novità.

Se la tecnica nota mostra una soluzione simile (diciamo A+B+C’)[2] o due soluzioni che potrebbero essere combinate (ad esempio A’+B+C e, separatamente, A+B+C’)[3] per arrivare alla soluzione sotto esame, occorre valutare se il passaggio dalla tecnica nota all’invenzione è ovvio. Se è ovvio manca il requisito dell’attività inventiva.

Questa valutazione è la più spinosa perché implica un margine di arbitrarietà, anche se sono stati definiti via via nelle varie legislazioni dei criteri tesi a limitare l’arbitrarietà al minimo. Molti di questi criteri alla fine vanno a parare sul fatto che la soluzione sotto esame (A+B+C) offra o meno dei vantaggi rispetto a quanto era noto fino ad allora (ad esempio A+B+C’). Quindi spesso il tutto si gioca sulla differenza, cioè sull’apice!

In questo tipo di esame solitamente gli esaminatori sono abbastanza di bocca buona, nel senso che se io titolare dichiaro che quella piccola differenza è in realtà molto vantaggiosa perché, ad esempio, implica un risparmio nella produzione o una possibile standardizzazione, di solito se il ragionamento è plausibile ci credono (o fanno finta).

Altro è il caso dei farmaci dove i vantaggi devono essere provati in modo più preciso e documentato.

L’applicabilità industriale è un requisito che al livello professionale si dà per scontato, ma, genericamente parlando, può essere interessante fare qualche considerazione. Questo requisito tende ad escludere dalla brevettazione tutte quelle invenzioni che hanno a che fare con procedimenti magici o comunque contrari ai principi fisici. L’esempio più normale (che spesso capita realmente) è quello di dispositivi alla cui base sta qualche forma di moto perpetuo. Qui il discorso si complica un po’ per vari motivi: difficoltà oggettiva di riconoscere sempre e comunque questo tipo di inghippo; problemi ‘filosofici’ correlati alla remota possibilità di avere a che fare con eventuali leggi fisiche ignote, ecc. Meriterebbe un discorso a parte.

Comunque alla fine è bene tenere presente che, se anche è riconosciuta la brevettabilità, questo non vuol dire che l’ufficio brevetti abbia effettivamente testato un dispositivo, anzi spesso la brevettazione avviene sulla carta, magari quando un vero e proprio dispositivo non è nemmeno stato sviluppato.

Per certo non tocca all’ufficio brevetti valutare eventuali altri aspetti quali la potenziale pericolosità o simili.»

Dunque un brevetto, da solo, non offre nessuna garanzia di efficacia, o anche solo di effettivo funzionamento. Eppure sembra che il brevetto sia l’unica certificazione che possono vantare molti prodotti presenti sul mercato.

8. Il brevetto, da solo, è sufficiente a poter commerciare qualsiasi prodotto? Ovvero: l’accettazione di un brevetto comprende anche tutte le verifiche necessarie a poter vendere, ad esempio, un farmaco o un’automobile?

«Assolutamente no. Il brevetto non certifica nulla se non che l’invenzione è nuova, inventiva e applicabile industrialmente. A questo riguardo possono essere utili un paio di osservazioni pratiche, sempre rimanendo nell’ambito della proprietà intellettuale.

La prima: la concessione del brevetto non garantisce nemmeno che l’invenzione non violi diritti di terzi, tipicamente di brevetti anteriori. Tornando alla famosa invenzione A+B+C, pur essendo brevettata, essa ricadrebbe certamente in un ipotetico brevetto A+B, che l’invenzione riproduce pienamente e alla quale nulla toglie l’aggiunta di C[4].

Seconda osservazione: in ambito farmaceutico, per commerciare un nuovo prodotto occorre un’apposita Autorizzazione all’Immissione in Commercio (AIC, della quale si trova menzione anche sulla confezione). Ebbene, poiché spesso i brevetti farmaceutici vengono concessi prima dell’AIC, esiste un apposito Certificato di Protezione Complementare che prolunga la durata della protezione su uno specifico prodotto per consentire al titolare di recuperare almeno parzialmente il tempo durante il quale non ha potuto trarre profitto dal brevetto per la mancanza dell’AIC.

In altri ambiti è bene chiarire che il brevetto non sostituisce affatto altre procedure quali omologazioni e certificazioni, per le quali vi sono procedure autonome e completamente differenti.»

Dunque se ad avere la possibilità economica di fare ricerca e sviluppo non sono solo le istituzioni e le associazioni no-profit (cioè chi ha a disposizione capitali “a fondo perduto”), ma anche i privati cittadini e le aziende, lo dobbiamo proprio all’esistenza di quel particolare strumento di tutela della proprietà intellettuale che è il brevetto. In cambio, i risultati di questi sforzi di ricerca devono essere resi noti fin da subito, e saranno poi automaticamente svincolati da ogni limitazione, dopo un congruo lasso di tempo, necessario ad ammortizzare proprio i costi di ricerca.

Per tutto ciò che viene sviluppato senza finalità di lucro, ad esempio con soldi pubblici o comunque “a fondo perduto”, la brevettazione non è un certo un obbligo, ed è anzi una spesa superflua. Anche se «il brevetto in alcuni casi è considerato alla stregua di una pubblicazione e quindi può essere una buona soluzione per rendere pubblici gli esiti di una ricerca (e per ottenere punti nelle graduatorie)». Se fate mente locale, durante il picco dell’epidemia di ebola che ha colpito l’Africa, qualcuno ha accennato al fatto che la sequenza genetica del virus fosse brevettata. Complotto mondiale? Virus artificiale creato in laboratorio? No. Solo un sistema rapido ed efficiente per mettere a disposizione dei ricercatori di tutto il mondo informazioni utili allo sviluppo di una cura o di un vaccino, e cautelarsi da possibili cavilli, che all’epoca potevano lasciare uno spiraglio a qualche forma di speculazione.

Non dimentichiamo infatti che, se i principi che stanno alla base dell’idea di brevetto sono solidi e ampiamente collaudati, questo non garantisce che da qualche parte del mondo, nelle pieghe della legge, si possa nascondere qualche crepa inquietante. La storia infatti ci insegna che leggi maldestre possono facilmente degenerare in una paralisi dell’innovazione, o in una vera e propria compravendita di monopòli, con conseguenze devastanti per l’economia. Alcuni settori, come quello farmaceutico o quello agricolo, hanno anche bisogno di norme specifiche per le proprie particolari esigenze, così come tutte le invenzioni co-finanziate da privato e pubblico. Vanno brevettate? A che condizioni? Da chi? Un’unica forma di brevetto non sembra quindi andar bene per tutto e per tutti, e sono molte le idee già sul tavolo. Come quella dei brevetti open-source, utilizzabili gratuitamente se per fini non commerciali (come si è fatto per il Golden Rice, sviluppato con tecnologie concesse gratuitamente da Syngenta). Di tutto questo ne riparleremo nei prossimi articoli su questo tema.

Se i principi di base su cui deve poggiare una legge sui brevetti che sia giusta ed efficace, sono quindi abbastanza consolidati, la loro applicazione concreta non è mai semplice né lineare, e la svista è sempre in agguato. Come quella volta che in Australia qualcuno depositò il brevetto di un “dispositivo circolare per facilitare i trasporti”. Ma anche questa è un’altra storia.

§

1) Ad esempio, il brevetto di una penna a sfera può essere composto da (A) un inchiostro di adeguata fluidità, (B) il puntale con la sfera, (C) il sistema a molla per ritrarre la punta. [torna su]

2) Potrebbe cioè esistere un brevetto con un diverso sistema di retrazione della punta. [torna su]

3) Ovvero potrebbero esistere due brevetti, un primo brevetto diverso per tipo di inchiostro, e un secondo brevetto diverso per sistema di retrazione della punta. [torna su]

4) Questo vuol dire che il nostro ipotetico brevetto di penna a sfera, non esclude che, ad esempio, quel particolare inchiostro non sia a sua volta coperto da brevetto, oppure lo sia la punta a sfera. Nel qual caso saremmo tenuti a pagare i relativi diritti ai legittimi titolari, pur essendo comunque valido il brevetto della penna a sfera, in quanto combinazione originale di tre idee, che possono anche essere pre-esistenti. [torna su]

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