Samantha Cristoforetti, i ricercatori precari, la comunicazione della scienza e gli “influencer”

Dopo la precedente risposta a Selvaggia Lucarelli, passiamo alla seconda risposta che è rivolta a una nostra cara lettrice, Eliana Streppa, che gestisce un canale su YouTube intitolato To The Science & Beyond e che dice invece delle cose molto interessanti. Lei infatti ci ha contattati per chiederci il nostro parere sulla sua riflessione e rispondiamo con piacere.

Avviso ai naviganti: questo articolo sarà probabilmente noioso per chiunque non si interessa di divulgazione e comunicazione della scienza. E’ un articolo abbastanza meta, tenetelo presente.

Dice Eliana che l’attenzione mediatica per Samantha Cristoforetti non dovrebbe avere tanta risonanza solo perché è atterrata, bensì per quello che lei ha fatto; inoltre molti la seguirebbero solo perché è italiana, ignorando gli altri astronauti non italiani e nonostante i suoi studi siano stati compiuti fuori (e quindi non è un “prodotto italiano”). Il tutto a questo punto porta a pensare a quei ricercatori precari, costretti a fuggire nel silenzio all’estero e verso i quali non si fa nulla.

E non mi sento di dare totalmente torto a Eliana in senso generale, ma come dice il proverbio, il diavolo è nei dettagli. Per arrivarci devo fare un po’ tante premesse, anche perché sono grafomane: se inizialmente tutto questo discorso ti sembra una non-risposta ti prego di resistere alla mia prosa ammorbante e arrivare fino alla fine.

La discussione inevitabilmente coinvolge due parti difficili da separare:  “come raccontiamo la scienza”, le narrative che scegliamo per fare divulgazione e outreach; e “il marketing” della scienza, cioè cos’è esattamente il “prodotto” scienza che cerchiamo di “vendere”.

Spannometricamente e spicciolamente, ci sono una serie di archetipi in cui si possono classificare i lanci stampa e le notizie divulgative di scienza, che sono, inevitabilmente, collegate al messaggio che si vuol far passare e sulla base di quale valore vogliamo convincere il destinatario che la scienza è una cosa buona.

Il più comune è sicuramente il collegamento della Scienza con la tecnica, cioè “questa cosa in futuro potrà aiutare anche te”. La maggior parte dei lanci stampa che cercano di essere “neutri” cerca di usare questa prospettiva, specialmente per quanto riguarda la salute (qualsiasi ricerca viene in qualche modo collegata al cancro o all’Alzheimer). C’è un motivo per cui è così, e soprattutto per cui questa è la retorica usata nei comunicati stampa delle Università, ed è un motivo principalmente storico.

Attorno al periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale, la risorsa limitante nel progresso della scienza ha smesso di essere il numero di persone interessate e istruite, com’era stata letteralmente per secoli, ed è iniziata ad essere il vil denaro. Da un mondo di dilettanti entusiasti dell’800 che si potevano dedicare alla Scienza grazie a rendite varie e altri lavori (valga Darwin come esempio per tutti) siamo passati ad un mondo dove l’Accademia, la scienza per amor di scienza e del gusto estetico, ha iniziato ad essere valorizzata per i suoi spin-off scientifici, per i suoi usi industriali. Improvvisamente, mentre c’erano massicce emorragie di soldi e uomini per le guerre e le catene di montaggio creavano non solo parti, ma anche uomini completamente sostituibili, il mondo scientifico si è ritrovato a dover giustificare la propria esistenza, a dover garantire in qualche modo che per il soldino speso in ricerca ci dovesse essere un soldino ritornato in nuovo capitale da qualche parte. Nasce così la retorica dello Spin-off, che raggiunge il suo climax con la corsa alla Luna, dove investimenti di quantità immense di denaro nel progetto Apollo e nei suoi precursori, sono versati nelle casse della scienza nella speranza che dal progetto spaziale saltino fuori missili balistici intercontinentali migliori di quelli dell’URSS. La scienza di base e la scienza spaziale hanno valore non in sé, non in quanto produzione di conoscenza, ma in quanto di produzione tecnica.

E’ normale che la persona media, chieda, seppur con un certo benaltrismo, “Che ci guadagno io a mandare la Cristoforetti nello spazio? Perché non usiamo quei soldi per la sanità pubblica?” quando è stato persuaso per decenni che il fatto che con le sue tasse si spendesse in scienza aveva ricadute pratiche immediate. Ricadute pratiche che, sia chiaro, la ricerca continua ad avere, e che in moltissimi campi sono l’unica o primaria motivazione; ma che diventano molto più complicate da spiegare quando non c’è il chiaro spauracchio di un olocausto nucleare su tutta la terra da indicare per far capire “ Se restiamo indietro sul progresso scientifico siamo fottuti”.
E purtroppo ci portiamo ancora dietro questa retorica, non solo nel pubblico, ma in una sorta commedia dell’assurdo, che si ripete ogni volta si scrivono certi progetti di ricerca. “Vorrei studiare lo sviluppo embrionale di una farfalla esotica” dice il ricercatore alla commissione che deve decidere se dargli fondi. “Sì, ma dov’è il guadagno pratico per la collettività? “.  “Beh, ci sono i geni Hox in comune, quindi magari c’è qualche risvolto pratico per quanto riguarda malattie genetiche rare? “Risponde lo scienziato, speranzoso. “Aggiudicato”, dice la commissione, che dà due spicci al laboratorio del poveretto.
E’ come un cattolico che dice ad un prete che “No mai io il sesso lo faccio solo a finalità riproduttive “, mentre ha nel portafoglio i preservativi alla ciliegia. Parafrasando Feynman, sì, a volte dal sesso nascono bambini, ma non è per questo motivo che facciamo sesso.

Photocredits: http://www.smbc-comics.com/index.php?id=2088#comic Il webcomic più bello che c'è. Andate a pigiare il bottone rosso sulla pagina originale.
Photocredits: http://www.smbc-comics.com/index.php?id=2088#comic
Il webcomic più bello che c’è. Andate a pigiare il bottone rosso sulla pagina originale.

 

E’ un ipocrisia, ma è un ipocrisia abbastanza fastidiosa, dal momento che ignora completamente il valore estetico della scienza e del sapere in generale.

Il nostro contributo alle missioni spaziali dell’ESA e dell’ISS in particolare, costa a ciascun italiano un euro l’anno. Personalmente mi piace credere che gli Italiani, da sempre popolo di poeti, sarebbero disposti a spendere quell’euro anche se le missioni fossero totalmente inutili nella quotidianità, e si traducessero solo in spettacolari foto dallo spazio, perché, per essere chiari, il fatto che possiamo mettere degli uomini in orbita a 430 km dalla terra NELLO SPAZIO è una figata pazzesca.

Ed, hey, dal momento che stiamo parlando di valore estetici, posso capire che l’italiano medio non condivida quello che piace a me. Io supporto di buon grado il fatto che una piccolissima frazione dei miei soldi, tramite i fondi per la promozione del cinema e della cultura, venga usata per finanziare le produzioni cinematografiche di Boldi e De Sica, e, per gentilezza reciproca, tu (generico) non ti fai venire un embolo se io spendo una piccolissima parte dei suoi soldi per fare un’altra cosa senza utilità pratica immediata.

Se l’unico risultato dell’intero budget dell’ESA fosse anche stato mandare Chris Hadfield nello spazio a suonare Space Oddity, e non è così, perché inevitabilmente ci saranno dozzine di ricadute pratiche in campi che spaziano (haha) dall’osteoporosi all’informatica, io sarei contento comunque.

E questa è poi la seconda retorica più comune nella divulgazione scientifica, quella che fa appello al senso del sublime, della meraviglia, dello strambo: quello della scienza come fenomeno spettacolare, delle spigolature della settimana enigmistica, dell’ethos scientifico come un bambino che per la prima volta apre gli occhi e scopre un mondo nuovo. E quando funziona, è bellissimo: e ispira grandi e piccini e generazioni e ottimismo, ed è probabilmente il metodo che più di tutti funziona per reclutare giovani menti brillanti in un lavoro sottopagato, incompreso, vituperato e che spesse volte si traduce in una serie infinita di fallimenti come quello del mondo della ricerca.

Ma è anche quello che più di tutti risente della disillusione, del cinismo, delle reali e pressanti necessità materiali. Come vuole la gerarchia dei bisogni di Maslow, certe preoccupazioni sono all’ultimo posto quando la pancia non è piena o non hai un tetto sopra la testa. A quel punto la Scienza sembra un vezzo inutile, in un certo senso ancora più dell’arte, perché, come dicevo sopra, siamo abituati a considerare la ricerca in maniera sfacciatamente pragmatica. Non ho mai visto nessuno proporre di smantellare gli Uffizi e farne un centro per i rifugiati; ma non è raro vedere sentenze su “ricerche inutili che non cambiano in nessun modo la mia vita e io pago”; e se è vero che si complessivamente cifre più ingenti per la scienza che per l’arte, queste critiche sono quasi sempre rivolte a progetti di ricerca con budget minuscoli presi ad esempio per delegittimare la spesa scientifica in generale perché ad i non-iniziati sembrano cose assurde.

La mia sparata preferita, in questo senso, l’ha fatta Sarah Palin:

 

Un altro tipo di narrativa che va per la maggiore, specialmente dagli inizi del novecento, con la nascita dei primi organi scientifici internazionali e del concetto di “consenso scientifico”, è la narrativa della scienza contro la pseudo/nonscienza. Spesso la usiamo anche noi qui su IUxS, ed è per certi versi indispensabile per l’igiene della conversazione pubblica, specialmente in quest’epoca di clickbaits e condivisioni virali a random. E’ inoltre molto persuasiva, perché, come spesso capita con la psiche umana, avere un nemico, fosse anche un’idea astratta sbagliata, è qualcosa che unisce e rafforza certi gruppi sociali. Per certi versi non è diverso da come una rivalità sportiva aiuta i tifosi a sentirsi parte di una squadra. E di nuovo, non solo è necessario, ma oltre a diffondere informazioni, diffonde (almeno in teoria) anche quello spirito critico che dovrebbe trascendere la scienza in sé ed essere applicato un po’ a tutto.

D’altro canto, essendo solo una pars destruens, ha anche il grosso problema che se qualcuno ha un investimento emotivo in quello che chiamiamo genericamente non-scienza, allora è molto probabile che decida di entrare “nella squadra avversaria”, ed è molto più difficile non dico fargli cambiare idea, ma anche solo avere un dialogo costruttivo. Molto spesso le cose più controverse, o più assurde, che più di tutte richiedono “debunking” e critiche punto a punto sono anche quelle in cui la gente ha l’investimento emotivo più grande; al solito, il caso Stamina valga come esempio di cosa succede quando la retorica scienza/non-scienza va male perché qualche potente influencer si schiera dalla parte sbagliata.

Infine, per concludere questa carrellata spicciola di archetipi narrativi in cui le storie di scienza di solito si collocano, c’è la mitologia dell’Eroe Scientifico. E ti dirò pure, Eliana, che da appassionato di storia della scienza questo tipo di retorica è quella che trovo più pericolosa in assoluto. Ho scritto un intero, lunghissimo, noioso articolo sui dettagli del perché, quindi non mi ripeterò, ma mi pare di capire che parte del tuo problema con l’esposizione della Cristoforetti sia il medesimo: tramite abile giuoco di mano, si nasconde un sacco di gente che lavora dietro le quinte, si nasconde il normale andamento processo scientifico, e si trasforma uno scienziato (o un’astronauta, in questa situazione) in una figura quasi mitologica, con genio e intuito sovrumani, eccetera. Tutti quegli scienziati che vengono considerati delle specie di santi laici, dimenticando che la scienza è un processo collettivo con tanti vicoli ciechi quanti successi e una quantità immensa di api operaie che lavorano dietro le quinte, sono il risultato di questo processo di mitologizzazione, che a volte sfocia nella parodia di sé stesso (qualcuno ha detto Tesla?). Forse ti sorprenderà scoprire che secondo me, con Samantha, non è questo il caso. Perché, come ci ricordava la Lucarelli mesi fa con un suo articolo su libero, ci parlano non di una Samantha idealizzata, ma di una persona. La Lucarelli commentava annoiata che non gli importa di sapere cosa Samantha mangia, o come va in bagno, ed è molto più interessata all’ennesima sparata di Sgarbi. Questo perché la prima viene sì continuamente sbattuta in prima pagina dai media, ma come persona, invece che come stereotipo. E non è per niente poco.

Una settimana l’anno, Telethon va in TV a parlare di malattie rare con i suoi testimonial. Non racconta solo la malattia, Telethon racconta la vita: vite comuni o straordinarie, di persone eccezionali quanto comuni, che una volta l’anno chiedono attenzione e qualche soldo per la ricerca, la speranza più grande che hanno. E Telethon spesso usa le celebrità, dai calciatori agli attori o chi per loro, per rivolgere i riflettori su vite-non-celebri che normalmente nessuno prende in considerazione, ma che non per questo sono indegne di essere vissute. Nell’articolo precedente, AM commentava che sarebbe meglio invitare più gente possibile sul palcoscenico invece che chiudere il sipario. A volte il sipario è aperto, ma se fuori dal teatro non c’è il faccione della celebrità, la gente non è invogliata ad entrare. E non c’entra nulla l’essere imbecilli o no, checché ne dica Eco.

E’ perché siamo esseri umani, e sono le vite e le vicissitudini di altri esseri umani quelli che ci appassionano di più, quelle che ci permettono di vedere la realtà con occhi nuovi, quelle attraverso cui possiamo avere non solo comprensione ma anche empatia.

Negli anni duemila abbiamo le celebrità e lo sport, mentre gli antichi greci avevano mitologia e divinità completamente intrise di qualità umane, positive o negative che fossero, perché le storie più grandi che riusciamo ad immaginare, quelle che coinvolgono entità cosmiche e divinità, sono, comunque, storie umane.

E sia chiaro, anche a me non piace l’interesse morboso o il culto della personalità.  Ci sono milioni di calciatori che sgobbano da morire in ogni angolo del mondo, ma io, che di calcio non m’interesso minimamente, sento sempre parlare dei soliti 3-4, e spesse volte più per quello che fanno nella loro vita privata che nel la loro professione.
E’ più facile, e più proficuo, e più vendibile, scrivere storie eccezionali su gente eccezionale che storie comuni di gente comune. E un astronauta per definizione è un’eccezione.
Noi conosciamo cento, mille ricercatori precari. La maggior parte fa roba talmente specifica e ai confini del sapere umano che è impossibile raccontarla se non mettendola sul taglio del vissuto. Perché magari ci sono vent’anni di progresso umano dietro ad una scoperta scientifica che non è sexy. Con Samantha si possono fare ambedue le cose, e trascendere le solite narrative, perché la stampa generalista ha deciso di raccontare la storia di una persona mentre noi raccontavamo la storia della sua scienza. Non è stato un evento coordinato, armonioso ed elegante come può essere Telethon, ma c’è stata una sorprendente sinergia fra il suo “dramma umano” e la promozione di un certo tipo di visione della scienza.

E’ stata usata come consapevole arma di distrazione di massa, un espediente patriottico per distrarre le masse dalla situazione disastrosa in cui la scienza riversa l’Italia? E’ possibile, ma personalmente mi sembra del tutto improbabile. E se anche così fosse, sarebbe stato una campagna mediatica iper-coordinata su una miriade di testate diverse che ha però ottenuto l’effetto contrario a quello che voleva: letteralmente centinaia di migliaia di persone hanno usato l’occasione delle celebrazioni di Samantha per ricordarci di come in realtà l’Italia è un paese del cazzo in cui “nessuno pensa ai marò e si fanno distrarre da Samantha”. O ai sessisti inconsapevoli al grido “sì vabbè la esaltate solo perché è una donna piddini femministi dei centri sociali”. Se è vero che i media hanno ritratto Samantha in maniera positiva è altrettanto vero che la reazione della maggior parte di Internet, tolte alcune isole felici come la nostra pagina, è stata di rigettare, sminuire, negare o sviare l’attenzione dai suoi traguardi.

E’ “giusto” che una scienziata in particolare diventi una celebrità? Non so, non ne sono sicuro: la scienza rifiuta il principio di autorità, e per quanto sia orizzontale e distribuita, non è una democrazia; è altresì vero che quasi sempre non c’è alcun legame tra la fama di un ricercatore e il suo contributo al progresso scientifico, ma ha più a che vedere con il suo carisma e le sue capacità di comunicazione. Ho riflettuto su questo problema in un altro articolo, e su come spesso ci siano tensioni poco sensate tra scienziati e divulgatori dovuti anche alla fama che i secondi si fanno, in un certo senso, sulle spalle dei primi.

Ma è anche vero che quegli scienziati che diventano celebri, influencer, che si trovano sotto i riflettori dei media, hanno la possibilità, forse addirittura la responsabilità, di promuovere alfabetizzazione scientifica, combattere le pseudoscienze di cui la discussione pubblica è piena, motivare giovani menti narrando la meraviglia della scoperta, e fare per quanto possibile il modo che le decisioni pubbliche siano basate su solide basi fattuali. Possibilità che per come è strutturata l’economia dell’attenzione al momento, la maggior parte degli scienziati non ha, o addirittura non è interessata ad avere.

E’ possibile che avere celebrità nella scienza, come Samantha, sia “ingiusto”, ma è quasi certo, ai miei occhi, che possa avere solo risvolti positivi nella società.

Anche perché l’alternativa non è avere più notizie sui ricercatori precari (o su chi lavora nelle petroliere, per continuare a rispondere anche a Selvaggia), ma avere più notizie sugli scazzi dei concorrenti di The Voice.

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