La mia vita per lo sciame!

L’ordine degli imenotteri è il gruppo di insetti più affascinante, temuto e (forse per entrambi i motivi) studiato. Di esso fanno parte formiche, api, vespe.

La sua caratteristica più nota è il fenomeno dell’eusocialità, il più complesso e sofisticato livello di organizzazione sociale in una specie animale [1]. Molti imenotteri sono insetti sociali, nei loro nidi avvengono complesse interazioni e dinamiche fra gli individui, vi sono gerarchizzazione dei ruoli con divisioni dei compiti, intensa cooperatività e cure parentali. Il singolo è subordinato al benessere della colonia e la sua vita è sacrificabile per assicurare la sopravvivenza del resto della colonia.

Gli sviluppi possono essere spettacolari e avvengono soprattutto tra le formiche [2]; ma anche api e vespe possono essere capaci di comportamenti eusociali stupefacenti, per quanto nella vita di tutti i giorni siamo più abituati a pensare con diffidenza a questi esseri ronzanti.

E non si può negare che molti di noi provino un timore viscerale verso di loro, tanto forte che spesso si confondono delle innocue apine con vespe più aggressive.

Se esistesse un boss degli imenotteri, il calabrone gigante asiatico (Vespa mandarinia) sarebbe il protagonista degli incubi di molte persone. Con i suoi 50 mm di lunghezza, un’apertura alare di circa 76 mm e un pungiglione di 6 mm, è l’imenottero più grande del mondo.

Credits: Wikimedia Common
Ridley Scott, in un alveare nessuno può sentirti urlare. Credits: Gary Alpert via Wikimedia Common

 

vespa
“ehm, questo è imbarazzante, te ne approfitti solo perché sei più grosso!”

 

vespa3
Credits: Takehiko Kusada, via vespa-crabro.de

 

Questi signorini vivono in Asia orientale ma sono noti soprattutto in Giappone [3], dove abitano le foreste e le montagne e mietono tra le 30 e le 40 vittime all’anno con le loro punture dolorose.

Detestano gli intrusi entro addirittura una decina di metri dalla colonia e in pratica sparano prima di gridare “altolà, chi va là?!”.
Il loro veleno contiene molte sostanze diverse: tossine che degradano i tessuti e neurotrasmettitori (l’acetilcolina) per mandare in sovraccarico le fibre del dolore, addirittura feromoni per attrarre altri calabroni stimolandoli a pungere [4]. Un po’ come quando nel bombardamento di Dresda del 1945 le prime bombe incendiarie servirono anche per dire agli altri bombardieri dov’era il bersaglio.
Perché avere clemenza quando si può infierire?

Sono predatori temibili. Costruiscono i loro nidi scavando tunnel nel suolo o occupando gallerie pre-esistenti. Cacciano spietatamente tutti gli altri insetti e non temono di affrontare anche aracnidi o altri grossi calabroni per nutrirsi, ma il loro cibo preferito sono le api, di cui vanno ghiottissimi.
Non mangiano le prede direttamente, perché come potete vedere dalla foto qui sopra la giunzione fra torace e addome è molto stretta: non riescono fisicamente a far passare cibo solido. Allora lo masticano per ottenere una poltiglia con cui nutrire le larve, che in cambio secernono un liquido nutriente [5]. In alternativa bazzicano fra fiori nettarini, fonti di resina degli alberi e bottiglie/lattine aperte per bere e succhiare [6].

Credits: Gabriel Galaz
Credits: Gabriel Galaz

 

In Giappone, a fini alimentari, è stata importata la nostra ape europea (Apis mellifera), il cui miele viene prodotto in quantità molto maggiore rispetto alle specie locali.
L’ape europea non si è evoluta a contatto con bestioni simili e non ha sviluppato alcun metodo per difendersi dai pericoli del Sol Levante. Letteralmente non sa cosa fare quando viene attaccata.

I calabroni asiatici (non solo la vespa mandarina) sono le uniche specie di vespa sociale che reclutano individui adibiti a ricercare le fonti alimentari e a comunicarne la presenza agli altri tramite segnali chimici appositi.

Ciò vuol dire che alcuni calabroni esploratori setacciano la zona alla ricerca di cibo. Si spargono a ventaglio, in genere in solitaria, sporadicamente a coppie o in tre. Una volta individuato qualcosa di appetibile, questi scout tornano alla colonia lasciando dietro di sé una scia di piccole molecole feromoniche che il resto dell’alveare segue. Quando i calabroni giganti trovano un nido di api europee, ne bastano 30 per sterminare un alveare di 30.000 esemplari.

Con le loro mascelle possono decapitarne 40 al minuto, risultando praticamente immuni ai pungiglioni delle api grazie alla loro mole e alla loro pesante corazzatura, per poi stanare le larve e farne dessert. Come un carro armato contro dei samurai armati solo di katana.

Un massacro.

 

Esiste però qualcuno che ha trovato un modo ingegnoso per fregarle. Qualcuno che ha evoluto le armi necessarie per convivere con le colonie di calabroni, sia della vespa mandarina che di molte altre specie per loro pericolose, senza fornire migliaia di vite a ogni banchetto.

L’ape giapponese (Apis cerana japonica [7]) produce meno miele di quella europea ed è di interesse commerciale minore per gli apicoltori, ma si è evoluta con questo e altri vicini ingombranti da tenere a bada. E sa il fatto suo.

Quando una specie di calabrone si avvicina all’ingresso di un alveare di api, se queste si accorgono del ricognitore iniziano a ronzare sempre più furiosamente, in maniera progressiva. A questo punto il calabrone può avvertire il messaggio di pericolo, e girare al largo, oppure può avvicinarsi incuriosito sempre di più. Sempre di più. L’ingresso dell’alveare è libero e il gigantesco calabrone ci entra proprio nel mezzo.

Un esemplare di calabrone giallo giapponese (Vespa simillima xanthoptera) sta perlustrando l'ingresso di un alveare di api giapponesi.
Un esemplare di calabrone giallo giapponese (Vespa simillima xanthoptera) sta perlustrando l’ingresso di un alveare di api giapponesi. Credits: Takahashi, via Wikimedia Commons

 

Quando è sufficientemente vicino scatta la trappola: le api ronzano al massimo, formano una sfera di anche centinaia di esemplari e si tuffano ad avvolgere il calabrone, ricoprendolo completamente, come dei rugbysti che placcano l’avversario. Come tanti piccoli kamikaze.

Un po’ per la sorpresa, un po’ per l’intralcio, il vespone non riesce a reagire efficacemente, tantomeno a fuggire.
Le api ronzano così forte che lo sfregamento delle loro ali e lo sforzo dei loro muscoli aumentano la temperatura corporea fino a 46 °C. Le api possono tollerare temperature fino a 50 °C, ma il calabrone no. Inoltre, così facendo aumentano anche la quantità di anidride carbonica prodotta; anche qui le api possono tollerarne concentrazioni relativamente elevate, ma l’intruso non riesce a respirare. Rimane intorpidito e asfissiato, incapace di sfuggire alla lessatura.

Sfera difensiva di api giapponesi che hanno avvolto due calabroni gialli (Vespa simillima xanthoptera). Gli intrusi sono immobilizzati, incapacitati e surriscaldati fino alla morte.
Sfera difensiva di api giapponesi che hanno avvolto due calabroni gialli (Vespa simillima xanthoptera). Gli intrusi sono immobilizzati, incapacitati e surriscaldati fino alla morte.

 

“Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino”, oppure “la curiosità uccise il gatto”, ma per i calabroni giapponesi vale lo stesso detto.

Alcune api muoiono nel tentativo, ma la loro vita è sacrificabile ai fini del bene della colonia: hanno impedito che il calabrone tornasse a chiamare i compagni per spazzare via l’alveare.

Il bene dei pochi è subordinato a quello dei molti. Il benessere della colonia viene prima di quello degli individui.
Questo vale sia nel senso delle api che si sacrificano per gli altri che per gli esploratori che rischiano la loro vita per trovare cibo per i compagni.

La loro vita per lo sciame.

Questa è eusocialità.

Fonti e riferimenti bibliografici:

Approfondimenti:

Note:

[1] Il fenomeno non è esclusivo degli imenotteri, anche le termiti (isotteri) per esempio sono note per l’eusocialità… mentre meno noto è l’eterocefalo glabro, un mammifero eusociale.

[2] Effettivamente sono proprio le formiche ad essere gli insetti sociali per eccellenza, mentre in apidi e vespidi il fenomeno è meno diffuso e spesso anche meno sviluppato.

[3]  Vengono talvolta confusi con specie simili ma più piccole come Vespa simillima. I nipponici le chiamano ōsuzumebachi (おおすずめばち, kanji: 大雀蜂、大胡蜂, “ape-passero gigante”).

[4] In realtà però il loro veleno è meno potente di quello della nostra ape: la dose letale per un uomo è di 4.1 mg, contro i 2.8 di veleno di Apis mellifera. A fare la differenza sono le dimensioni, e quindi la quantità di veleno iniettato.

[5] La “mistura amminoacidica di vespa”, prodotta da tutti i vespidi eusociali.

[6] Li difendono con altrettanta ferocia dei nidi, per questo si consiglia ai locali di non andarsene in giro a fare pic nic con bevande gassate o peggio alcolici.

[7] In lingua nativa ニホンミツバチ, Nihon mitsubachi.

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: