Il glifosato causa il morbo celiaco?

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Nuovo dibattito acceso sulla rete. In questa interessante occasione la senatrice Elena Fattori condivide un articolo intitolato “Ma quale celiachia. Chiamatelo Roundup” dal sito amatoriale La Stella [1]. Incuriositi, ci sentiamo di analizzare le affermazioni in merito.

elena fattori

In realtà La Stella ha copiaincollato un articolo di Maurizio Blondet [2], giornalista già notoriamente criticato per svariate gravi affermazioni che hanno suscitato molta indignazione [3]. Blondet sostiene che il glifosato, principio attivo usato per la preparazione di vari erbicidi, è la probabile causa di molti disturbi connessi al glutine, come la celiachia o genericamente l”intolleranza al glutine” probabilmente per indicare la sensibilità non celiaca al glutine (tale terminologia è impropria e imprecisa, ma viene utilizzata interscambiabilmente da Blondet). Il titolo utilizza il termine RoundUp, che è il nome commerciale della formulazione utilizzata dall’azienda Monsanto.
Questo composto si utilizza largamente in agricoltura sin dagli anni ’70, ma il suo uso è in continua crescita: il brevetto sul glifosato è scaduto nel 1991 (in USA nel 2000), ed è utilizzato ormai in molti erbicidi commerciali differenti. [Brevetto]

L’articolo di Blondet si basa sulle pubblicazioni di Stephanie Seneff e Anthony Samsel, sulla rivista Interdisciplinary Toxicology, nel 2013 [4]. Gli stessi autori avevano pubblicato anche sulla rivista Entropy sempre a riguardo di questo argomento nello stesso anno e sullo stesso tema [5].

Si focalizzano sul presunto rapporto causa-effetto fra glifosato e celiachia. Il morbo celiaco però è una malattia autoimmune digestiva multifattoriale di origine genetica. La reazione autoimmune infiammatoria nei celiaci è scatenata quando la gliadina, una proteina presente nel glutine, entra in contatto con le pareti intestinali.
Con che titolo fanno un’affermazione simile?

La dottoressa Seneff viene presentata da Blondet come ricercatrice senior [6] al Massachusetts Institute of Technology (MIT) e anche dalla senatrice Fattori (che insiste di “provare a sbugiardare il MIT”). In realtà però il suo impiego lì non ha nulla a che vedere con questa pubblicazione. La dottoressa Seneff è un informatico e le due pubblicazioni non sono ricerche del MIT in merito.
L’altro autore, Samsel, è un autodefinitosi “ricercatore indipendente” e consulente in pensione [7], senza laurea in campo biologico. La loro expertise non è in questo caso direttamente rilevante, il che spesso è uno dei segni che ci troviamo di fronte a pseudoscienza, ma in sé non è incriminante. Prima di poter dare un giudizio, dobbiamo quindi analizzare la questione nel merito dal punto di vista biologico e metodologico.

Sfogliamo i paper originali a cui l’articolo fa riferimento e fermiamoci su alcuni dettagli. Innanzitutto, il grafico principale citato correla l’aumento dei ricoveri o delle infezioni intestinali con l’aumento dell’utilizzo del glifosato:

Seneff S., Samsel A., 2013 "Glyphosate, pathways to modern diseases II: Celiac sprue and gluten intolerance" Notare come utilizzino il termine celiachia.
Seneff S., Samsel A., 2013 “Glyphosate, pathways to modern diseases II: Celiac sprue and gluten intolerance”
Notare come utilizzino il termine celiachia.

Ma come ben sappiamo una correlazione non è una causa. Non basta un grafico del genere a sostenere una tesi, nel mondo scientifico vi sono migliaia e migliaia di presunte correlazioni statistiche ma quasi tutte non superano poi il rigore della prova. Altrimenti, si “dimostrerebbe” ironicamente, usando lo stesso metodo, che la modella Jenny McCarthy causi l’autismo:

autism jenny mccarthy
http://www.skepticblog.org/2014/01/22/autism-and-vaccines-correlation-is-not-causation/

Fra poco sarà chiaro perché citiamo questo fatto (oltre alla curva ugualmente simile al grafico precedente).
Andiamo oltre, il grafico della produzione di cibo “bio”, che vedete qui di sotto, è sempre sovrapponibile al grafico dei malati di autismo:

autism organic food
http://sixfigureinvesting.com/2014/01/patterns-predictions-correlation/

Ma allora il “mangiare bio” provoca l’autismo? Jenny McCarthy provoca la celiachia che causa l’autismo favorendo la vendita ci prodotti biologici? Gli autori dell’articolo di fronte a questa correlazione, se dovessero usare per coerenza lo stesso metro di giudizio, dovrebbero probabilmente sostenere di sì.

Ne abbiamo già parlato qui.

Dalla crescita dell’obesità all’aumento della popolazione mondiale, tutta una serie di altri esempi di trend in crescita possono essere osservati e correlati con l’aumento della celiachia, ma senza un meccanismo tramite il quale la correlazione e l’effetto possano essere collegati, non ci danno alcun indizio su un possibile rapporto di causa-effetto. Ad esempio, per quanto si cerchino continuamente collegamenti tra inquinanti ambientali e malattie neurodegenerative, è molto probabile che in parte l’aumento di diagnosi sia dovuto anche al cosiddetto Effetto Gompertz, ovvero al fatto che per ragioni demografiche le popolazioni del mondo occidentale non hanno mai avuto una percentuale così alta di anziani sulla popolazione totale. Per assicurarsi che il glifosato sia una (con)causa della Celiachia, insomma, serve almeno una vaga spiegazione del perché dovrebbe avere questo effetto.

Intanto però il sasso è stato scagliato e nel lettore viene insinuato il messaggio che “la celiachia sia causata dal glifosato”.
Seppure non ci sia veramente un meccanismo ipotizzato in questo articolo, gli autori nelle loro altre pubblicazioni speculano che abbia a che fare con cationi e chelazione. I cationi sono semplicemente atomi o molecole con carica elettrica positiva; la chelazione è il nome della reazione in cui una sostanza (detta chelante) si lega ad un metallo formando un complesso (per esempio, l’emoglobina forma un complesso con il ferro). I due autori collegano un deficit di cianocobalamina (meglio nota come vitamina B12 e contenente cobalto) con l’assunzione di glifosato perché:

“Glyphosate is known to chelate +2 cations such as cobalt.”

“E’ noto che il glifosato abbia azione chelante sui cationi +2 come il cobalto.”

Questa affermazione è strana, non tanto per via del contenuto, ma perché ignora il resto del contesto biologico: se l’ipotesi è che sia l’azione chelante del glifosato a dare l’effetto dannoso, perché concentrarsi proprio su questo composto, senza verificare se esistano in natura altre sostanze con la stessa attività? Chelante per chelante, l’effetto dovrebbe essere il medesimo. Non sappiamo neanche il se glifosato possa legarsi a cationi 2+ più comuni nel nostro intestino come magnesio, calcio o altri oligoelementi.
Perché proprio il cobalto?

Nell’articolo, la dottoressa Semeff ci informa che nel 41% dei celiaci non diagnosticati c’è una carenza di vitamina B12, apparentemente collegando questa carenza alla patogenesi del morbo celiaco. Ma questo sposta semplicemente il problema di un gradino: la carenza di vitamina B12 è una (con)causa della Celiachia? Non ci sono studi in merito che suggeriscano nulla del genere; è invece ampiamente compreso il fatto che se non trattato, il morbo celiaco possa portare a malassorbimento intestinale, che si può tradurre in altri problemi quali l’anemia e la carenza di vitamina B12. Sembrerebbe quasi che gli autori stiano confondendo tra loro causa ed effetto, in questo caso.

vitaminaB12_chimica

Vale inoltre la pena di ricordare, che, come diceva già Paracelso, «è la dose che fa il veleno»: qualsiasi sostanza a seconda della quantità in gioco può avere un effetto benefico o dannoso o nullo. Ad esempio, il pesto contiene metileugenolo e le mandorle cianuro ma possiamo mangiarli tranquillamente, perché le dosi sono molto piccole, mentre più di 8 litri d’acqua bevuti in un’ora potrebbero causare iponatriemia ipotonica.
Quanto diserbante rimane sui cibi? Non viene calcolata la questione.

Gli articoli insomma si rivelano molto deboli sul lato scientifico. C’è da chiedersi perché allora siano stati pubblicati, anche perché la senatrice Fattori, nella discussione sul suo profilo Facebook, ha insistito che le pubblicazioni parlano.

Possiamo proporre una risposta andando a considerare il cosiddetto impact factor, che vale come misura della qualità della rivista: specificamente, esso è calcolato sulla base di quanto gli articoli della rivista stessa vengono citati come riferimento da altri ricercatori nella comunità scientifica mondiale. In generale, un buon fattore d’impatto è maggiore di 5. Le riviste più prestigiose, come Nature, Cell, The Lancet o Science, navigano su valori come 20 o 30.
Ovviamente questa è solo un’euristica, un possibile campanello d’allarme di cui tener conto quando ci si trova davanti ad una affermazione dubbia: capita che una rivista molto specializzata possa avere un impact factor basso proprio in virtù del fatto che interessa ad un numero limitato di specialisti. Ma, come vedremo, non è questo il caso.

Questo è l’impact factor di una delle riviste, Interdisciplinary Toxicology, che è gestita dalla Società di Tossicologia slovacca:

Zero.

Qui c’è una analisi più dettagliata, il risultato è più di zero, cioè zero virgola bruscolini:

Per fare un raffronto, questa è la prestigiosa rivista Science: 
e questa è una rivista che parla di un rimedio che viene giudicato inefficace dalla comunità scientifica mondiale, cioè dell’omeopatia: http://www.scimagojr.com/journalsearch.php?q=21217&tip=sid&clean=0 (ha persino più citazioni di Interdisciplinary Toxicology).
.E’ molto strano che un ricercatore di una università americana prestigiosa come il MIT decida di pubblicare un risultato così importante sulla rivista di una piccola società tossicologica europea. Studi di tale portata, se fossero condotti in maniera impeccabile, figurerebbero proprio sulle riviste più prestigiose, come è accaduto normalmente in passato. Ma come abbiamo visto, il lavoro è molto debole, e probabilmente non passerebbe la revisione tra pari su riviste più affidabili e importanti.

Non a caso, anche l’altra pubblicazione è su Entropy, una rivista “open access” pubblicata da un editore cinese e generalmente considerata un “predatory journal”, ovvero una rivista disposta a pubblicare qualsiasi articolo purché l’autore paghi a sufficienza, inclusi paper plagiati (e che quindi quasi certamente non hanno dovuto sottoporsi a nessuna revisione paritaria).

La chicca finale: nelle due pubblicazioni notiamo un elenco sterminato di citazioni ad altri articoli di riferimento, probabilmente allungate apposta per sembrare corpose. Controllandole, ne emergono moltissime da articoli inattendibili o completamente sballati, persino da fonti che non sono riviste scientifiche o sono riviste truffa, un capolavoro di cherry picking. Troppi da elencare tutti qui (forse nei commenti), ma val la pena far notare che compare un nome che in particolare non dovrebbe esserci. Si tratta di Andrew Wakefield, ex-medico britannico radiato dopo aver pubblicato delle ricerche fraudolente in cui aveva falsifiato i dati per “dimostrare” che i vaccini causino l’autismo tramite lesioni intestinali [8]. La sua pubblicazione iniziale del 1997 venne poi ritirata dopo lo smascheramento della frode e le successive sono screditate [9]:

elena fattori
Samsel S., Seneff A., 2013 “Glyphosate’s Suppression of Cytochrome P450 Enzymes and Amino Acid Biosynthesis by the Gut Microbiome: Pathways to Modern Diseases†”

 

In conclusione, abbiamo quindi degli studi deboli, pubblicati su riviste improbabili da autori non medici e privi di competenze in merito, e che fanno riferimento a personaggi autori di fatti fraudolenti.
Dovrebbe bastare questo per decidere se l’articolo è scienza o pseudoscienza.

Ci sentiamo quindi di tranquillizzarvi: articoli “scientifici” come questi nella comunità scientifico-biomedica non hanno conseguenze. E’ poco più che rumore di fondo.
Di fronte a decine di studi convergenti e fatti bene sì, ma di fronte ad un singolo paper pubblicato da una rivista insignificante nessuno scienziato trae conclusioni affrettate.

Auspichiamo che questa analisi possa quindi essere di interesse sia per il lettore che per il paziente celiaco, che non smetta di seguire le terapie basandosi su distorsioni su internet, ma anche per la senatrice stessa al fine di offrire un servizio migliore al cittadino.

frumento

* appendice *
aggiornamento 15/08/2015

Purtroppo dobbiamo prolungare il discorso perché abbiamo assistito a degli sviluppi deludenti della discussione. Al far notare solo questi ” piccoli particolari “, oltre che diversi svarioni sulla natura del morbo celiaco (sui quali sono intervenuti biochimici e patologi che studiano la stessa malattia), la senatrice purtroppo ha cancellato molti commenti e fatto ricorso all’appello di autorità (cfr: “lei non sa chi sono io”).

elena fattori
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Il discorso è poi virato sull’insorgenza di resistenze agli erbicidi. Ma è un argomento che non c’entra, il fenomeno degli infestanti resistenti multipli a erbicidi capita con tutti i trattamenti estesi e non solo il glifosato; si chiama “selezione naturale”.
Alla fine, Elena Fattori ha iniziato a minacciare querele verso alcune pagine social che erano intervenute e ha asserito che lei non ha mai sostenuto quanto scritto nell’articolo iniziale. In pratica si è quindi solo limitata a condividere un articolo intitolato “Niente celiachia, chiamatela RoundUp” basato su due lavori infimi, anche se il perché non è chiaro.
elena fattori
elena fattori
Fattori minaccia que
Pubblicizzare articoli apocalittici e rispondere con le minacce di querele alle critiche e obiezioni, dalla posizione di rilievo mediatico e politico che può avere un senatore, invece, è alquanto grave. “Io ho solo condiviso” ricorda molto il “Noi abbiamo solo raccontato” dietro cui si nascondevano le Iene con Stamina.
E’ come minimo ozioso, se non addirittura disonesto, accusare chi critica di farlo per ragioni politiche, o di fare l’interesse della famigerata Monsanto (che in questo caso ci chiediamo ancora cosa c’entri), o di lanciare frecciatine sul fatto che parlando di questi temi si scatenano sempre commenti contrari.

Perché se una ricercatrice (come ama proclamarsi la senatrice) non si accorge di questi dettagli importanti, allora forse è meglio che cambi ambito lavorativo. E si dedichi alla politica
 
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Articolo a cura di:
  • Romeo Gentile
  • Marco Delli Zotti
  • Giovanni Perini
  • Alessandro Mattedi
  • Giacomo Vallarino
  • Alessandro Tavecchio
Approfondimenti:

Note:

[1] La Stella – Ma quale celiachia. Chiamatela Roundup.

[2] Blondet & friends – Ma quale celiachia. Chiamatela Roundup

[3]

  1. Perle Complottiste – archivio Maurizio Blondet
  2. Undicisettembre – archivio su Blondet

[4] Glyphosate, pathways to modern diseases II: Celiac sprue and gluten intolerance

[5] Glyphosate’s Suppression of Cytochrome P450 Enzymes and Amino Acid Biosynthesis by the Gut Microbiome: Pathways to Modern Diseases

[6] http://people.csail.mit.edu/seneff/

[7] https://www.linkedin.com/pub/anthony-samsel/23/665/605

[8] IUxS – archivio vaccini, autismo e Wakefield

[9] http://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(10)60175-4/abstract

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