Il leone Cecil, la tutela della megafauna, la povertà in Africa e l’opinione pubblica

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Il caso di Cecil il leone ha avuto una risonanza mediatica inaspettata e suscitato dibattiti oltre l’avvenimento in sé, spaziando sulla legittimità della caccia grossa, su quali sono le priorità per gli occidentali, sulla questione della biodiversità e sulle condizioni di vita in Zimbabwe. In teoria, la vicenda mediatica è stata generata quasi solo da giornali inglesi e statunitensi, ma ha avuto risonanza anche da noi. Cerchiamo di riepilogare la vicenda e di rispondere ai principali dubbi a riguardo.

L’intero articolo è lungo perché riunisce in un unico mega-dossier alcuni vari sottoargomenti, quindi per comodità ci sono dei rimandi alle singole sezioni più brevi.

Legenda:

  1. I fatti
  2. Che cosa aveva di particolare Cecil?
  3. Quali sono state le reazioni internazionali per la vicenda?
  4. Ma in Zimbabwe cosa ne pensano?
  5. Invece i ricercatori cosa dicono?
  6. Perché tanto chiasso per un leone?
  7. Perché si pratica la caccia grossa?
  8. Cosa ci insegna questa vicenda?
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Cecil the lion at Hwange National Park in 2010. Credits: Varnent via Wikimedia Commons

 

1) I fatti. ~ (torna in cima)

Un leone di nome Cecil è stato ucciso il 1° luglio 2015. Le indagini e le ricostruzioni, a partire da un’inchiesta del quotidiano inglese The Telegraph, hanno poi stabilito che ad ucciderlo è stato un dentista americano di nome Walter James Palmer durante una battuta di caccia grossa da safari. La belva era stata condotta dalla guida, un cacciatore professionista locale pagato 50.000 $ di nome Theo Bronkhorst, al di fuori del parco in un terreno di proprietà di Trymore Ndlovu legando una gazzella morta al fuoristrada per attirarlo (pratica illegale). Palmer lo aveva già ferito con una balestra, per poi finirlo dopo un inseguimento di 40 ore con il fucile. Infine l’animale è stato decapitato e scuoiato per farne trofeo.

Nonostante la caccia grossa sia regolarmente praticata su licenza concessa dai parchi africani, questa occasione particolare ha suscitato proteste e indignazioni su scala globale poiché Cecil era un leone protetto e parte di una ricerca scientifica. Walter Palmer rischia serie conseguenze legali: le accuse iniziali sono di bracconaggio (punito con fino a 10 anni di reclusione dalle autorità zimbabwesi) e di aver corrotto le guardie per poterlo uccidere fuori dal parco e distruggere il radiocollare che l’animale portava con sé. Il dentista ha però affermato di non sapere che fosse un esemplare particolare e protetto, ma di averlo scoperto solo alla fine della battuta di caccia, per la quale si era affidato all’esperienza delle guide locali e aveva ottenuto i regolari permessi versando la costosa tariffa per i “big game”. Palmer ha ribadito di avere agito nella legalità e di essere dispiaciuto che le cose siano andate in questa maniera.
Nel frattempo Bronkhorst e Ndlovu sono stati arrestati e poi rilasciati su cauzione. Anche loro hanno affermato che avevano ottenuto tutti i permessi regolari e hanno respinto l’accusa di bracconaggio.

Riferimenti:

A combination photo shows Theo Bronkhorst, left, and Honest Trymore Ndlovu before their court appearance in Zimbabwe. (Philimon Bulawayo/Reuters) Image via Washington Post
A combination photo shows Theo Bronkhorst, left, and Honest Trymore Ndlovu before their court appearance in Zimbabwe. (Philimon Bulawayo/Reuters)
Image via Washington Post

 

2) Cosa aveva di particolare Cecil? ~ (torna in cima)

Cecil era un maschio di 13 anni parte delle popolazioni meridionali di leone africano. Alcuni autori classificano la sua popolazione come una sottospecie a sé, il leone del Katanga (Panthera leo bleyenberghi).
Il leone non è attualmente minacciato di estinzione, ma la specie è catalogata come vulnerabile dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura. Inoltre l’areale in cui vive è drasticamente ridotto rispetto al passato. Si stima che vi siano fra i 20.000 e i 30.000 esemplari in Africa, in calo.

Cecil viveva principalmente nel parco nazionale di Hwange nella provincia del Matabeleland settentrionale, in Zimbabwe. Era l’attrazione principale del parco, anche per via della facilità con cui i turisti e i ricercatori potevano avvicinarsi per fotografarlo e studiarlo. Bryan Orford, una guida professionista del parco, ha affermato che i proventi di ogni gruppo condotto nei safari fotografici potevano raggiungere collettivamente i 9.800 $ al giorno; i ricavi a lungo termine per fotografare Cecil per cinque giorni sono (erano) molto più alti di qualunque tariffa un cacciatore potesse pagare per abbattere regolarmente il leone. Johnny Rodrigues, a capo della Zimbabwe Conservation Task Force, ha anche espresso preoccupazione per la sorte dei suoi cuccioli, poiché con la morte del maschio dominante, altri giovani rivali cercheranno di accoppiarsi con le leonesse uccidendo i cuccioli come tipicamente fanno i leoni; successivamente ha confermato che un altro leone, Jericho, il fratello di Cecil, è diventato il maschio dominante ma ha risparmiato i cuccioli.

Cecil era parte di un progetto di studi sulla fauna locale (di zoologia e genetica delle popolazioni) attivo già dal 1999, condotto dalla Wildlife Conservation Research Unit dell’Università di Oxford. Un ricercatore, il dottor Andrew Loveridge, ha riportato che con l’uccisione di Cecil nuovi maschi potrebbero violare il territorio e uccidere i cuccioli; inoltre, quando le strutture sociali dei leoni sono disturbate in maniera così pesante gli esemplari sono più proni a entrare in conflitto con le comunità umane poiché i loro spostamenti diventano vagabondaggi tendendo a lasciare i confini del parco.

Per questi motivi Cecil era dotato anche di radiocollare ed era un animale protetto.
Non si poteva toccare.

Riferimenti:

Geographical distribution of lions. Red (and blue) shows areas historically inhabited, blue shows areas currently inhabited. The present distribution in Africa is based upon a map created by 'The African Lion Environmental Research Trust (ALERT) which can be viewed here: http://www.wildlifeextra.com/go/news/lion-reintroduction.html#cr. Image by Tommyknocker via Wikimedia Commons
Geographical distribution of lions. Red (and blue) shows areas historically inhabited, blue shows areas currently inhabited. “The present distribution in Africa is based upon a map created by ‘The African Lion Environmental Research Trust (ALERT) which can be viewed here: http://www.wildlifeextra.com/go/news/lion-reintroduction.html#cr.
Image by Tommyknocker via Wikimedia Commons

 

3) Quali sono state le reazioni internazionali per la vicenda? ~ (torna in cima)

La vicenda ha avuto un’eco inaspettata in Occidente, primariamente sui media anglosassoni.

Numerosi quotidiani, attivisti, celebrità e anche politici inglesi e americani hanno biasimato il gesto (seguiti a ruota in altri paesi). Significativo è stato l’intervento di Arnold Schwarzenegger, che ha paragonato i trofei dei safari da caccia (condannandoli) a quelli da lui vinti in gioventù come culturista, poiché è rappresentante del Partito Repubblicano il quale invece è a favore della libertà di praticare forme di caccia come queste (l’emblema storico fu il presidente Theodore Roosevelt, mentre nei giorni scorsi la vicenda di Cecil è stata paragonata alla famiglia dell’attuale candidato presidenziale Donald Trump), difatti sui suoi profili ha ricevuto anche proteste.

Le associazioni animaliste si sono scagliate con veemenza riguardo la vicenda. La loro pressione mediatica è stata tale che tre compagnie aeree (American, United e Delta) hanno deciso di vietare il trasporto di trofei da caccia sui loro voli. Forse per onestà, forse per convenienza, il Safari Club International ha ritirato la tessera d’iscrizione a Palmer e a Bronkhorst, motivando la scelta con l’avere intenzionalmente ucciso illegalmente fauna selvatica. Nel vicino Botswana, proprio in seguito al caso Cecil è stata proibita la caccia grossa.

Sono gravi gli episodi di insulti pesanti, minacce e lettere minatorie ricevute da Palmer, sia online che dal vivo. Alcuni attivisti hanno diffuso i suoi dati personali, compresi gli indirizzi del suo studio dentistico (che ha dovuto chiudere) e di casa sua al punto che Palmer ha assunto una guardia del corpo per tutelarsi dalle minacce di morte ricevute. Come reazione a ciò, sono sorti anche movimenti d’opinione che, se non sono direttamente a favore di Palmer e/o dell’attività della caccia grossa, contestano gli animalisti e l’indignazione verso la morte del leone per questi estremismi.

Al di là di questi comportamenti surreali, la morte di Cecil ha stimolato numerose discussioni, principalmente riguardo la legittimità della caccia grossa, ma anche riguardo i meccanismi d’odio della rete e per le priorità verso cui gli occidentali riversano la loro indignazione (vedere sotto, i punti 5 e 6, per maggiori dettagli).

https://twitter.com/Schwarzenegger/status/626836042142740481/photo/1
https://twitter.com/Schwarzenegger/status/626836042142740481/photo/1

 

4) Ma in Zimbabwe cosa ne pensano? ~ (torna in cima)

Il giudizio è delicato perché lo Zimbabwe è un paese molto povero e l’attuale presidenza di Robert Mugabe è considerata una dittatura dagli osservatori internazionali.

La maggior parte della popolazione comune dello Zimbabwe era ignara della vicenda, così come la maggior parte degli Italiani non sapeva chi fosse Daniza o non sa perché è vietato pescare i datteri di mare.
I quotidiani che hanno parlato del “leone più famoso d’Africa” hanno confuso la popolarità fra gli operatori e ricercatori del parco con la popolarità presso la gente comune.
Molti comuni cittadini dello Zimbabwe in realtà non conoscevano lo status di Cecil, né della ricerca condotta dall’università di Oxford. Per loro era un leone come gli altri. D’altronde, quanti di voi sono a conoscenza dei progetti di ricerca nostrani su lupi, sugli orsi marsicani, sul visone europeo, sulle foche monache? Un italiano preso a caso probabilmente riterrebbe i falchi pecchiaioli nello stretto di Messina come un qualsiasi altro rapace, oppure i rari falchi della regina in Sardegna non diversi dai falchi pellegrini.

Anzi, parte della popolazione rurale e povera africana è spesso in competizione con i grandi felini, che possono attaccare gli allevamenti o le persone al di fuori delle riserve protette. Per questa ragione, non gli importa se un animale viene ucciso, fosse anche un animale molto importante per la scienza. Così come, dagli Stati Uniti all’Europa, allevatori e montanari temono che lupi e altri predatori gli mangino il bestiame: in mancanza di provvedimenti da parte dello stato o degli organi competenti, se sparisce una bestia prendono la lupara, non importa se contro specie protette, a rischio o importanti per l’equilibrio dell’ecosistema.

Su molti siti e blog è rimbalzata la seguente notizia: il ministro per i servizi sociali, Prisca Mupfumira, ha addirittura commentato per l’agenzia Reuters con “quale leone?”.

Ciò nonostante, anche se la gente comune ignorava la sua esistenza, Cecil era davvero importante per i ricercatori e l’economia locale. La maggior parte delle autorità competenti in zona responsabili del turismo, della tutela faunistica e dell’impiego è infatti di parere molto diverso: Cecil da solo attirava numerosi turisti e garantiva guadagni di gran lunga superiori a quelli per il suo abbattimento anche se non fosse stato un errore, ma dopo la sua morte molte prenotazioni sono state cancellate e si teme che la reputazione del paese divenga quella di uno stato corrotto e che non preserva la propria fauna e biodiversità. Ci si aspettavano 9 milioni di $ di introiti dal turismo nell’ultimo quadrimestre del 2015, ma ora c’è molto timore per l’avvenire.

Non è neanche vero che le tribù africane vedono tutte i leoni solo come nemici che prima si abbatte meglio è. Ad esempio, molti masai, un tempo noti proprio per cacciare i leoni (come rito d’iniziazione con cui il giovane che voleva entrare nell’età adulta mostrava valore e coraggio), sono ora parte di un progetto di conservazione dei leoni in Kenya e Tanzania: vengono chiamati lion guardians, avvisano i pastori se ci sono leoni nelle vicinanze, affrontano i bracconieri, recuperano il bestiame perduto, aiutano i ricercatori nel monitorare i grandi felini e cercano di convincere i loro compagni masai più legati alle tradizioni a non cacciare i leoni. Che siano la dimostrazione che la coesistenza è perfettamente possibile?

Comunque, il ministro dell’istruzione superiore Opa Muchinguri ha chiesto l’estradizione di Palmer.
La Zimbabwe’s Parks and Wildlife Authority cavalcando l’onda ha anche messo apposta sul suo sito un link per raccogliere donazioni (per la tutela della fauna e “per la causa di Cecil”) e in un primo momento ha annunciato che la caccia di elefanti, leoni e leopardi è proibitissima al di fuori del parco nazionale di Hwange. Dentro la si potrà praticare ma solo con il permesso scritto del direttore del parco e dell’autorità per la gestione faunistica. Ma dopo neanche dieci giorni però il veto è stato ritirato, suscitando alcune polemiche.

L’immagine dello Zimbabwe sicuramente entra in gioco. Basti pensare che alcuni mesi fa il controverso Robert Mugabe ha servito per il suo compleanno costosa carne di cucciolo d’elefante, attirandosi critiche sia per il tipo di preda sia per la lussuria mentre il suo popolo muore di fame.

Riferimenti:

Chinhoyi Rural Area School, image via http://zimbabweschildren.org/
Chinhoyi Rural Area School, image via http://zimbabweschildren.org/

 

5) Invece i ricercatori cosa dicono? ~ (torna in cima)

Anche molti zoologi, naturalisti e sociologi hanno espresso i loro pareri, che vanno dalla conservazione della biodiversità ai meccanismi con cui l’opinione pubblica si mobilita rapidamente per determinate specie animali.

Nel punto 2 abbiamo già spiegato in che contesto si trovava Cecil e chi stava conducendo ricerche. Prima abbiamo anche citato i lion guardians. A questo link c’è un’intervista della Society for Conservation Biology a riguardo molto interessante.
Ora vorremmo parlare di qualcos’altro al di là del caso specifico.

Il dottor Ernest Small, biologo del National Program on Environmental Health, Agriculture and Agri-Food canadese, scrive che l’opinione pubblica mostra maggiore empatia per poche specie animali note, possibilmente i mammiferi o comunque quegli animali che sembrano più vicini a noi.
Non ci sono animali più carismatici di un leone e non pensiamo alla sofferenza che causiamo a migliaia di altre creature che però ispirano meno simpatia di un grosso felino.
Chi mai si preoccupa per i pipistrelli o le vipere, che fanno pure paura? O addirittura per invertebrati che rischiano di scomparire? A chi importa di una lumachina, di un ragnetto, di un coleottero estinti?
Eppure rappresentano il 99% delle specie a rischio quando si parla della distruzione degli ecosistemi, quella che minaccia il panda in Cina o gli oranghi in Indonesia quando si disbosca per fare le piantagioni di palma. 
E c’è da dire che di Cecil ce ne sono molti altri, ma senza nome, meno famosi, per questo meno al centro delle cronache; anche loro a volte vengono attirati legando animali morti ai fuoristrada, ma se non si chiamano Cecil non avvengono sommosse virtuali.
In Trentino, Daniza non è stata l’unica orsa ad essere uccisa, ma gli altri esemplari erano identificati solo con lettere e numeri, chi li conosce?

La nota divulgatrice Lisa Signorile da anni l’ha chiamato “effetto Bambi“, mentre il nostro Alessandro Tavecchio la chiama “plutopucciocrazia” con taglio ironico.

Tutti questi autori però hanno anche ricordato che grazie all’attenzione di queste poche specie si riescono a tutelare molte altre specie dimenticate.

Infatti esiste anche un concetto, quello di specie bandiera. Nessuno protesta o si indigna per la minaccia verso animali sconosciuti, paurosi, poco fotogenici o repellenti. Ci si mobilita maggiormente per nutrie o certe specie graziose di coccinella, anche se si tratta di specie invasive e dannose per l’ecosistema. Tuttavia, il musetto carino del panda, o la foto dell’orango straziato, che già sono giusti di per sé trattandosi di animali a rischio estinzione, bastano per attirare sufficiente attenzione da parte dell’opinione pubblica per sensibilizzare sulla perdita di questi ecosistemi o per ricevere le risorse necessarie a tutelare le specie viventi dimenticate. La maggiore causa di estinzione è la distruzione degli habitat, ma poiché nessuno è disposto a finanziare una campagna di tutela di un anellide o a fare pressioni per salvaguardare l’ambiente in cui vive un picnogonide, si impiegano animali che suscitano maggiore simpatia nella popolazione per tutelare l’intero ecosistema.

Probabilmente con la morte di Cecil ci sarà molta più tutela di riflesso per tante, tante altre specie di interesse naturalistico, zoologico ed ecologico.

Riferimenti:

Cecil Hwange National Park, Zimbabwe 2010 Image via Daughter#3 - https://www.flickr.com/photos/daughter3986851963/4516561242/
Cecil Hwange National Park, Zimbabwe 2010
Image via Daughter#3 – https://www.flickr.com/photos/daughter3986851963/4516561242/

 

6) Perché tutto questo casino per un leone? ~ (torna in cima)

Ma se lo Zimbabwe è un paese povero, con problemi di corruzione, di arretratezza e sotto una dittatura, perché gli occidentali si indignano tanto per un leone e non per chi muore di fame nel paese?
Perché in 24 ore si raccolgono con iniziativa spontanea centinaia di migliaia di dollari da dare in beneficenza per un leone ucciso, ma nessuno si sogna di dare un misero contributo per i bambini affamati?

Bene o male sono moltissimi quelli che, in risposta all’ondata di indignazione, hanno fatto riflessioni del genere.

Sperando di non essere tacciati di benaltrismo o moralismo, effettivamente un po’ è grottesco vedere fotografie di attivisti inferociti augurare la morte per via del caso Cecil accostate a quelle di bambini africani morenti abbandonati sul ciglio di una strada, fa riflettere sul senso delle priorità. Ed è desolante quando c’è il raro caso in cui addirittura qualcuno ti risponde “a me non frega niente dei bambini dello Zimbabwe”. Ovviamente ciò non vuol dire che chiunque abbia disapprovato la sua uccisione sia un menefreghista privo di empatia per gli esseri umani, stiamo prendendo il caso degli estremisti prima citati.

Si tratta di un fenomeno che accade fin dall’alba dei tempi: coinvolge la patosensibilità (l’incapacità di mantenere il distacco dagli eventi negativi che accadono), la prossimità emotiva (ci colpisce di più la morte di un nostro amico che un milione di vittime agli antipodi), il bisogno di trovare un nemico, l’antropomorfizzazione degli animali in cui riversiamo determinati valori, il pregiudizio della natura benigna contro l’uomo sempre bruto, il radical chic ecc.

Su di un quotidiano nazionale zimbabwese, il Chronicle, ci si chiede perplessi: perché gli occidentali hanno tutta questa ossessione per un leone, quando di Cecil ce ne sono tanti altri che godono di minori attenzioni? Cosa c’è sotto?

D’altronde, è facile sfociare nell’ipocrisia, dato che la maggior parte di noi a prescindere non ha mai fatto qualcosa per i bambini dello Zimbabwe o per qualunque altro paese povero. O per le vittime di Boko Haram quando ci fu la marcia per la strage al Charlie Hebdo, o per le vittime umane dell’ISIS quando ci fu sdegno improvviso ed enorme per l’atroce distruzione di importanti siti archeologici.
Non è certo intelligente rispondere con lo stesso tono agli esaltati, dicendo che gli attivisti e gli animalisti meriterebbero di vedere i leoni uccisi perché loro non versano un obolo per i bambini africani, o che bisogna fregarsene della fauna: non so se ricordate, ma nel 2001 il regime dei talebani distrusse le famose statue del Buddha in Afghanistan a cannonate. Fra i motivi ci fu anche proprio la reazione all’UNESCO che aveva proposto di contribuire al restauro di quelle opere patrimonio dell’umanità, “i soldi erano per le statue e non per sfamare i bambini”.

Una cosa però fa pensare: se basta un solo leone per sollevare tanta indignazione popolare e mobilitare risorse e persone da tutto il globo, sarebbe possibile dirottare questa stessa veemente partecipazione su altre problematiche? Quanto è facile scatenare campagne mediatiche (nel bene e nel male)? E se qualcuno invece lo facesse proprio per scatenarle pro domo sua?

Riferimenti:

Image via Huffington Post:
Activists in front of Palmer’s studio (Reuters) image via Huffington Post: http://www.huffingtonpost.it/2015/07/30/dentista-killer-leone-cecil-da-cacciatore-a-preda_n_7902708.html

 

7) Perché si pratica questo tipo di caccia? ~ (torna in cima)

La questione è semplice e tuttavia anche molto difficile.

Il cosiddetto “big game hunting” è un tipo di caccia ben diverso da quella a cui siamo abituati, per procurarsi da mangiare o per selezione e contenimento. Non c’entra col cacciatore tradizionale che va a cercarsi il cinghialone o il fagiano.

Nasce in seno ai safari ed è erede di una tradizione europea di caccia al trofeo. Lo scopo di questa pratica è unicamente la raccolta di trofei e il piacere nell’abbattere prede di grosse dimensioni (ritenute più pericolose). Esistono numerose associazioni che organizzano spedizioni di questo tipo e i cacciatori al termine della battuta si mettono in posa sull’animale abbattuto e magari si riportano la testa a casa per appenderla a un muro, per esibizione.
La pratica non va confusa con le foto che mostrano elefanti o rinoceronti con la faccia letteralmente strappata via per raccogliere l’avorio o i corni: non si tratta di bracconaggio, con tale termine si intende la caccia non regolamentata e al di fuori della legge. Il big game hunting al contrario è legale e, vi parrà curioso, le stesse riserve naturali forniscono i permessi. Ma a condizioni molto rigide: su tutto, che si tratti di prede anziane e possibilmente fuori dal pool riproduttivo, e in particolare, che ogni preda abbattuta sia pagata in maniera molto salata.

Perché i parchi naturali concedono questo tipo di pratica? Sembra contraddittorio, permettere di uccidere animali che si vorrebbe proteggere. La risposta è proprio nelle costose tariffe, migliaia di dollari per abbattere un solo animale. La questione è complessa e inevitabilmente politicizzata.

In questi casi, i parchi naturali fanno questo ragionamento: chiudiamo un occhio se sia giusto o sbagliato fare caccia grossa, sacrifichiamo un esemplare anziano, in cambio incassiamo da un tale che vuole solo divertirsi sparando nella savana senza giudicarlo pubblicamente, e questi soldi li sfruttiamo per il resto della fauna. Si tratterebbe quindi paradossalmente per i parchi di un modo di sostenere la tutela faunistica, poiché i ricavi di queste tariffe vengono (in teoria) impiegati per stipendiare veterinari, guide turistiche, persino i guardiacaccia che tengono lontani i bracconieri di frodo. A questo link, potete leggere un comunicato del Dallas Safari Club in cui afferma di aver raccolto 350.000 $ per la conservazione del rinoceronte; inoltre il club si impegna ad assicurare che venga abbattuto l’animale esatto tramite guide specializzate e che la carne venga utilizzata per sfamare gli abitanti dei villaggi vicini.

Persino i ricercatori e il WWF (!) ammettono che questa pratica può incentivare la tutela della fauna generale, purché attentamente regolamentata e con garanzie di beneficio. Si tratta insomma del sacrificio di pochi per garantire il benessere di molti.

Uno studio di Nigel Leader-Williams pubblicato sul Journal of International Wildlife Law and Policy nel 2005 addirittura mostra che diversi proprietari terrieri sudafricani, dopo la legalizzazione della caccia al rinoceronte bianco, per libera impresa si sono impegnati a reintrodurre questi animali maestosi, più di quanti ogni anno viene permesso uccidere con la caccia. La motivazione è venale e non certo quella che zoologi ed ecologisti si aspetterebbero, ma si tratta di decidere se pensare al fine e soprassedere sui mezzi, oppure ragionare di pancia e per principio.
Nel 2006, il ricercatore Peter A. Lindsey del Mpala Research Centre in Kenya ha inoltre condotto delle interviste verso un centinaio di cacciatori. In base alle risposte, questi sarebbero più interessati alla tutela della megafauna di quanto ci si aspetterebbe, al non frequentare zone dove i bracconieri operano indisturbati e al non sostenere paesi che lasciano superare le quote.

Eppure, gli stessi scienziati a volte si domandano se sia comunque lecita come pratica, per via dell’insegnamento che fornisce: che sarebbe giusto pagare per poter avere il diritto di uccidere solo per divertimento grandi animali, anche se anziani, come se fossero solo materiale organico di cui disporre a piacimento.
Molte delle foto dei big game hunters d’altronde lasciano in ogni caso perplessi, anche se legali. Una pratica diffusa con i grandi felini, per esempio, è quella di afferrare la coda della fiera, come un gesto di vittoria. Spesso però si nota che la fiera compie una smorfia o solleva un poco la testa: vuol dire che era ancora viva e moribonda, la coda viene strizzata apposta per mostrarlo, col cacciatore sopra.

Rimangono dubbi: se i soldi raccolti vengono veramente impiegati tutti, in paesi afflitti dalla corruzione, per la tutela faunistica come viene ogni volta promesso; se i cacciatori intervistati dicano sempre la verità; e se esistano altre strade da percorrere, che però richiederebbero un forte intervento sociale e politico in questi paesi. Non è semplice; e inevitabilmente bisogna fare molti compromessi e qualche volta inghiottire rospi se non si condividono certi costumi.

Riferimenti:

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Un esempio del gesto dello stringere per la coda il “trofeo”, citato nel testo sopra. La leonessa solleva leggermente la testa: è ancora viva e dolorante. La foto è vera. Fonte, dove trovate molte altre foto esempio, tutte legali: http://www.zanderosmerssafaris.com/#!lion/c14xv

 

8) In definitiva cosa ci insegna questa vicenda? ~ (torna in cima)

Molti hanno scoperto che esiste un paese povero, pieno di problemi sociali e politici, che sta ricevendo ora tanta attenzione e che dovrà riceverne ancora molta, assieme a tanti altri paesi che vengono dimenticati perché non ci interessano come i risultati della partita di calcio o l’ennesimo litigio su internet contro pochi sciroccati in una gara all’ultimo screenshot. Sono curioso di sapere cosa accadrà quando partirà la prossima catena di notizie verso le foche uccise in Canada e Groenlandia, a volte in maniera barbara lontano dalle telecamere, ma anche fonte di cibo e sostentamento per intere popolazioni che devono sfamarsi.

Molti hanno scoperto che esistono programmi di tutela della fauna e della biodiversità, parchi naturali sempre a corto di denaro e problematiche inerenti la differenza di percezione delle diverse specie animali, perché la natura non è solo quelle poche specie pelose o col musetto, non è solo la foca artica, non è solo il cucciolo di cane, ma è un numero spropositato di specie appartenenti a 6 se non più regni differenti. Chi veramente conosce gli animali è lo zoologo, non chi gestisce una rubrica sui “pets”, anche se per noi gli animali sono solo i “pet”.

C’è una percezione molto distorta della natura. Chi la vede solo come mondo amorevole di coccole e scodinzolii dove è immorale e inammissibile anche solo uccidere per mangiare o non essere mangiati, chi al contrario la vede solo come spietato Fight Club all’ultimo sangue che giustificherebbero ogni azione, il mangiare e divorare a sazietà senza riguardo. Ormai è entrata al centro del dibattito la caccia grossa, compreso il suo lato “positivo”, su cui si continuerà a discutere. Credo che in un futuro non prossimo sarà bandita del tutto, la società sta andando in questa direzione, ma potrei anche sbagliarmi.

Molti hanno mostrato il loro lato più superficiale. Sia chi scalpita per un animale fregandosene delle persone, sia chi scalpita per le persone pur non avendo mai fatto niente per loro, sia chi ne approfitta per salire su di una barca solo per dare contro a una fazione opposta. Credo che si siano manifestati molti estremismi di minoranze esaltate, da ambo le parti, e soprattutto nelle “discussioni” sui social network che come al solito fanno accapponare la pelle: chi usa la scusa dell’amore per gli animali per sfogare il proprio odio per l’uomo augurando morti atroci a destra e a sinistra, chi usa la scusa della razionalità per giustificare l’uccidere solo per divertimento o il tirarsela di fare cosplay di Predator (ma senza il costume, senza il corpo a corpo e senza il senso dell’onore).

Chiunque volesse parlare di ecosistemi, natura, animali, impatto antropico, sia da un lato che dall’altro, dovrebbe come minimo intraprendere un percorso di studi in una disciplina scientifica. Ma soprattutto chi volesse salvare gli animali: iscrivetevi a una facoltà scientifica.

E per tutti è forse utile anche qualche ripassino di storia, per avere un quadro antropologico migliore.

Qualche approfondimento e opinioni varie in italiano, poiché ho citato quasi solo fonti primarie in inglese:

ulfheðnar
Rievocazioni di guerrieri sassoni, VI-VII secolo d.C. Sono chiamati nelle antiche lingue norrene Ulfheðnar per le pelliccie di lupo, animale sacro a Odino, che indossavano. Sono parte soprattutto del folklore vichingo, dove sono protagonisti delle saghe nordiche insieme ai berserker, ma testimonianze di guerrieri simili sono presenti in quasi tutte le tribù germaniche. Il lupo era animale temuto ma anche molto rispettato e per un uomo catturarne uno era motivo d’onore. Secondo la leggenda, questi guerrieri si trasformavano essi stessi in lupi durante la battaglia. I resoconti latini raccontano di come erano temuti per la loro ferocia in battaglia, soprattutto nelle imboscate notturne.           . Fonte della foto: http://www.wulfheodenas.com/ Non è esplicitato sul loro sito, ma le pellicce sono verosimilmente finte essendo il lupo specie protetta.

 

 

Rievocazione di aquilifer romano, ovvero colui che portava l'aquila simbolo della legione imperiale. Per gli antichi romani il signum era l'emblema della legione, simbolo della tradizione militare e della potenza romana. Veniva protetta a costo della morte affinché non cadesse in mani nemiche, circostanza vista come grave lutto. Chi doveva reggere le insegne aveva quindi un grande onore e una grande responsabilità; come simbolo di forza, indossava la pelle di un animale feroce (nella foto si vedono le pelli finte di un leone e un lupo). Tuttavia, i romani contribuirono ad estinguere i leoni dal Nord Africa, dal Levante e dall'Europa meridionale, poiché ne facevano grande uso negli spettacoli negli anfiteatri con animali, chiamati venationes. Importare animali tanto feroci dagli angoli più lontani dell'impero era un'esibizione di ricchezza, di forza e di potere. Fonte della foto: http://www.caerleon.net/history/army/page5.html
Rievocazione di aquilifer romano, ovvero colui che portava l’aquila simbolo della legione imperiale. Per gli antichi romani il signum era l’emblema della legione, simbolo della tradizione militare e della potenza romana. Veniva protetta a costo della morte affinché non cadesse in mani nemiche, circostanza vista come grave lutto. Chi doveva reggere le insegne aveva quindi un grande onore e una grande responsabilità; come simbolo di forza, indossava la pelle di un animale feroce (nella foto si vedono le pelli finte di un leone e un lupo).
Tuttavia, i romani contribuirono ad estinguere i leoni dal Nord Africa, dal Levante e dall’Europa meridionale, poiché ne facevano grande uso negli spettacoli negli anfiteatri con animali, chiamati venationes. Importare animali tanto feroci dagli angoli più lontani dell’impero era un’esibizione di ricchezza, di forza e di potere.
Fonte della foto: http://www.caerleon.net/history/army/page5.html

 

 

Alcuni masai in Tanzania, mentre si apprestano a rubare i resti di una carcassa ad alcuni leoni. Molti masai sono rimasti legati a uno stile di vita primitivo e spesso si trovano a confrontare faccia a faccia i leoni, che li temono e sono temuti a loro volta. In passato, i giovani masai come rito d'iniziazione all'età adulta dovevano dimostrare coraggio e valore uccidendo in combattimento un leone. Lo spezzone è tratto da un documentario dela BBC: https://www.youtube.com/watch?v=1rTYCc2ZF2o
Alcuni masai in Tanzania, mentre si apprestano a rubare i resti di una carcassa ad alcuni leoni.
Molti masai sono rimasti legati a uno stile di vita primitivo, da allevatori seminomadi, e spesso si trovano a confrontare faccia a faccia i leoni, che li temono e sono temuti a loro volta. In passato, i giovani masai come rito d’iniziazione all’età adulta dovevano dimostrare coraggio e valore uccidendo in combattimento un leone. Attualmente non è più praticata quest’usanza (anche se il giovane che la compie ottiene comunque rispetto presso i suoi coetanei), addirittura alcuni masai sono stati “riconvertiti” alla tutela e alla salvaguardia dei leoni.
Lo spezzone è tratto da un documentario dela BBC: https://www.youtube.com/watch?v=1rTYCc2ZF2o

 

Sempre i masai, questa volta con una leonessa narcotizzata, per aggiungerle un radiocollare ai fini dello studio. Sono i "lion guardians" citati anche nell'articolo. Foto di Philips J. Briggs: https://www.flickr.com/photos/49172492@N05/12607807493
Sempre i masai, questa volta con una leonessa narcotizzata, per aggiungerle un radiocollare ai fini dello studio.
Sono i “lion guardians” citati anche nell’articolo.
Foto di Philips J. Briggs: https://www.flickr.com/photos/49172492@N05/12607807493

 

February 16th, 2010 @ 17:59:41
https://www.youtube.com/watch?v=YRD8jAk274I

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