Intervista a Sergio Bertolucci, Direttore di Ricerca del CERN

bertolucci
foto cortesia CERN

A MeetMeTonight la Notte dei Ricercatori a Milano, abbiamo avuto la possibilità di chiaccherare per qualche minuto con Sergio Bertolucci, Direttore di Ricerca del CERN di Ginevra nonché uno dei fisici più noti al mondo, prima della sua conferenza al Planetario di Milano. Laureato a Pisa, il suo lavoro di ricerca nel corso degli anni lo ha portato nei più importanti acceleratori di particelle del mondo, dal DESY di Amburgo, al FermiLab e infine al Large Hadron Collider (LHC) di Ginevra. Abbiamo avuto la fortuna di poter fare una piccola chiaccherata riguardo la sua avventura nel mondo della ricerca e il suo lavoro nel laboratorio di fisica più famoso al mondo, di cui qui trovate la trascrizione. Per facilitare la lettura, le mie domande sono marcate con AT e in corsivo; la parte veramente interessante, cioè le risposte di Sergio Bertolucci, sono marcate con SB e in grassetto.

AT: Innanzitutto grazie per la disponibilità! Per cominciare, volevo chiederle se può spiegarci cosa fa un direttore di ricerca al CERN. Credo che la maggior parte dei nostri lettori abbia un’idea di cosa fa un Principal Investigator in un corso di dottorato, o un professore associato, o un ricercatore, ma il direttore di ricerca al CERN è un ruolo molto particolare…

SB: È un ruolo particolare e anche divertente, perché per certi aspetti è come fare il pastore di un branco di gatti.  Il direttore di ricerca del CERN non è il capo degli esperimenti, che sono entità esterne e indipendenti CERN, ma è il raccordo tra il laboratorio stesso e gli esperimenti. Non soltanto gli esperimenti dell’LHC ma tutti gli esperimenti in cui è coinvolto il CERN. Il direttore partecipa alla loro vita, ai loro problemi, cerca di risolverli, cerca di armonizzarli. È un ruolo importante perché talvolta i problemi di un esperimento diventano i problemi di anche un altro, ma soprattutto essere il Direttore di Ricerca è un grande privilegio, dal momento che partecipa a tutta la pianificazione scientifica del laboratorio, nel corto, nel medio e nel lungo periodo. È un bel mestiere.

AT: E’ un mestiere molto amministrativo?

SB: No, in realtà non è molto amministrativo. La parte amministrativa del mio lavoro è abbastanza piccola perché al CERN c’è un direttore apposta per fare quello. È invece un lavoro di raccordo, in cui tra l’altro l’autorità conta molto poco: conta l’autorevolezza per stabilire contatti con i molti ricercatori dei vari esperimenti. Io sono anche la faccia esterna del CERN quando si parla di scienza. Il mio ruolo significa che devo presentare i risultati non di un solo esperimento ma di tutti tutti quelli che partecipano al laboratorio. Per cui in realtà è il mio lavoro è studiare moltissimo e continuare a studiare: al CERN ci sono tantissime cose e tantissima fisica che vanno da bassa energia della fisica nucleare fino ad altissime energie. Malgrado noi tutti cerchiamo di avere uno sguardo più ampio e aperto possibile quando sono arrivato lì ho dovuto studiare un sacco di cose che non erano parte delle mie specialità, per cui anche da questo punto di vista è estremamente stimolante.

AT: Io sono un biologo, e di conseguenza non ho molto a che fare con il mondo della fisica; ma la prima volta che ho incontrato il suo nome è stato quando ha firmato l’appello per salvare il Centro di Adroterapia di Pavia, un centro quasi unico in Europa che nonostante la sua eccellenza e le sue finalità pratiche rischia di sparire per mancanze di fondi. In generale, in Italia c’è sempre questa tensione tra dover giustificare la propria spesa in ricerca con applicazioni pratiche e la ricerca di base, quella “curiosity-driven”, che è più difficile da spiegare al pubblico. 

SB: È un dibattito molto molto datato. Se guardasse indietro alla storia, la gente vedrebbe che molto del benessere di oggi è dovuto a leggi o risultati che quando sono stati scoperti nessuno aveva un’idea della loro applicazione. Non serve andare molto lontano: un esempio tipico appunto è quello della medicina. L’antimateria è una cosa su cui si fanno i film, si fanno i libracci, Dan Brown, Angeli e Demoni… ma l’antimateria nasce nel 1929, quando Dirac con un’intuizione coraggiosissima la descrive per la prima volta. Oggi la usiamo come merce comune quando facciamo una PET, perché una PET – positron emission tomography – usa l’antimateria degli elettroni, i positroni. Il problema è che oggi spesso siamo dominati da questa ansia di vedere il ritorno dopo un quarto di anno, il trimestre della finanza, e la finanza secondo me non è il modo migliore di pensare ad un futuro sostenibile per la scienza. Così è il caso di CNAO (il Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica), ad esempio. Io sono molto affezionato al CNAO perché quando ero direttore dei Laboratori Nazionali di Frascati, dell’istituto Nazionale di Fisica Nucleare, mi sono adoperato, assieme con tutto il resto dell’INAF, per aiutare.  Abbiamo aiutato moltissimo dando persone, competenze, seguendo molto da vicino e partecipando alla costruzione e alla messa in opera di questo centro che è uno dei pochi posti in Europa che utilizza questa terapia innovativa: dovremmo esserne orgogliosi e invece diventa un problema. Sono stato molto contento che invece il presidente Napolitano abbia risposto all’appello e consigliato con la sua “moral suasion” di sbloccare fondi.

AT: Ecco, collegato vagamente alla questione ricerca di base: negli anni ottanta-novanta negli USA era in progettazione il Superconductive Super Collider, un acceleratore di particelle che sarebbe stato anche più grande e potente dell’LHC. Alcuni fisici, ad esempio Lederman e Krauss, sostengono che il progetto non sia stato finanziato perché non era vendibile al pubblico, dal momento che era ricerca di base senza applicazioni. Che ne pensa?

SB: No, secondo me il motivo vero è che il Superconductive Super collider aveva un modello organizzativo sbagliato. Questi megaprogetti non possono essere fatti più da una singola nazione: la forza del CERN è che ha una stabilità unica al di là dei cambi di governo e delle difficoltà di una nazione perché ha 21 stati membri ed è un modello di partecipazione aperta. Il SCSC è soprattutto morto perché era troppo grande per una nazione sola, lasciando l’esperimento estremamente sensibile ad un cambio di amministrazione e instabilità politiche ed economiche.

AT: Ecco, parlando delle differenze di modello, lei ha lavorato al Fermilab prima di venire al CERN. A quei tempi il loro ciclosincrotrone, il Tevatron, era il più grande del mondo. Com’è cambiato in questi vent’anni lavorare in questi ambienti? 

SB: Come dicevo, alla base c’è un modello un pochino diverso. Ad esempio gli esperimenti non sono l’esperimenti del laboratorio. Ciascun esperimento è un’entità a sé, a cui il laboratorio se ha interesse partecipa. Ci sono ovviamente fisici del CERN che partecipano ad ATLAS, a CMS, agli esperimenti di LHC, però ogni esperimento ha una sua governance, ha delle sue leggi, ha dei suoi diritti e ha dei suoi doveri. Il Tevatron, e gli esperimenti al Tevatron erano gli ultimi che si potevano fare ancora con sistema “alla buona”, diciamo. Al Fermilab sono stato uno dei soci fondatori dell’esperimento CDF (Collision Detection at Fermilab) ho scritto la nota numero 3, quando ancora il CDF non c’era. CDF è durato più di vent’anni, e l’esperimento è passato da un centinaio di persone a 600 persone. LHC adesso ha 3000 persone per ogni esperimento, e ha 1000 dottorandi per ogni esperimento. Capisci che non si può fare un modello lineare, la crescita è esponenziale, e gestire tutti questi ricercatori diventa una torre di babele facilmente ingestibile. Per cui al CERN ci siamo evoluti anche in questo, mettendo insieme strutture che sono abbastanza agili, cioè gli esperimenti: un esperimento in sé non è una struttura legale, fa tutti i suoi accordi basati sul miglior sforzo possibile che può fare, e poi ognuno fa di tutto per di mantenere la parola. Gli esperimenti sono affiancati da una struttura molto solida e molto stabile che è il Laboratorio Ospite, che si basa sul contributo di 21 stati membri, per cui quando c’è stata la crisi, qualche stato aveva più difficoltà di qualcun altro… compensi, metti dentro un buffer, pagherai il prossimo anno. Al contrario dei progetti individuali in questo modo puoi assorbire le fluttuazioni
E questa struttura è un modello di grandissimo successo, al punto che adesso gli americani hanno deciso di importalo per il grande progetto sul neutrino che sta partendo ora. Hanno separato come noi l’infrastruttura dall’esperimento in modo tale che l’esperimento sia un internazionale e indipendente, e l’infrastruttura sia in qualche maniera a carico di chi ospita, anche perché ne ha un ritorno un pochino più grande. L’idea vincente del CERN è che se un Italiano, un Tedesco, un Francese, un Inglese, va al CERN non va a lavorare in un laboratorio all’estero, va a lavorare nel suo laboratorio. E questa è una cosa fondamentale perché da un senso di appartenenza e anche di futuro molto molto forte.

AT: Parlando di futuro, un’ultima domanda visto che il tempo è agli sgoccioli. Come direttore della ricerca lei si deve occupare della pianificazione degli esperimenti futuri, e se non sbaglio nel 2019 c’è in progetto un espansione dell’LHC… 

SB: 2023, nel abbiamo già fatta una adesso, ne facciamo un’altra nel 2019 ma quella veramente grossa è nel 2023.

AT: Ecco, i riflettori pubblici sono tipicamente sempre puntati sull’acceleratore di particelle, i livelli di energia che crescono, e la nuova fisica che potrebbe andare a rivelare; ma c’è qualche altro esperimento che nel prossimo futuro ci darà grandi risultati?

SB: Ovviamente si! Lei forse sa che al CERN si cambia il top management ogni 5 anni. In solo due casi in 60 anni è stato esteso per un paio d’anni, e il management attuale è uno di questi casi, per cui stiamo finendo adesso il nostro settennato. Dopo, una milanese diventerà direttore generale, Fabiola Gianotti, e un tedesco diventerà direttore di ricerca, per cui stiamo facendo lo scambio! E’ un caso fortuito ma è una bella cosa. Quello che noi vorremo fare e che abbiamo fatto in questi sette anni è evitare che ci fosse soltanto un progetto bandiera perché avere troppi pregiudizi nella ricerca fondamentale è sempre sbagliato. Ad esempio abbiamo degli esperimenti molto importanti che vanno a vedere decadimenti rarissimi. Dal momento che la teoria ha previsioni che si possono calcolare con molta precisione, possiamo paragonare la misura alla teoria, e se uno trova una discrepanza sa che ha trovato nuova fisica. Uno di questi esperimenti, che si chiama NA62 usa i decadimenti particelle k o kaoni che vengono prodotti da una delle macchine che usiamo per iniettare particelle nell’LHC dall’SPS (un acceleratore più piccolo che serve come “corsia di accelerazione” per i protoni prima di entrare nell’anello principale dell’LHC ndA). C’è un’altra serie di esperimenti bellissima sull’antimateria, che farò vedere anche stasera al Planetario per mostrare come la diversità in questo momento è il vero valore, e che è quello che ci permette di costruire un ponte tra fisica delle particelle e astrofisica e cosmologia.
Oggi riusciamo a costruire atomi di antimateria, di antiidrogeno. Una volta questi atomi si riusciva a mantenerli osservabili per circa un millisecondo. Oggi riusciamo a intrappolarli per una ventina di minuti. È una bella differenza! Ora in 20 minuti uno può fare delle bellissime misure e vedere se esiste una piccola differenza tra un atomo di idrogeno e di antiidrogeno. Una delle cose che stiamo facendo ora è vedere se l’antimateria risponde alla gravità nella stessa maniera. C’è tutta una serie di esperimenti di questo tipo che sono molto interessanti. Ma al CERN facciamo esperimenti anche senza gli acceleratori, o usandoli in maniera più creativa. Ad esempio stiamo cercando delle particelle ipotetiche, che si chiamano assioni, che risolverebbero un grosso problema riguardo una simmetria che non riusciamo a risolvere. Sappiamo però che se queste particelle esistono sono prodotte anche dal sole, per cui puntiamo un magnete, uno dei super magneti dell’LHC, verso il sole, e se esistono, questi assioni possono interagire con il campo magnetico e emettere un fotone, un raggio di luce, che possiamo rilevare.

Per cui il CERN è un posto dove c’è moltissima diversità da un punto di vista della ricerca e così sarà sempre più anche in futuro. Non è mai abbastanza, perché la cosa che ammazza di più la ricerca di base sono i pregiudizi.


Di nuovo, voglio ringraziare tantissimo Sergio Bertolucci per la sua disponibilità e la sua pazienza, l’organizzazione tutta del MeetMeTonight che è stato un successo strabiliante di critica e di pubblico, con oltre 55 mila visitatori, e in particolare Riccardo Bianchi e Luigi Di Pace (dell’ufficio stampa dell’Università di Milano – Bicocca) del Media Team per la collaborazione e l’aver reso possibile questa chiaccherata.

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: