Le conseguenze dell’avvelenamento da pesticidi secondo EXPO Russia

Nel suo intrepido reportage di Expo, il nostro caro SB ha fotografato questo cartellone, presente nel padiglione Russo:

pesticidi-russia

Che ha suscitato in noi qualche perplessità, in particolare per la stramba affermazione, nella seconda parte, che l’abuso di pesticidi possa causare, oltre ad una sfilza di patologie varie più o meno gravi su cui non ci esprimeremo, l’autismo, che sappiamo essere (almeno in parte) di origine genetica, e che sappiamo inizia a manifestarsi direttamente durante lo sviluppo embrionale. Per quanto queste osservazioni da sole non escludano in maniera categorica che ci possano essere fattori ambientali che influenzino la prevalenza dell’autismo, tra ciò ed elencarlo tra le “malattie causate dai pesticidi” c’è una differenza.
Inoltre, fra tutte le malattie di cui non si conosce l’eziologia specifica, l’autismo è forse quella che ha avuto, nel corso della storia, più cause spurie associate di qualsiasi altro: oltre alla ormai celeberrima truffa di Wakefield sui vaccini, andiamo da padri più anziani a madri depresse; e gli studi che cercano correlazioni tra autismo e i fenomeni più disparati sono estremamente numerosi e molto spesso contraddittori tra loro: tanto per fare un facile esempio, apparentemente l’autismo è contemporaneamente correlato con un basso peso alla nascita e un alto peso alla nascita.


La cosa che più di tutte mi ha lasciato perplesso sul cartellone in sé è che, se nella prima parte dell cartellone si cità una fonte autorevole e piena di riferimenti come l’OMS per gli avvelenamenti diretti dei pesticidi, la seconda parte è garantita, ci dice l’asterisco, dall’Ente di Ricerca ” Beyond Pesticides “, un ente che, prima di una approfondita ricerca google, mi era, per ignoranza, del tutto ignoto.

Probabilmente perché non è affatto un ente di ricerca. Andando infatti a visitare l’autodescrizione presente sul sito ufficiale  si scopre che si tratta di una associazione non a scopo di lucro, non di un ente di ricerca: Beyond Pesticides in altre parole diffonde informazioni su danni e pericoli dei pesticidi tramite blog e la loro newsletter, e pubblica pamphlet e libelli e cerca di fare lobbying a Washington, ma non produce ricerca originale.

Il che non implica che quello che producano, a livello informativo, sia inattendibile; ma è quantomeno peculiare che un associazione di advocacy, per quanto la causa sia meritevole, sia descritta come ente di ricerca; anche perché questo rende molto più difficile il lavoro di trovare esattamente a quali pubblicazioni scientifiche chi ha scritto il cartellone facesse riferimento. Che a pensar male verrebbe da pensare che sia una strategia intenzionale per rendere più difficile risalire alla fonte originale. Il fatto che il blog di Beyond Pesticides produca un articolo al giorno da quasi 15 anni riportando i lanci stampa di più o meno qualsiasi ricerca che collega qualsiasi cosa con i pesticidi non aiuta; ma sono riuscito a risalire a due articoli in particolare che cercano di collegare direttamente l’uso di pesticidi e l’autismo.

Il primo, del 27 maggio 2008, si basa su uno studio di popolazione e riporta la correlazione tra l’uso di shampoo per animali contenenti insetticidi e la prevalenza di disturbi dello spetto autistico. Sfortunatamente, lo studio in sé non è stato pubblicato ma solo presentato ad una conferenza, e anche cercando tra le pubblicazioni dell’autore intervistato nell’articolo, sembra che non si sia mai tradotto in un articolo specifico. Mi pare di capire, invece che si tratta di un analisi di un sottogruppo dei pazienti che partecipano alla ricerca CHARGE, Childhood Autism Risks from Genetics and The Environment, uno studio longitudinale in California sui possibili fattori che influenzano il rischio di autismo.
Non avendo sottomano la pubblicazione o abstract della conferenza (che comunque, tecnicamente, non ha passato la revisione tra pari, il passo necessario perché un’articolo entri in letteratura scientifica) non posso commentare nel merito, ma mi permetto di sottolineare come l’analisi di sottogruppi sia generalmente qualcosa da affrontare con i piedi di piombo: il più delle volte questo porta a risultati spurii, perché scegliendo accuratamente chi includere e chi no nel sottogruppo si possono ottenere risultati statisticamente significativi anche in assenza di un fenomeno reale; al punto che, in un articolo sulle linee guida per le ricerche mediche pubblicato sulle Lancet, questa pratica viene paragonata all’astrologia.

Il secondo articolo che propone un legame causa-effetto su Beyond Pesticides è del 2014 ed è pubblicato proprio sulla base dei dati raccolti tramite CHARGE, ed è un risultato che ha avuto ben più risonanza mediatica, perfino il Corriere in Italia ha riportato la notizia con un titolo assolutamente non allarmistico come “La Peste dei Pesticidi“; purtroppo l’autore dell’articolo sul corriere in qualche modo ha confuso l’aumento rilevato nello studio del 60% del rischio di autismo per figli di donne gravide che durante il secondo semestre di gravidanza vivono a meno di un miglio da un campo su cui sono stati irrorati organofosfati con un aumento del rischio assoluto di 6 volte.

Fermiamoci un attimo a spiegare meglio la metodologia di questo studio: dal momento che la legge in California richiede che gli agricoltori registrino data, quantità e tipo di pesticidi utilizzati, gli autori sono partiti dai dati raccolti tramite CHARGE che interessano tutta la California, e hanno potuto focalizzarsi specificamente sugli individui esposti, durante la gravidanza, a pesticidi. Si tratta, in altre parole, di un’altra analisi di sottogruppi, per quanto la metodologia, a mio parere, sembri piuttosto solida.

CHARGE include oltre un migliaio di bambini nel suo programma di studio: tuttavia, oltre il 70% dei partecipanti sono stati classificati ad esposizione 0, ergo il risultato è stato dedotto da un sottogruppo di soli 144 bambini con sindromi dello spettro autistico. Gli autori segnalano anche che c’è una deformazione implicita inevitabile facendo questa analisi del sottogruppo, segnalando come il sistema che hanno utilizzato per il reclutamento dei soggetti dello studio può aver un’influenza sui risultati: in maniera molto più semplice, quasi tutti quei 144 soggetti sono stati reclutati dallo stesso centro medico (Valley Mountain Regional Center) mentre i soggetti di controllo vengono da tutto il resto della California, semplicemente perché il centro medico si trova in una zona rurale.

Gli autori cercano di correggere le loro analisi statistiche sulla base di questa osservazione, ma è bene sottolineare che questo è un problema bello grosso per lo studio e in particolare perché è un’analisi di sottogruppi.

Faccio un esempio pratico per rendere meglio l’idea. Un’altra cosa che ogni tanto viene associata o correlata all’insorgere dell’autismo è il piombo: un elemento che sappiamo essere neurotossico, che sappiamo essere presente in concentrazione più alta del normale nei pazienti che presentano sindromi sullo spettro. Sappiamo anche che l’intossicazione da piombo causa in alcuni soggetti sintomi simili all’autismo. E’ molto improbabile che l’esposizione al piombo sia una (con)causa importante dell’autismo, ma è comunque un fattore correlato.

Immaginate che la falda acquifera di una regione sia inquinata, a insaputa di tutti, da un’infiltrazione di piombo, per cui gli abitanti di questa regione sono esposti a questo metallo pesante. Questa regione è anche una regione agricola, per cui gli abitanti sono anche esposti ai pesticidi a base di organofosfati. Reclutiamo i pazienti per lo studio tutti da questa medesima zona, e cerchiamo espressamente di correlare l’autismo con i pesticidi, e troviamo un risultato positivo, perché comparandoli con i pazienti neurotipici, che vengono da tutto il resto della California, troviamo un numero maggiore di persone sullo spettro, e concludiamo che la causa sia il pesticida, perché è quello che stiamo controllando. Ma in realtà stiamo trovando un falso positivo! Che i pazienti siano anche esposti ai pesticidi è una coincidenza dovuta alla loro vicinanza geografica, ma in realtà la causa è il piombo nella falda acquifera!

Di nuovo, questo è solo un esempio, ma rende bene l’idea di come questo tipo di analisi mirata sia pericolosa per via di fattori che sono fuori dal controllo sperimentale. Se lo studio avesse reclutato da più centri rurali come ha reclutato da più centri urbani, la sua conclusione sarebbe più affidabile; ma gli strumenti sono quelli che sono e abbiamo un numero relativamente piccolo di pazienti provenienti da una zona relativamente piccola che coincidentalmente è anche l’unica zona esposta ai pesticidi. Gli autori sono onesti e lo specificano bene e ci danno una buona ragione per muoverci coi piedi di piombo. Il cartellone di Expo (o l’articolo del corriere) non hanno il tempo (e la voglia?) di fare questi Caveat, e banalizzano creando un meccanismo certo di causa-effetto. Abbiamo parlato di questo tipo di correlazioni spurie nella nostra serie come non leggere una ricerca scientifica.

Per quanto però gli autori siano stati espliciti per correggere per questo tipo di fattore confondente, ma ammettono esplicitamente di aver tenuto conto nella loro analisi statistica tutta un’altra serie di potenziali influenze:

Other potential confounders explored but found not to satisfy criteria for confounding based on inclusion in the DAG or the change in estimate criterion were: distance from a major freeway, maternal major metabolic disorders (diabetes, hypertension, and obesity), gestational age (days), latitude of residence, type of insurance used to pay for the delivery (public vs. private), maternal age, paternal age, and season of conception.

Alcune mi lasciano, probabilmente per mia ignoranza, perplesso (il tipo di assicurazione per il parto?) ma altre sono molto rilevanti: ad esempio, sappiamo l’obesità parentale potrebbe essere un fattore di rischio importante per l’autismo; secondo l’articolo linkato, l’aumento di rischio relativo d’autismo in caso di genitore obeso è del 100%, cioè è il doppio rispetto a due genitori non obesi (il corriere probabilmente direbbe 10 volte). E’ importante, perché se per caso, la popolazione rurale della California avesse una prevalenza di obesità leggermente più alta rispetto a quella urbana, ecco che il 60% di aumento di rischio relativo attribuito ai pesticidi si rivelerebbe in realtà dovuto magari alla dieta.

Inoltre, in nessun modo lo studio cerca relazioni di dose-effetto, ovvero il modo più esplicito e sicuro di sapere se effettivamente c’è causalità tra due eventi. Dal momento che la dose fa il veleno, ci dovremmo aspettare che un aumento nell’uso del pesticida aumenti la prevalenza di autismo secondo una qualche relazione, ma lo studio è tratta l’esposizione in maniera “tutto” o “nulla”, il che spesso crea risultati inattendibili. E questo è un assunto particolarmente fallace considerato che gli autori controllano solo per la distanza dai campi. Ma non misurando l’eventuale presenza di questi pesticidi nel sangue (probabilmente per questioni di costi di ricerca oltre che di regolamentazioni varie) non solo non ho nessuna idea di quale concentrazione di pesticida è dannosa e quale può essere sicura, per cui devo trattare qualsiasi esposizione come pericolosa, ma non sono neppure sicuro che chi inserisco nella categoria “esposta” sia effettivamente “esposta”, perché è stabilita semplicemente sulla base di una distanza arbitraria. Di solito, i pesticidi si irrorano nelle giornate non ventose, proprio per evitare che il pesticida finisca in giro per il vicinato e non sul bersaglio. Può darsi che il vento spinga per 1.5 km i residui in direzione di madri gravide; ma può anche darsi che lo spinga per 0.5, o per 5 km in direzione opposta. Nel nostro campione potremmo aver escluso persone esposte e incluse persone non esposte sulla base di un assunto teorico.

Infine, le barre di errore dello studio sono molto grandi, per colpa del fatto che il campione è molto piccolo. La media finale è del 60%, ma i risultati balzano da ogni parte: le misure individuali ci dicono che apparentemente l’esposizione ai pesticidi può ridurre il rischio di autismo (!) in certi individui mentre in altri lo triplica: non è un bel risultato consistente che indica una direzione chiara. E’ uno di quegli studi che sembra urlare, dalla cima dei tetti ” MORE RESEARCH IS NEEDED ” come forse dovrebbero fare i ricercatori nella notte del 25 settembre prossimo. 

Sembrano questioni di lana caprina, o un modo di sminuire una ricerca legittima che ha risultati che personalmente non mi convincono, ma in realtà il problema principale è un altro: scrivere semplicemente ” I pesticidi causano l’autismo ” non solo fuorvia l’opinione pubblica sullo stato reale della ricerca, il che rischia di portare a campagne e provvedimenti che servono più a placare gli animi che effettivamente a migliorare la situazione, ma soprattutto minimizza la complessità dei problema.

Prendere degli studi che per quanto rigorosi (e questo studio per certi versi lo è ma per altri non lo è affatto)  possono dare solo risultati preliminari e trattarli come se fossero vangelo e il problema fosse risolto e tradurli in lanci stampa e articoli perentori che ignorano tutto il resto di quanto sappiamo sulle sindromi dello spettro autistico non aiuta nessuno: non le madri preoccupate, non gli individui affetti, non i policy-makers che devono prendere decisioni basate sullo stato dell’arte, non il pubblico profano che ha interesse nella questione perché è un altro pezzo di puzzle nella sua comprensione del mondo.

Certo, non sempre si hanno 2000 parole come qui per spiegare, né si può dare per scontato che il tuo pubblico sia interessato a seguirti così a lungo su una determinata questione: ogni contenuto è in competizione con ogni altro, specialmente ad EXPO, un posto pieno di distrazioni, colori, cibi, profumi e roba cool di ogni genere.

Ma magari il terrorismo come strategia per attirare l’attenzione lasciamolo fuori dalla divulgazione scientifica, sì?

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