SpaceUp Rome vista da un biocoso

SpaceUp Rome è stata la prima “non-conferenza” (unconference) in Italia, una due giorni di scienza, tecnologia, ingegneria, start-ups, Seneca, concerti, dibattiti, legge, divulgazione, entusiasmo, risate. Di solito non faccio le recensioni per enumeratio, ma se a qualcuno serve un soundbite da incollare sul retro di qualche brochure non c’è veramente alcun modo per riassumere l’incredibile multidisciplinarietà, entusiasmo e varietà che sono emerse dal caos sistematico di questa unconference.

Se siete qui perché avete googlato per decidere se partecipare ad un’altra versione dello SpaceUp, o perché volete capire che cosa diavolo è una unconference, potete direttamente chiudere la pagina: andateci e vivetelo.

Se invece volete sapere un po’ di più di quello che è successo il 24 e il 25 ottobre 2015, all’Università La Sapienza di Roma, considerate la sbrodolata di complimenti qui sopra come la mia dichiarazione di bias positivo, e andate avanti a leggere.

Quando Elisa Nichelli, una delle organizzatrici, mi propose un paio di mesetti prima di andare a questo evento come ” Press ” la cosa che per prima mi affascino fu questa formula, la “non conferenza”. Niente gerarchia relatori-pubblico, niente separazione tra chi viene a parlare e chi viene passivamente ad assorbire, ma una struttura puramente emergente grazie alle “grid-session“. Adesso posso dirlo, visto che tanto siamo a posteriori: sulla carta sembrava una ricetta per il disastro. E sì, SpaceUp è una organizzazione internazionale, e apparentemente la cosa aveva funzionato, dopo il primo esperimento a San Diego, in posti tanto diversi tra loro quanto l’India, Spagna e Olanda. ” Ma siamo in Italia ” pensavo con il mio classico pessimismo autoflagellante ” magari fare una cosa che è fatta apposta per essere poco strutturata non è un’idea brillante “. Ma sarà che la maggior parte degli organizzatori erano puntualissimi ingegneri, sarà che il clima disteso e la location romana si sposavano benissimo, a posteriori devo ammettere che mi sbagliavo di grosso.

Come funziona meccanicamente una unconference? Ti presenti, ti registri, prendi il tuo lanyard (presumibilmente ritagliato da uno stagista in cambio di alloggio, senza neanche vitto) e si comincia con una sessione plenaria, dove hanno luogo i ” T-5 ” tì-mainus-faiv, micro-talks di 5 minuti per lanciare argomenti, esperienze, e riflessioni che accendano i motori della conferenza (da cui il gioco di parole nel nome).

La sala gremita per i primi T-5 del primo giorno.
La sala gremita per i primi T-5 del primo giorno, dal mio primo tweet della giornata.

Dopo 3 o 4 di questi e una talk frontale più tradizionale da parte di uno special guest si passa al primo coffee break, in piena tradizione conferenziale, per permettere ai partecipanti di chiaccherare del più e del meno, ma uno strano artefatto si erge tra i partecipanti e l’agognata brioche: è la Grid, che come il monolito nero di 2001:Odissea nello Spazio, è la chiave della trasformazione di questa conferenza in una unconference.

Un istantanea delle Grid sessions del secondo giorno, quando mi son reso conto dell'importanza di questo cartellone
Un istantanea delle Grid sessions del secondo giorno, quando mi son reso conto dell’importanza di questo cartellone, prima che fosse del tutto completato. Il secondo giorno è stato strapieno di sessioni in parallelo, di ogni tipo e genere

Chiunque dei partecipanti può semplicemente andare sul grid, scegliere un argomento a cui dedicare 15 minuti, scriverlo su un post-it, e appiccicarlo lassù. Alcuni già sanno, e hanno powerpoints già preparati; altri improvvisano, a seconda di cosa ha suscitato la propria curiosità fino a quel momento; altri non vogliono neanche fare lezioni frontali ma tavole rotonde, e altri ancora vanno come “”giornalisti”” per fare “reportage” e si ritrovano a fare talk su argomenti di cui sono meri appassionati davanti a professionisti. Sulla carta pare assurdo che un tabellone così possa abbattere il timore reverenziale e la disalterità percepita tra partecipanti che non sono dell’accademia o dell’industria (SpaceUp è aperto a tutti, da studenti a professori a professionisti a enthusiasts), ma ce l’ha fatta, un po’ grazie agli organizzatori, un po’ grazie all’entusiasmo di tutti che si respirava ovunque, un po’ grazie alla varietà dei T-5, e un po’ grazie semplicemente allo scorrere del tempo.

In effetti, il problema più grande della unconference è stata proprio il tempo: non solo in termini di gente che andava lunga nelle proprie grid-session e doveva scapicollarsi da un’aula all’altra, ma anche per il fatto che con solo due giorni, proprio nel momento in cui ormai non ti fai più nessun problema a parlare di qualsiasi cosa con qualsiasi partecipante perché il clima collaborativo è ai massimi livelli e la gente sta creando nuovi network e collaborazioni, giunge il momento di chiudere l’iniziativa. Per far partire, comunque in ritardo, l’ultima sessione plenaria di conclusioni e saluti nel tardo pomeriggio del 25, gli organizzatori hanno praticamente dovuto fare i cani da pastore, raccogliendo tutti i gruppetti di gente che erano terribilmente intenti e appassionati nelle loro conversazioni.

Ma sto correndo alla fine senza intenzione di farlo, quindi visto che ho menzionato il fatto che c’erano persone di ogni tipo e da ogni disciplina, fatemi tornare all’inizio inizio.

Siccome questo è un reportage/postmortem, o vi ammorbo esclusivamente con le mie foto sucose scattate da cellulare dell'evento, o per fare le transizioni rubo le foto di pubblico dominio da altrove. Ergo questa immagine composita X-Ray+Ottico da Chandra, che mostra Circinus
Siccome questo è un reportage/postmortem, o vi ammorbo esclusivamente con le mie foto sucose scattate da cellulare dell’evento come fossero le diapositive delle vacanze, o per fare le transizioni metto immagini spaziali
Ergo questa immagine composita X-Ray+Ottico da Chandra, che mostra Circinus X-1, un sistema con una stella di neutroni in orbita con una stella supermassiccia a circa 30700 anni luce dalla terra. Photocredits: Chandra X-Ray Observatory/Harvard – Pubblico dominio

In realtà, ancora prima dei T-5 e del primo special guest, prima tutti gli sponsor, e poi tutti i presenti, sono stati invitati al  microfono per presentarsi individualmente, dicendo brevemente il loro nome e descrivendosi con tre hashtag. La cosa in sé probabilmente voleva essere un modo per spezzare il ghiaccio, ma è stato un mezzo fail per via dell’alternarsi di persone per cui il concetto “descriviti in 3 hashtag” è inconcepibile per mancanza di dono della sintesi, e il generale imbarazzo di doversi presentare ad una platea gremita di sconosciuti come se fosse una riunione degli alcolisti anonimi mandata in mondovisione (visto che c’era lo streaming). Forse sarebbe stato meglio farlo dopo il primo coffee break, quando hai già parlato con una manciata di persone (rompendo l’imbarazzo iniziale) e si è un po’ più vivi e attivi per l’iniezione di caffeina. D’altro canto, questo non avrebbe fatto molta differenza per coloro ai cui non piace (o piace troppo) parlare in pubblico.

Il lato positivo però di questa autopresentazione è stato farmi veramente capire quanto fosse diversa la gente presente a SpaceUp Rome. L’ho twittato perché sono rimasto genuinamente impressionato: non solo astrofisici e ingegneri ma anche una manciata di biologi, geologi, giuristi, economi, studenti sia universitari che del liceo, appassionati, e di tutto un po’. La interdisciplinarità e la trasversalità sono probabilmente una delle ragioni, se non LA ragione, dell’atmosfera di collaborazione e entusiasmo che si è respirata per tutta la due giorni.

Il primo special guest è stato Adriano Fontana, dell’Osservatorio di Roma (INAF) con un talk dal titolo “From Galileo to the Hubble Space Telescope: a journey through space and time” , un notevole excursus/tour de force attraverso il passato, presente e futuro dei telescopi e la loro relazione con l’esplorazione spaziale. Molto accessibile, ben comunicato, con delle chicche notevoli come il disegno della sua bimba “Cosa fa un astronomo” o il fatto che la celeberrima Legge di Moore si applica anche all diametro della lente dei telescopi dalla sua invenzione.

Come lavorano gli astronomi oggi? Beh, un po' come tutti, principalmente al computer. Photocredits: @verde_linfa via twitter
Come lavorano gli astronomi oggi? Beh, un po’ come tutti, principalmente al computer. Photocredits: @verde_linfa via twitter

Un ottima scelta da un punto di vista della scaletta visto il continuo sottolineare l’andamento parallelo del progresso tecnologico e osservativo nelle scienze dello spazio davanti ad una platea composta principalmente da astrofisici e ingegneri aerospaziali, e dando un contesto di evoluzione storica che a me piace tanto. E tante occasioni per imparare per un biocoso come me, che adesso ha l’abbozzo di un’idea di cosa sia un’ottica adattativa. E ha potuto fare double-entendre sulle dimensioni dei telescopi su twitter.

Dopo pranzo tramite catering/buffet, alias un’altra ottima occasione per parlare-fare networking, e un breve talk del rappresentante di uno degli sponsors, GMSpazio, sono partite le grid sessions, di 15 minuti l’una, in giro per tutte le aule. Io sono rimbalzato qua e là, prima ad una discussione con il Segretario di AIPAS, l’Associazione delle Imprese per l’Attività Spaziale, Rosario Pavone, parlando di policy, investimento nelle ricerche spaziali, modelli di business, Start Ups, e altro ancora, al punto che la discussione è stata poi ripresa in una grid session successiva. E poi via, per parlare di Spazio e Social Media, e poi un’altra sessione sui minisatelliti. Un sacco di gente con una mentalità propositiva e imprenditoriale contagiosa, che improvvisamente tramite SpaceUp ha trovato un network di gente di riferimento. Non è mica poco.

Il secondo special Guest è Chief Scientist dell’ASI, Enrico Flamini. Il suo talk, “Space Exploration: the past, the present and the future” , va inevitabilmente un po’ lungo, considerato che è una carrellata dell’intera storia delle missioni spaziali e una manciata di problemi tecnici. D’altro canto, è anche uno dei più istruttivi per un semi-profano come me: da Cassini a Rosetta a Marte, un sacco di dettagli interessanti che vengono persi nei media, e una nuova prospettiva per l’esplorazione futura del sistema solare. Forse un po’ caotico, ma in fondo quello è lo stile della conferenza.

L’ultimo special guest della giornata è Claudia di Giorgio da Le Scienze, che fa un bellissimo talk storico di cui probabilmente ero il perfetto target, intitolato ” Astronauts 2.0 ” sulla storia della narrazioni e strategie di comunicazioni scelte dalle agenzie spaziali. Una lucidità, un entusiasmo da ragazzina, una capacità di sintesi di informazioni in un discorso perfettamente coerente. Avevo alte aspettative, e sono rimaste pienamente soddisfatte: e a giudicare dalla quantità di domanda e la flotta di persone che l’ha circondata dopo il talk, non sono stato l’unico.

Altre grid sessions, tra cui la presentazione dello Space Generation Advisory Council (SGAC) una associazione non governativa di studenti e giovani professionisti volontari che non solo ha ampiamente contribuito all’organizzazione di Space Up Rome, ma riporta direttamente all’ONU e, almeno da fuori, ha un organigramma e una organizzazione impressionante. Dategli un occhio, perché ci sono borse di studio, eventi, sottogruppi, e una manata di altre cose incluse vere e proprie pubblicazioni scientifiche (!!!) e, sarà che io sono un biocoso, non ne sapevo nulla, ma mi pare qualcosa che vale la pena seguire.

La chiusura della serata, purtroppo, è stata rovinata da problemi tecnici. Sulla carta l’idea era stupenda: una performace live di un “Astroconcerto” dal titolo Icy Rose 67P di Angelina Yershova e Stefano Giovanardi. In teoria, una performance onirica e d’avanguardia, con la musica di Angelina Yershova e la narrazione di Stefano Giovanardi del Planetario di Roma (Che al momento è chiuso per motivi burocratici a me abbastanza incomprensibili ma che mi sembrano del tutto non validi). In pratica, i “potenti” mezzi dell’Università la Sapienza di Roma hanno reso la performance (amatissima da chi seguiva in streaming) un mezzo strazio per me, rovinata dai continuo gracchiamenti dell’impianto audio che andava in saturazione e altri problemi di questa sorta. Il che è stato una cosa criminosa, perché basta vedere una delle performance disponibili online per capire quanto può sarebbe potuto essere splendido. Una mezza occasione persa.

Finisce il primo così il primo giorno dello SpaceUp Rome, e io vi metto una foto dal satellite Sentinel-2A dell'ESA di Città del Messico. Sul perché ci arrivo dopo. Photocredits: Copernicus Sentinel data (2015)/ESA
Finisce il primo così il primo giorno dello SpaceUp Rome, e io vi metto una foto dal satellite Sentinel-2A dell’ESA di Città del Messico. Sul perché ci arrivo dopo.
Photocredits: Copernicus Sentinel data (2015)/ESA

Il secondo giorno, con i meccanismi più ingranati, la gente più in confidenza e un clima perfetto per l’occasione, funziona sin da subito meglio. E’ bastato poco a far ingranare, e i T-5 sono più spigliati e genuini. Non solo: pur essendo domenica, non solo il numero di persone non diminuisce, ma aumenta, con la bellissima partecipazione di un gruppo nutrito di studenti del Liceo, che evidentemente sono stati disposti a sborsare i 35 euro di registrazione pur di dedicare una bellissima domenica di sole alle Scienze Spaziali. Se dopo questa qualcuno ha ancora il coraggio di parlar male delle nuove generazioni che non si interessano di scienze davanti a me gli sputo in faccia (beh, magari figurativamente).

Due in questo caso i miei T-5 preferiti: Silvia Carnevale, con una bellissima presentazione sull’insegnamento dell’astronomia nelle scuole, ideale intro per il talk di Adrian nel pomeriggio e con la slide più spassosa di tutto l’evento. Oltre a lei, la giovanissima Valentina Giacinti, che ha parlato di un progetto di ricerca dell’Agenzia Spaziale Italiana per la ricerca di antiossidanti vegetali che proteggano gli astronauti dalle radiazioni cosmiche, a cui ho fatto una domanda terribilmente difficile rifacendomi ad un paper uscito quindici giorni prima dell’evento che mi ha reso lo stronzo supercattivo della conferenza, una specie di Lex Luthor coi capelli lunghi. In realtà ancora una volta il formato dell’unconference è venuto in mio soccorso perché ho potuto parlare e chiarirmi con la ragazza, alla sua prima esperienza a parlare inglese in una conferenza scientifica davanti ad un pubblico, che in teoria credo non mi odi, ma che potrei aver traumatizzato per la vita.

Forse per questo, forse perché nel grid non c’era ancora stato alcun talk di astrobiologia/esobiologia, cioè le due cose che attendevo con più impazienza, alcuni degli organizzatori hanno iniziato a fare mobbing e peer pressure affinché facessi anche io un improvvisatissimo grid-talk. Il che era un problema non solo perché io non so parlare in pubblico, non solo perché non ne so molto di astrobiologia, ma anche perché ero completamente intasato di muco e catarro per colpa della mia allergia al cane di Elisa, l’organizzatrice che ha avuto l’incredibile gentilezza di ospitarmi. Facendo di necessità virtù, ispirato dal mio precario stato di salute, e confortato dal fatto che siccome sul tema si sa in generale poco e quindi ” non lo sappiamo ” sarebbe stata la risposta giusta alla maggior parte delle domande, ho preso un post-it, c’ho scritto “Immunology. In. SPAAAAAACE!” e l’ho appiccicato sul Grid prima di fuggire verso l’aula per il talk del successivo special guest.

Confesso che, dal momento che sono una persona orribile, contavo di sfruttare la connessione wi-fi con accesso bibliografico della Sapienza per fare un maxi-ripassone di tutto quanto avrei potuto parlare di lì a mezzora e ignorare la presentazione del responsabile della missione ESA CryoSat Tommaso Parrinello. ” Pffft, tanto è roba sui satelliti per il remote sensing e i cambiamenti climatici, quelle robe io me le mangio a colazione, seguo distrattamente giusto per fare il live tweeting e intanto preparo il mio talk ” pensavo, regredendo involontariamente allo stato di adolescente procrastinatore che faceva i compiti per l’ora successiva nell’ora di lezione precedente. Ma non ce l’ho fatta.

Tommaso Parrinello, all'inizio del suo talk. Foto di @frazsazsa via Twitter
Tommaso Parrinello, all’inizio del suo talk. Foto di @frazsazsa via Twitter

Non ce l’ho fatta perché Parrinello è un comunicatore straordinario. Io per inclinazione sono un saccente di merda che pensa di saperne più di tutti; ma la presentazione di Tommaso, normalmente rivolta verso un pubblico di profani, lascia a bocca aperta per quanto bene funziona. Ad un occhio critico si vede la quantità di lavoro immenso che ci è stata spesa dietro, come ogni parola sia stata levigata e affilata fino a far diventare la sua penna non più potente di una spada, ma di un razzo balistico intercontinentale; l’intonazione, il modo di camminare, il modo di parlare, la scelta di foto e l’ordine delle argomentazioni, era praticamente tutto perfetto. Non solo: mi ha anche insegnato fattoidi che non avrei mai immaginato prima, come il fatto che città del Messico sta sprofondando nella terra di venti centimetri al mese. Non credo che si possa far cambiare idea ai negazionisti dei cambiamenti climatici semplicemente parlandoci, ma probabilmente se c’è qualcosa che ci può andar vicino è la sua presentazione.

Insomma ho avuto giusto il tempo di usar la mano per forzare la mia bocca a chiudersi e correre in un’altra aula prima che giungesse il momento del mio talk.

Io che biascico cose in un inglese smangiucchiato camminando avanti e indietro ai presenti in un aula a Space Up. Speciali ringraziamenti a @gloriagraizzaro non solo per la foto, ma anche per aver avuto il coraggio di venirmi a sentire.
Io che biascico cose in un inglese smangiucchiato camminando nervosamente avanti e indietro ai presenti in un aula a SpaceUp Rome. Speciali ringraziamenti a @gloriagraizzaro non solo per la foto, ma anche per aver avuto il coraggio di venirmi a sentire.

Dopo un paio di altri grid talk e relativi inizi mancati perché qualcuno andava lungo, qualcuno corto, un buffet ricco quanto la conversazione che lo accompagnava, e una presentazione da parte dello sponsor AVIO del razzo vettore tutto italiano Vega, giunge il momento di Adrian Fartade.

Chi segue Italia Unita Per la Scienza dovrebbe presumibilmente sapere che Adrian è la persona dietro (e davanti) al canale youtube di Link4Universe e insieme ad altri collaboratori alla community Facebook di Link2Universe; se non lo conoscete perché è solo l’EduYoutuber più famoso in Italia magari l’avete già visto perché ha partecipato ad uno dei nostri live Hangout. Il titolo della sua presentazione “How Space Technology Impacts our Everyday Lives”  non rende bene l’idea: sembra la solita cosa su spin-off tecnologici, gadget usciti dalla ricerca spaziale, etc. In realtà è stato un tentativo accoratissimo di cercare di cambiare il paradigma che usiamo per pensare all’utilità della ricerca spaziale: non di vederla nelle singole applicazioni quotidiane, ma in maniera organica, come infiltrata in tutti gli aspetti della società. L’ha fatto tramite un bel parallelo con l’elettricità, e come da curiosità per pochi signorotti che avevano soldi da spendere è diventata così intrinseca nel mondo moderno che facciamo caso alla sua esistenza solo quando non c’è, e come ciò sta lentamente succedendo con i satelliti (Internet e GPS, ad esempio) e succederà sempre più con la maggiore accessibilità che abbiamo per lo spazio. E visto il background attoriale di Adrian lo ha fatto con un carisma e un entusiasmo impagabile. Completamente catturato da quello che diceva, specialmente dal suo invito ad includere la A di arte in STEM (Science Technology Engineering e Mathemathics) per farla diventare STEAM, e a non perdere mai il senso della meraviglia. Se cercate su twitter sotto l’hashtag di #SpaceUpRome troverete un sacco di gente che ha twittato alcune sue frasi, che pure essendo almeno parzialmente improvvisate hanno una dentro una poesia notevole senza essere, beh, sdolcinate.

Sono abbastanza sicuro che Link2Universe abbia fatto l'intervento più apprezzato dal pubblico della conferenza; non solo tra i presenti, ma la risposta anche sui social, tramite lo streaming, è stata immensamente positiva.
Sono abbastanza sicuro che Link4Universe abbia fatto l’intervento più apprezzato dal pubblico della conferenza; non solo tra i presenti, ma la risposta anche sui social, tramite lo streaming, è stata immensamente positiva.

Ho avuto poi una seconda dose di Adrian nel pomeriggio, quando ci ha raccontato come tradurre le skill da attore e artista nella comunicazione e divulgazione scientifica, ma non prima di partecipare al quiz ” Know Your Science (&Fiction) ” organizzato da Jeroen Teloen (Sì mi sono dimenticato di dirlo fino ad ora, ma c’è stato anche un buon numero di partecipanti internazionali). E ancora ho presenziato alla presentazione del progetto SpaceApps 2013, che è stato vinto da un concept presentato dal team della Sapienza, su una serra robotica auto-installante su Marte che renderebbe decisamente Matt Damon obsoleto. Infine, prima dei saluti e della conclusione, ho trovato il tempo di partecipare ad un dibattito sulla questione morale del colonizzare Marte messo in grid da un’altra ragazza giovanissima, Elisa Fardelli.

E prima che troviate inquietante questa mia ripetuta menzione di giovani ragazze a SpaceUp, voglio darvi un dato che probabilmente è sorprendente: nonostante fosse una conferenza su spazio, ingegneria, fisica, astrofisica e altre robe generalmente considerate maschile, SpaceUp è stata particolare con un 58% di presenza femminile. Come biocoso, io tendenzialmente sono abituato bene da questo punto di vista; e finché non è stato mostrato il numero non ci avevo personalmente neanche fatto caso, ma vi assicuro che per il mondo aerospaziale non è assolutamente la norma, tutt’altro.

Insomma, come avrete capito, mi hanno dovuto trascinare a forza in assemblea plenaria per la conclusione dell’evento, perché non avevo nessuna intenzione di andarmene; il che probabilmente potete dedurre anche dal fiume di elettroni che ho riversato su questa pagina digitale. E come me altri, che anche dopo la chiusura ufficiale si sono fermati a parlare, scambiare contatti, sono andati a cena assieme, ad un happy hour, si sono dati appuntamenti per il futuro, e tutte quelle cose che fanno le persone sociali che io non capisco troppo bene.

Ho imparato svariate cose dagli oratori e da dai talk; ma è abbastanza probabile che dopo aver scritto questo articolo lentamente svaniranno nella mia memoria, come tutto quello che sapevo sulla tassonomia vegetale una settimana dopo aver dato l’esame. Ho espanso un poco il mio piccolo network di conoscenze, che come divulgatore è utile, perché non si sa mai quando ti serve un fisico delle alte energie in pigiama per un livestream o un biologo marino che ti parli di lune galileiane. E se per me questa cosa ha una vaga utilità strumentale, ricordate che era strapieno di startuppers e giovani professionisti e volontari propositivi che già si stanno organizzando per ripetere l’evento altrove.

Ma più di tutto quello che mi resterà da SpaceUp Rome sono le persone. Non nei loro contatti, ma nella loro complessità e granularità: ora uno che lavora su sistemi robotici per lo spazio non è più un personaggio di una serie Tv o un vago ideale anonimo, un nome che leggo sotto il titolo di un paper, ma una persona in carne ed ossa. Magari la prossima volta che parlerò di spazio dirò comunque ” gli scienziati dicono ” o “la scienza dice ” o altri luoghi comuni spersonalizzanti del genere, perché se siete arrivati fin qui a leggere dovreste esservi resi conto che sono un pessimo autore; ma nella mia mente non avrò più vaghe figure ideali, ma veri individui con i loro caratteri, le loro ideologie e ideosincrasie, la loro umanità.

L’esplorazione spaziale da sempre ha qualcosa di molto prometeico, uno slancio verso il cielo, verso l’ignoto, che non ha rivali negli altri campi del sapere. Ma a volte, nel nostro perderci a contemplare galassie e mondi lontani dimentichiamo che quello che guida questa nostra sete di esplorazione è il nostro spirito umano, troppo umano.

  • Per un altra prospettiva sull’evento, oltre a rimandarvi all’hashtag #SpaceUpRome su Twitter vi consiglio i due storify di Marco Castellani (parte prima, parte seconda).

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