Sulla via della fusione: intervista ad Aldo Pizzuto, direttore di ricerca di ENEA

Foto cortesia iter.org
Foto cortesia iter.org

Durante una conferenza sulla fusione nucleare presso l’Unione Industriale di Torino, abbiamo avuto il piacere di incontrare Aldo Pizzuto, direttore del dipartimento fusione nucleare e sicurezza di ENEA nonchè membro di ITER .

Per chi non lo sapesse ITER è un progetto di ricerca internazionale che mira a realizzare il primo reattore a fusione nucleare capace di restituire più energia di quanta ne sia necessaria per innescarlo. Esso rappresenta una delle sfide scientifiche e tecnologiche più titaniche che l’umanità abbia mai osato affrontare e, se avrà successo, segnerà l’alba di una rivoluzione energetica globale.
Le parti in corsivo che seguono sono le mie domande, quelle in grassetto invece sono le risposte di Aldo Pizzuto.

PS:Salve Ing.Pizzuto e grazie per la disponibilità! Molti dei nostri lettori sicuramente hanno sentito parlare di ENEA, ma immagino che alcuni abbiano le idee confuse riguardo a cosa significhi essere “Direttore del dipartimento fusione nucleare e tecnologie per la sicurezza”. Per iniziare mi piacerebbe chiederle di cosa si occupa il suo dipartimento all’interno di ENEA e più in particolare di cosa si occupa lei.

AP: Il mio dipartimento è in realtà di recente istituzione e attualmente raccoglie tutte le attività di ricerca che riguardano il nucleare, sia per quanto riguarda la fissione che la fusione.
Io personalmente mi occupo di sviluppare tutte quelle ricerche che hanno un impatto sulla sicurezza in ambito nucleare. Il fatto che al giorno d’oggi l’Italia non abbia nemmeno in previsione di utilizzare energia da fissione non vuol dire che la si possa trascurare: come ben sappiamo gli incidenti in questo campo non hanno confini.  Un paese come il nostro deve avere tutte le conoscenze necessarie ad affrontare emergenze di questo tipo ed il mio dipartimento guida la ricerca in tal senso.
Questo non significa che facciamo solo studi di sicurezza: da una parte cerchiamo di sviluppare tutto il know-how necessario alla gestione di situazioni di emergenza che possono derivare dalla fissione (sperando di non doverlo mai utilizzare), dall’altra lavoriamo alla fusione che è invece una prospettiva più concreta per il nostro paese.

PS: L’incontro di oggi è focalizzato sul progetto ITER, un progetto internazionale che vanta tra i suoi collaboratori anche ENEA. Di che natura è questa collaborazione? Di cosa si sta occupando ENEA?

AP:L’ENEA è l’ente che da sempre rappresenta l’Italia nel contesto europeo per quanto riguarda la fusione. La fusione ha avuto un’evoluzione negli anni abbastanza rapida, e fin dagli iniziali esperimenti puramente scientifici ci si è trovati a fare i conti con tecnologie estremamente complesse. Questo ha comportato il coinvolgimento dell’industria oltre che dell’università, ed ENEA si è fatta promotrice di queste collaborazioni. La nostra azione ha dato risultati sorprendenti, ed ad oggi l’industria italiana è quella più coinvolta d’Europa nel contesto della fusione, mentre i nostri giovani (e meno giovani) occupano tutti posizioni di rilievo nelle istituzioni più importanti.

PS: Quindi possiamo dire che l’Italia ha un ruolo importante nella ricerca sulla fusione?

AP: Assolutamente sì, l’Italia ha un ruolo di leadership a livello mondiale in questo campo.

PS: Spostiamoci un pò più sul tecnico: Quali fattori rendono così difficile la realizzazione di un reattore a fusione? I problemi sono di natura teorica o tecnologica?

AP: Problemi di sicurezza. È estremamente complicato mantenere il plasma in condizioni stabili durante l’esperimento. Immagina di dover tenere questa materia a 150 milioni di gradi a pochi centimetri da delle pareti solide senza distruggerle. Sbagliare significa perdere un investimento di qualche miliardo di euro, non è un errore che ci si può permettere di fare (ride). L’obiettivo non è dimostrare che sia possibile ottenere energia da fusione, l’obiettivo è dimostrare che lo si possa fare in maniera economica e conveniente.

Io dico sempre che la differenza principale tra un reattore a fissione e uno a fusione è che il primo è facile da accendere e difficile da spegnere, mentre l’altro è difficile da accendere e facile da spegnere!

PS: È da almeno 30 anni che si ripete che la fusione nucleare è a 30 anni nel futuro, perchè ITER dovrebbe essere la volta buona?

AP: Con ITER per la prima volta c’è stato un vero investimento, e questo fa sperare bene. D’altro canto siamo ancora alle briciole se pensiamo che l’intero costo di ITER equivale alla bolletta energetica europea di un solo giorno. Non del mondo, solo dell’Europa, solo un giorno (ride).
Questa è una domanda che mi viene fatta spesso e che accetto molto volentieri, però voglio chiarire che non siamo fermi a 30 anni fa. Ad esempio rispetto a 30 anni fa abbiamo migliorato i parametri che determinano la qualità del plasma in termini fusionistici di 3 ordini di grandezza. Insomma, il lavoro è difficile ma non siamo rimasti con le mani in mano.
Adesso con ITER abbiamo uno strumento per dimostrare in pratica quello che abbiamo studiato per tutto questo tempo. 

PS: Senza entrare troppo nel regno delle speculazioni mi piacerebbe sapere quando si aspetta un largo e consolidato utilizzo civile di energia da fusione. Vivremo abbastanza da vederlo?

AP: Assolutamente sì, mi aspetto che l’energia da fusione inizierà a diffondersi nella seconda metà di questo secolo. Tuttavia potrebbe essere un processo lento in quanto si tratta pur sempre di realizzazioni complesse.

PS: La sfida più importante del secolo è probabilmente il problema energetico. Il fabbisogno energetico aumenta di pari passo alla sensibilità pubblica riguardo a temi come inquinamento e riscaldamento globale. Cosa andrebbe fatto?

AP: Se si vuole affrontare seriamente il problema energetico bisogna concentrarsi su un portafoglio di energie, che da una parte deve sicuramente prevedere l’utilizzo di rinnovabili, ma dall’altro avrà purtroppo bisogno ancora per tanto tempo di combustibili fossili. 
Oggi non c’è niente da fare, chi ha bisogno di energia vede che c’è tanto carbone da bruciare e lo brucia, anche se questo non è un bene per nessuno. 
L’approccio che bisogna utilizzare richiede consapevolezza e coerenza, senza cadere preda di estremismi, serve un programma che continui a far crescere le rinnovabili ma bisogna rendersi conto che oggi è impensabile dipendere al 100% dalle rinnovabili.

PS: L’energia a fusione è una soluzione all’emissione di gas serra e più in generale all’inquinamento?

AP: Certo, l’energia viene prodotta con zero emissioni di CO2 e l’unica scoria prodotta è elio, un elemento inerte. Al contrario della fissione, che ha problemi con lo smaltimento delle scorie radioattive per lunghissimi periodi di tempo, la fusione attiva un pò i materiali ma è un’attivazione molto debole che in pochi anni si esaurisce.  

PS: Il nucleare civile ha un grosso problema di percezione da parte del pubblico, sia per la proliferazione di armi che per i disastri avvenuti negli ultimi decenni. C’è preoccupazione all’interno di ENEA e ITER nei confronti di possibili opposizioni?

AP: No, finora abbiamo visto parecchio consenso persino tra parti politiche che generalmente sono poco collaborative su questi temi. Sembra che la fusione sia un denominatore che accontenta tutti, sia in Europa che fuori.

PS: Sono sicuro che tra i nostri lettori ci saranno studenti entusiasti all’idea di partecipare attivamente al raggiungimento dei traguardi in vista con ITER, cosa vuole consigliare a queste persone per poter partecipare?

AP: ENEA s’impegna parecchio nell’education. Noi offriamo la possibilità di specializzarsi con master e dottorati a tutti gli studenti che hanno un buon percorso di studi in fisica e ingegneria.  Vedo con piacere che i giovani in Italia sono molto più seri e motivati di come vengono dipinti di solito,  ed è importante che sappiano che non mancano le opportunità di inserirsi in questo campo senza dover scappare altrove.

Grazie infinite ad Aldo Pizzuto per la sua pazienza e disponibilità.

Pietro Sottile

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