Breve storia dell’Homo naledi

 

Ricostruzioni di scheletro di Homo naledi a partire da parti appartenenti a diversi individui. Image credits: Lee Roger Berger research team - http://elifesciences.org/content/4/e09560
Ricostruzione di scheletro di Homo naledi composta da parti appartenenti a diversi individui della specie.
Image credits: Lee Roger Berger research team – http://elifesciences.org/content/4/e09560

Risale al 2013 la scoperta di Homo naledi (Berger et al., 2015). Fu in quell’anno, infatti, che l’équipe del professor Lee Berger ritrovò, all’interno di una cavità del sistema di caverne sudafricano delle Rising Stars, i resti scheletrici di numerosi individui. Dopo le dovute analisi morfologiche, quei resti sono stati attribuiti a una nuova specie del genere Homo, ribattezzata “naledi”, traducibile “stella” in lingua sesotho, la lingua parlata nella regione. L’annuncio dell’attribuzione è stato fatto nel settembre di quest’anno, rendendo di fatto la scoperta di Homo naledi uno dei fatti scientifici più importanti del 2015 [1].

Come mai l’esistenza di questa nuova specie viene considerata così importante per la paleoantropologia? Il principale motivo risiede nel carattere di eccezionalità del ritrovamento, avvenuto in una zona che già in passato aveva restituito resti di ominidi, ma mai in quantità così abbondanti: nella cavità chiamata Dinaledi sono stati infatti scoperti i resti fossili di almeno quindici individui. I fossili non sono attribuibili a specie già note e sono stati ritrovati a 30 metri di profondità, in una cavità raggiungibile solo attraverso uno stretto pozzo. Le ipotesi formulate per spiegare questa particolare circostanza sono tante, ma senza dubbio quella che spicca per audacia è la teoria che vorrebbe associare il ritrovamento in una zona tanto nascosta e inaccessibile di un numero così elevato di reperti (più di 1500 ossa fossili) a un rituale funerario.

Le datazioni di cui la stampa generalista ha parlato nel settembre 2015, riportando i particolari della scoperta, si riferivano a un periodo molto antico, collocabile tra i 2,5 e i 3 milioni di anni fa. A oggi, queste ipotesi non sono state confermate, e non sono ancora stati pubblicati dati derivanti da analisi radiometriche che permettano di collocare cronologicamente in maniera precisa i fossili. Quel che sembra essere certo è che H. naledi presenta, morfologicamente, caratteristiche ibride, che se da un lato lo collocano senza alcun dubbio nel genere Homo, (H. naledi era sicuramente bipede) dall’altro sono piuttosto arcaiche (la forma delle ossa del braccio e della mano sono adatte all’arrampicata sugli alberi, mentre il cranio è molto piccolo [4]). Questi dati rendono l’attribuzione a una forma ibrida tra australopitecine e ominidi molto probabile, confermando quindi una datazione collocabile intorno ai 2 milioni di anni fa. 

homo naledi cronologia
Le varie ipotesi sinora formulate sulla collocazione filogenetica (e cronologica) di H. naledi. Fonte: http://news.nationalgeographic.com/2015/09/150910-human-evolution-change/

 

In quest’ottica l’ipotesi che Homo naledi seppellisse i propri morti connotando il gesto di una valenza sociale e spirituale, che è quello che si intende quando si utilizza il termine “rituale”, è abbastanza difficile da credere: solo le specie più recenti di Homo sembrano possedere la capacità di pensiero astratto necessaria a mettere in atto questo genere di comportamento.  Per spiegare questo particolare aspetto della scoperta si rende quindi necessario attendere i risultati degli studi futuri, comprese informazioni più precise sulla datazione dei fossili che non derivino solo dai fossili stessi, ma anche dallo studio della stratigrafia [5] della cavità e la disposizione precisa dei fossili all’interno della stessa. 

Dinaledi Chamber
Schema della cavità nella quale è stata effettuata la scoperta di Homo naledi. Credits: Wikimedia Commons

Per il momento, ci accontentiamo di sapere che, grazie all’eccezionale abbondanza di reperti, tutti ascrivibili alla stessa specie e con quasi ogni osso rappresentato da più esemplari, Homo naledi, come dichiarato dallo stesso Berger, è  “praticamente la specie fossile meglio conosciuta nella nostra linea evolutiva” [3, 4].

Note:

[1] http://news.sciencemag.org/scientific-community/2015/12/and-science-s-breakthrough-year

[2] http://www.nature.com/ncomms/2015/151006/ncomms9432/full/ncomms9432.html

[3] http://elifesciences.org/content/4/e09560

[4] https://www.mpg.de/9396453/homo-naledi-discovery

[5] la successione degli strati archeologici, il cui studio permette di definire la cronologia e la natura degli eventi che hanno portato alla formazione del suolo archeologico e all’inglobamento dei reperti nello stesso.

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