Xylella e la “banalità” di fermare un contagio

Un’epidemia è ciò e accade quando un microbo – verme, fungo, batterio o virus che sia – riesce a fare ciò che ognuno cerca di fare a questo mondo: sopravvivere.

La maggior parte dei microbi vivono sopra o dentro a persone, animali e piante, senza che ce ne rendiamo neppure conto. Alcuni, invece, danneggiano gli organismi che li ospitano, provocando quelle che noi chiamiamo malattie.

La malattia subita dall’ospite di solito si conclude in uno di due modi: la guarigione oppure la morte. Quest’ultima non necessariamente per colpa della malattia.

Xylella destroyed life

Entrambi gli esiti significano la fine anche per il microbo1, che per allora dovrà aver trovato un altro ospite. Quindi, finché ogni malato contagerà in media almeno un altro ospite, il microbo continuerà a sopravvivere; se invece ogni malato contagia in media meno di un nuovo ospite, il microbo è condannato all’estinzione.

Ecco quindi che per fermare un contagio è necessario fare in modo che ogni individuo malato contagi in media meno di un individuo sano. In questo modo la malattia, presto o tardi, si estinguerà.

Gli epidemiologi indicano il numero medio di nuovi casi generato da ogni individuo malato con R0. Portare R0 al di sotto di uno è il nirvana di chi combatte le malattie infettive.

Sembra semplice come concetto, e lo è, quasi la scoperta dell’acqua calda. Ma come spesso accade, una considrazione assai banale altro non è che la maschera di una vicenda catastroficamente complicata che lotta disperatamente per uscire allo scoperto.

Non ne siete convinti?

Allora, per prima cosa, notate come si parli di probabilità, e non di certezze assolute. Invocare una fantomatica “mancanza di certezze” per giustificare l’ignavia è da sciocchi, o peggio. Quella semplice, banale considerazione ci dice anche che, per avere ragione di un contagio, non è necessario bloccare completamente la trasmissione di una malattia. Non è strettamente necessario portare R0 a zero, è sufficiente spingerlo sotto a uno. Infatti se ogni individuo malato non riesce a contagiare, in media, almeno un altro individuo che lo “sostituisca” prima di uscire di scena, il numero totale dei malati è destinato a scendere inesorabilmente. Certo, più basso è R0, più in fretta si estinguerà il microbo, e meno nuovi malati ci saranno – che è cosa buona – ma non è indispensabile azzerare i contagi per garantirsi la vittoria finale.

Da queste considerazioni si può dedurre, ad esempio, che non è indispensabile che un vaccino sia efficace al 100% per essere utile: è sufficiente che sia efficace quanto basta per portare R0 al di sotto del fatidico uno.

Allo stesso modo non è necessario che un progetto di contenimento di Xylella garantisca al 100% la non propagazione del batterio: è sufficiente che tenga il numero di nuovi alberi che si ammalano al di sotto del numero di alberi malati che muoiono o guariscono, o che in qualunque modo smettono di essere contagiosi.

Ora, nel caso di Xylella uno dei grossi problemi è proprio la mancanza di trattamenti che, come minimo, rendano le piante malate non contagiose. È vero che l’uso massiccio di insetticidi – uccidendo la sputacchina che trasmette la malattia da una pianta all’altra – riduce le probabilità che, oggi, la malattia si propaghi alle piante ancora sane vicine. Ma domani? E dopodomani? E la prossima settimana? Finché le piante malate rimangono dove sono, si rinvia solo l’ineitabile, ed il famigerato R0 non scenderà mai sotto a uno. Addirittura, accanendosi a tenere in vita le piante malate, si dà più tempo a Xylella per propagarsi, rischiando quindi di peggiorare la situazione!

In mancanza di trattamenti di provata efficacia2, a togliere dallo scacchiere le fonti di nuovi contagi, resta solo la morte.

Sì, avete capito giusto: ad oggi gli abbattimenti sono l’unica arma che abbiamo in grado di fornirci una qualche probabilità di successo. Probabilità, non certezza. Ma la mancanza di certezza, ribadisco, non è certo un motivo per non far nulla, perché privarsi dell’unica probabilità di successo, significa condannarsi alla sicura sconfitta.

Quindi, finché non salterà fuori una cura – non facciamoci illusioni: nelle Americhe la stanno cercando senza successo da un secolo – sul tavolo restano solo gli abbattimenti.

Magari la cura la troveranno giusto domani, ma oggi? Xylella non aspetta certo i comodi di nessuno, e bloccare gli abbattimenti significa lasciarle campo libero.

Dovrebbe essere quindi chiaro che bloccare il piano di contenimento perché “tanto non offre la garanzia assoluta” è una sciocchezza colossale, un mero artificio retorico per giustificare a posteriori decisioni prese sulla base di pregiudizi tanto infondati quanto pericolosi.

Tutto ciò dalla semplice, banale considerazione che per fermare un contagio il numero dei nuovi contagiati deve essere inferiore a quello dei malati che escono di scena. Niente male per una “banalità”, non trovate?

Questo non è che l’inizio. Sono molte le considerazioni che si potrebbero ancora fare grazie alla “banalità” di cui sopra. Ad esempio: in un’area in cui un batterio è stabilmente diffuso, e quindi quasi tutte le piante sensibili sono contagiate, quanto vale il famigerato R0? In queste zone servirebbe a qualcosa abbattere le piante infette? Ha senso sostituire quelle che muoiono con piante nuove? In che modo si potrebbe intervenire?

Gli interventi da mettere in atto per contenere un contagio sono diversi da zona a zona. Ad esempio, nel caso di Xylella, secondo quanto previsto dal piano aggiornato per il contenimento, gli abbatimenti “a tappeto” erano previsti solo nell’area tracciata in nero, e intorno al focolaio isolato più a Nord, in provincia di Bari. Le ragioni che stanno dietro a decisioni di questo genere dovrebbero essere ora un po’ più chiare.
Gli interventi da mettere in atto per contenere un contagio sono diversi da zona a zona. Ad esempio, nel caso di Xylella, secondo quanto previsto dal piano aggiornato per il contenimento, gli abbattimenti “a tappeto” erano previsti solo nell’area tracciata in nero, e intorno al focolaio isolato più a Nord, in provincia di Brindisi. Le ragioni che stanno dietro a decisioni di questo genere dovrebbero essere ora un po’ più chiare.

Dopo averci riflettuto un po’ su, provate a rileggervi l’intervista a Purcell proprio sul caso Xylella, e vedete se la questione degli abbattimenti vi risulta più chiara.

Inoltre, in questo articolo, ho volutamente lasciato da parte la distinzione tra malato, infetto e contagioso, che non sono la stessa cosa, per almeno due buone ragioni. La prima è che non tutti gli infetti sono necessariamente malati e non tutti i malati sono necessariamente contagiosi. Ci vuole infatti del tempo prima che l’infezione si manifesti come malattia, malattia che potrebbe anche presentarsi a fasi alterne (pensate all’herpes); inoltre, non è detto che un individuo sano, ma infetto, non possa essere comunque contagioso. Questo complica molto le cose quando si tratta di decidere quali alberi devono essere distrutti e quali invece lasciati: potrebbero esserci alberi in apparenza sani ma che stanno già contribuendo a diffondere la malattia.

La seconda ragione è che organismi patogeni diversi possono a volte provocare sintomi molto simili, e questo ci potrebbe far credere che una pianta sia malata di una cosa, mentre è malata di qualcos’altro. Oppure che è guarita da una malattia che in realtà non ha mai avuto. Tutto ciò può rendere molto difficile capire se e quanto un trattamento è utile.

Inoltre, la difficoltà nel distinguere le piante malate di Xylella da quelle con malattie simili, e il tempo a volte lungo che passa tra il momento dell’infezione e quello in cui si manifesta la malattia, rende particolamente delicata l’applicazione pratica dei famosi Postulati di Koch, altro argomento di cui si è straparlato sui media, e che ci porterebbe lontano dagli scopi di questo articolo, già troppo lungo.

Rimando quindi alla prossima puntata ogni considerazione su questi importanti aspetti della questione.

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  1. Esistono in realtà diverse rilevanti eccezioni, come tetano e botulino, o come molti parassiti, che hanno bisogno di uccidere il loro ospite per ritornare in ambiente, da dove potranno infettare un ospite nuovo. Non tutti i microbi sono infatti in grado di passare direttamente da un ospite ad un altro, cioè non tutte le malattie infettive sono anche contagiose. Il già citato tetano infatti non lo si prende da chi è malato, ma dalle spore che contaminano l’ambiente.

  2. «Anche la presunta fruttificazione miracolosa è decisamente limitata e comunque probabilmente derivante dalla parte di vegetazione rimasta intatta. In ogni caso, non è possibile affermare con certezza nulla fino alla conclusione dello studio, ad aprile, quando il ciclo biologico delle piante sarà completo», conclude Lops, sconfessando i toni sensazionalistici dei media.
    Longo A.R., Signorile L.; Xylella: la crisi degli olivi salentini tra scienza e complottismi; Le Scienze, 17 novembre 2015.

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