Su autismo e genetica

Fin dall’alba dei tempi abbiamo visto con timore le cose che non riuscivamo a comprendere, associandovi le cause più irrazionali. Fu così, per esempio, che l’epilessia venne attribuita a un intervento divino e chiamata “morbo sacro” [1]; anche la banale influenza deve il suo nome alla… influenza (negativa) degli astri. Ancora oggi, in piena epoca scientifica, la nostra mente non è cambiata: ci siamo evoluti nella savana, dove le decisioni dovevano essere prese in fretta e il timore reverenziale serviva a tenerci alla larga da pericoli molto concreti, e non in una torre d’avorio dove poter dissertare dei massimi sistemi in condizioni ideali. È comprensibile che ci troviamo tuttora a fronteggiare mille pregiudizi. Spesso ci confezioniamo risposte elaborate, ma non per forza veritiere, solo perché ci offrono la confortante illusione di una spiegazione per condizioni di cui sappiamo poco. Pensiamo per esempio all’autismo, su cui si dice di tutto e di più, e che è anche accompagnato da numerosissimi pregiudizi (per esempio che chi ne soffre non prova emozioni).

Al giorno d’oggi sono però cambiati gli strumenti con cui cerchiamo di darci una risposta ai quesiti più ardui. Invece dell’influsso astrale o dell’intervento divino, ci rivolgiamo alla scienza, alla verifica sperimentale e alla multidisciplinarietà. Il metodo scientifico, per dirla alla Richard Dawkins, sostituisce i pregiudizi personali con prove verificabili pubblicamente. Quando questo metodo non viene rispettato si finisce nella pseudoscienza, ossia in una elaborazione che imita le forme esteriori della scienza, ma non ne impiega il metodo [2] e assistiamo sempre più spesso a spiegazioni che cercano maldestramente di imitare la scienza, cioè a motivazioni solo apparentemente razionali, che però soddisfano il nostro viscerale bisogno di avere risposte. A volte si arriva addirittura all’impostura e alla truffa, qualora si volesse sfruttare l’aura di autorevolezza della scienza (e magari la naturale diffidenza verso un nemico poco definito) a scopo di lucro.

La vera ricerca scientifica invece prosegue lentamente il suo corso, cercando di dipanare il bandolo della matassa di ciò che è oggetto di indagine. Un lavoro lento e duro, perché la scienza è fatta di piccoli passi messi in fila; di innumerevoli ricercatori del presente che, da sopra le spalle dei giganti del passato, danno il loro piccolo contributo per sollevare sulle proprie spalle i ricercatori del futuro. Di intuizioni geniali, innumerevoli prove fallite, coincidenze fortuite e lavoro concatenato di tante menti diverse [3].

Heinlein
“I dati negativi non vincono premi, ma sono il sostrato della scienza.”

In questo discorso non fanno eccezione le cause dell’autismo. Oltretutto esso è davvero un campo di studi assai complesso e purtroppo risposte semplici non ve ne sono.
Ad esempio, una strada che viene sempre percorsa in patologia è la ricerca di possibili correlazioni genetiche. Queste possono suggerire un’origine almeno per alcuni aspetti di una condizione (ad esempio un determinato sintomo), e con essa origine, anche i possibili “bersagli” per una futura terapia. Anche quando non si trova nulla, si conferma che i meccanismi biochimici studiati non sono quelli coinvolti nella malattia; si dovrà quindi guardare altrove.

Purtroppo la genetica non è sempre semplice come la colorazione dei semi di pisello di Mendel: soprattutto per l’autismo, che non è una semplice condizione singola che si attiva oppure no, come un interruttore, ma è un intero spettro di disturbi neuro-psichiatrici che interessano la funzione cerebrale. Tanto che più propriamente oggi si parla di Disordini della Spettro Autistico (o ASD, dall’inglese Autism Spectrum Disorders).
La ricerca sulle possibili cause genetiche dell’autismo è in corso da anni. Si tratta di un ambito complesso, ancora poco compreso e ogni nuova scoperta pone nuove domande.

Alcuni studi per esempio suggeriscono che una parte delle persone autistiche, circa il 60%, abbia delle alterazioni a livello di alcuni organelli cellulari: i mitocondri. Essi possiedono un proprio DNA e le loro disfunzioni spesso provengono proprio da qui. Altra correlazione importante è che prima del manifestarsi dei segni tipici dell’autismo molti soggetti avevano mostrato un intenso episodio febbrile.

http://www.medscape.com/viewarticle/841615
Image credits: http://www.medscape.com/viewarticle/841615

Si tratta solo di un indizio, ma potrebbe essere significativo: secondo l’ipotesi determinati disordini mitocondriali, di base genetica, sarebbero cioè connessi all’autismo, e la febbre li rivelerebbe. Il che spiegherebbe perché molti genitori sono pronti a giurare che i loro bambini sarebbero diventati autistici dopo una vaccinazione: il vaccino causa talvolta episodi febbrili in conseguenza di una aspecifica e del tutto normale attivazione dell’organismo. Se fosse azzeccata l’ipotesi, comunque non sarebbe affatto il vaccino a causare l’autismo (che è pre-esistente), semmai esso lo rivela, e senza vaccino alla prima febbre (anche per un banale raffreddore) l’autismo sarebbe insorto ugualmente.

Come già detto, è un campo estremamente complesso, e pieno di “vetri rotti” da calpestare, e bisogna andarci con i piedi di piombo. Esistono anche molti casi di bambini con disturbi dello spettro autistico che non presentano alterazioni genetiche mitocondriali e non c’è alcuna certezza su questo specifico settore.
Qualcosa però si inizia a intravedere nel buio.

La più grande analisi genomica dei disordini dello spettro autistico effettuata fino ad ora è recente ed è stata pubblicata sulla rivista Neuron agli inizi di ottobre 2015. Non riguarda il DNA mitocondriale ma quello del nucleo della cellula. La ricerca ha individuato 6 “regioni di rischio”, cioè dei tratti, dei segmenti, dei cromosomi che contengono geni. Se alterati in qualsivoglia modo, questi ultimi contribuiscono in qualche modo al rischio di sviluppare il disturbo.
Sono stati inoltre confermati ben 65 geni coinvolti nell’ASD (il che fa salire a 71 i “loci genici” coinvolti) e si è praticamente certi che 28 di essi contribuiscono direttamente al rischio di manifestare una forma di autismo.

Damian Dovarganes/Associated Press
Photo credits: Damian Dovarganes/Associated Press, via Los Angeles Times

En passant, è significativo che quasi in simultanea su PNAS sia stato pubblicato uno studio condotto su macachi rhesus, vaccinati da piccoli con formulazioni di vaccino MPR contenenti thimerosal. Si tratta di un noto conservante, un composto di un sale di etilmercurio, accusato di scatenare l’autismo.
Per la precisione nello studio si sono confrontate vaccinazioni effettuate negli anni ’90, contenenti questa sostanza, con un gruppo del 2008 in cui non era presente. I macachi non hanno però manifestato nessun cambiamento comportamentale, nessuna alterazione delle loro capacità sociali, e nessuna differenza a livello neuronale in qualche modo riconducibile a quelle riscontrate nelle strutture cerebrali delle persone autistiche [4]. I macachi vaccinati con il thimerosal sono risultati identici a quelli vaccinati senza questo conservante.

Questo studio, fra l’altro, ha una peculiarità: fra i finanziatori della ricerca c’è Safeminds, un noto comitato antivaccinale americano, che voleva dimostrare che il thimerosal fosse responsabile. Gli antivaccinisti hanno quindi finanziato uno studio che li ha smentiti. Ironico, non trovate? 

La questione però era stata già analizzata e spiegata dagli studi epidemiologici, che hanno rivelato che non c’è alcun legame fra thimerosal e autismo; in più per ulteriore precauzione da oltre un decennio questo conservante è stato rimosso dalle formulazioni vaccinali e non ci sono state variazioni (né incrementi né diminuzioni) nel numero di persone per cui si aveva una diagnosi di autismo.
I ricercatori hanno verificato con una ulteriore controprova se la tesi secondo la quale il thimerosal sarebbe coinvolto nei disordini dello spettro autistico fosse vera. È giusto, in fondo, verificare e cercare di smentire anche quel che sembrava assodato, così funziona la scienza. È probabile che ci sia una causa genetica, ma è anche possibile che il fattore scatenante siano gli episodi febbrili a prescindere da essa, oppure che sia questo composto, magari solo in condizioni particolari che gli studi epidemiologici non sono riusciti ad isolare. Rimane però il dubbio se sia stato etico giustificare il sacrificio di ulteriori animali per una questione che era in ogni caso risolta: non era probabilmente necessario, anche se gli antivaccinisti hanno insistito tanto (allo scopo di creare prove per la loro tesi, ma fallendo). 

Ovviamente Safeminds ha promesso battaglia e annunciato di disconoscere lo studio, che sarebbe per loro “falso”. È singolare come avessero voluto cercare una conclusione a priori e non accettino che il verdetto sia risultato differente.
Caratteristica del metodo scientifico è il cercare di mettere sempre alla prova le proprie affermazioni, fare test ripetibili, verificare l’inaspettato e soprattutto cercare di smentire le proprie convinzioni, anche e soprattutto quando sono idee diffuse e accettate dai più. Fu così che Barry Marshall dimostrò come l’Helicobacter pilori causasse le ulcere gastriche, nonostante nessuno lo credesse [5]. Lo fece ingerendo una sua coltura batterica. Oppure Ben Goldacre che mise alla luce l’inefficacia del farmaco Tamiflu [6].
Arrabbiarsi perché si ha già punto deciso quale deve essere la verità ma le indagini non la confermano non è scienza. Finanziare uno studio affinché dimostri quel che si ha già deciso debba essere la verità non è scienza [7]. E uccidere scimmie non per far progredire la scienza ma solo per ottenere il risultato di ribadire l’ovvio contro le proprie aspettative è una bella responsabilità per Safeminds.

Feynman
“Se non è confermata da un esperimento, la tua intuizione è sbagliata. In questa semplice considerazione c’è la chiave della scienza. Non importa quanto la tua ipotesi sia affascinante, o quanto tu sia intelligente o quale sia il tuo nome. Se fallisce la verifica sperimentale, è sbagliata.”

Tutto ciò però non chiarisce ancora quale sia l’origine definitiva, il bandolo della matassa, dei disturbi dello spettro autistico.
Negli ultimi anni sono arrivate alcune piccole risposte, con tutte le cautele del caso, ma l’origine dell’autismo rimane una questione complessa e in larga parte ancora oscura. Sappiamo che le risposte semplici sono invitanti, ma quasi mai sono quelle esatte. L’unica cosa da fare è lasciare umilmente che la scienza faccia il suo lavoro e sciolga i nodi di questa intricata matassa (in particolare per chiarire appieno tutti i meccanismi coinvolti).

Fonti e bibliografia di riferimento:

Approfondimenti:

Note:

[1] http://www.treccani.it/enciclopedia/epilessia_(Universo_del_Corpo)/

[2] http://calteches.library.caltech.edu/51/2/CargoCult.htm

[3] http://italiaxlascienza.it/main/2014/03/fleming-semmelweis-e-la-mitologia-scientifica/

[4] Soprattutto nelle regioni dell’ippocampo e dell’amigdala, dove le analisi istologiche dei bambini autistici deceduti hanno sempre rivelato differenze a livello di dimensioni e struttura delle cellule.

[5] http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/medicine/laureates/2005/marshall-bio.html

[6] http://medbunker.blogspot.it/2012/12/il-caso-tamiflu-la-trasparenza-e-tutto.html

[7] https://en.wikipedia.org/wiki/Cherry_picking

Ringraziamenti a Giovanni Perini e Ulrike Schmidleithner per la collaborazione.

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