La vita è un gioco

Uno dei segreti del successo della nostra specie è stato quello di saper stare in gruppo, nonché di vivere in comunità organizzate. Un essere umano, per quanto intelligente e forte, da solo avrebbe molte meno speranze di sopravvivere nell’ambiente selvaggio.
Altra nostra caratteristica è quella di saper tessere una fitta rete di rapporti sociali, estremamente variegata e complicata. I nostri comportamenti inoltre possono essere scatenati e spronati da molteplici fattori: ambientali, emotivi, ideologici, culturali… estremamente difficile è quindi orientarli, in modo che siano sempre razionali e rispettosi delle regole [1].

Per capire come il comportamento di una comunità possa essere influenzato da vari fattori, è interessante esporre il “Dilemma del prigioniero”, proposto dal matematico Albert William Tucker nel 1950 nell’ambito della teoria dei giochi [2].
Il dilemma, nella versione qui proposta, si presentava in questo modo: due persone vengono arrestate per un crimine, incarcerate e messe in due celle isolate. Ogni prigioniero viene messo alla prova dai guardiani all’insaputa dell’altro e gli viene fornita la possibilità di confessare il crimine in cambio di un’amnistia. A ciascuno 
vengono fornite alcune scelte, senza sapere la risposta del compagno e senza la possibilità di accordarsi in anticipo:

  • Prigioniero A confessa. Prigioniero B rimane in silenzio.
    Il soggetto A che ha confessato è libero, mentre il soggetto B starà 7 anni in prigione. La situazione sarà speculare se è il prigioniero B a confessare e il prigioniero A a rimanere in silenzio.
  • Entrambi confessano: 6 anni di prigione a testa.
  • Entrambi rimangono in silenzio: un anno di prigione a testa.

Al loro posto voi cosa scegliereste?

Vi diamo tempo di pensarci su. Quando vorrete, scrollate al di sotto della seguente immagine.

Di http://hrc.leg.wa.gov/members/bailey/newsreleases/020503.htm, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=637762
Di http://hrc.leg.wa.gov/members/bailey/newsreleases/020503.htm, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=637762

Potrebbe sembrare ovvio che la scelta migliore sia di rimanere in silenzio, di modo che entrambi si accontentino di un solo anno in galera per poi tornare liberi insieme, invece di rischiare almeno 6 lunghi anni da scontare.

In realtà in queste circostanze la scelta migliore per entrambi, da un punto di vista utilitaristico, è confessare. Questo perché dal punto di vista di entrambi confessare può dare la ricompensa maggiore (se l’altro rimane in silenzio), ovvero la libertà. Ricordando che i due non possono parlare e quindi l’uno non conosce le mosse dell’altro, confessare rimane la scelta migliore in ogni caso. Confessando infatti si ottengono 6 anni di prigione invece che 7, mentre che l’altro confessi è decisamente probabile visto che farlo può dare la libertà: il rischio è di non confessare e ritrovarsi 7 anni in galera perché l’altro prigioniero ha fatto lo stesso ragionamento ma ha deciso di approfittarne e confessare (quando due giocatori ragionano in questo modo si dice Equilibrio di Nash[2]).
Se si cambiano le regole del gioco e si consente ai prigionieri di collaborare invece, si noterà che la strategia più seguita sarà quella di rimanere in silenzio. Il dilemma del prigioniero è rappresentativo di molte situazioni reali che riguardano comportamenti cooperativi e storicamente venne usato per rappresentare la corsa agli armamenti tra USA e URSS durante la guerra fredda: entrambe le superpotenze, essendo rivali e non collaborative, aumentarono il loro potenziale bellico, poiché in caso di disarmo di solo una delle parti, l’altra ne avrebbe potuto approfittare per metterla fuori dal “gioco”. Ciò venne approfondito da molti analisti in altri concetti come quello di deterrenza, di equilibrio del terrore o di mutua distruzione assicurata.

Un altro modo per orientare le scelte è quello di modificare la posta in gioco, per esempio migliorando o peggiorando la convenienza di una certa scelta la si può incoraggiare o scoraggiare. Un’altra variante è la probabilità di essere scoperti. Il dilemma del prigioniero basta a dare un’idea di quanto sia difficile orientare in una certa maniera i comportamenti delle persone e di quante variabili entrano in gioco [3].

Sostanzialmente quindi la repressione dei reati è un “gioco”, in cui le regole vanno perfettamente calibrate. Tra i primi ad accorgersene vi fu Cesare Beccaria (1738-1794), giurista italiano il quale nel 1764 diede alle stampe la sua nota opera “Dei delitti e delle pene” [4]. In questo testo egli applica un approccio razionale e scientifico alla repressione dei reati, codificando una serie di principi (alcuni già teorizzati da altri pensatori) che in seguito sarebbero diventati il pilastro di ogni democrazia moderna, o quasi. Egli parte col ripudiare la pena di morte sulla base di due motivazioni: lo stato non ha il potere sulla vita e la morte; la pena di morte non è efficace per la prevenzione dei reati, in quanto un ipotetico criminale la considererebbe un rischio comunque accettabile, soprattutto se improbabile. Analogo trattamento riserva alla tortura per vari motivi, in primis la non umanità di essa, ma anche perché  inutile per determinare la colpevolezza o meno dell’imputato. Certe persone potrebbero essere indotte a confessare pur di far cessare le torture, mentre altre potrebbero sopportare la pena senza confessare. Inoltre si applica un trattamento disumano su una persona ancora prima di sapere se sia colpevole o meno.

Di Beccaria, Cesare - Documento disponibile nella biblioteca digitale della Biblioteca europea di informazione e cultura e caricato in collaborazione con BEIC (codice identificativo: TO0E012117)., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=37857762
Di Beccaria, Cesare – Documento disponibile nella biblioteca digitale della Biblioteca europea di informazione e cultura e caricato in collaborazione con BEIC (codice identificativo: TO0E012117)., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=37857762

Per Beccaria i principi importanti sono altri: la certezza e la durata della pena. Una pena certa e durevole è più efficace sull’animo umano di una pena incerta e immediata. La pena inoltre per funzionare deve essere commisurata al fatto commesso e deve tendere alla rieducazione del condannato oltre che servire da deterrente. Egli delinea anche un teorema generale sulla pena, che  deve essere “pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata a’ delitti, dettata dalle leggi.” [5]

 

I dati danno ragione a Beccaria, le statistiche infatti mostrano chiaramente che la pena di morte non ha alcun effetto deterrente nei confronti dei reati (l’argomento principale usato dai suoi sostenitori). Nei paesi in cui la pena di morte è stata abolita non vi è stato cambiamento nel numero degli omicidi, anzi, spesso questi sono addirittura diminuiti [6]. Abbastanza emblematico è lo studio realizzato dall’UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime) sugli omicidi a livello mondiale, si nota una netta differenza tra i paesi più sviluppati e gli altri, in cui non è presente un sistema giuridico come il nostro. [7] Non è solo il sistema giuridico a incidere sul tasso dei reati, vi sono anche importanti fattori sociali, economici, culturali. E’ un lavoro che si snoda su più livelli e interessa più settori, tuttavia non si può prescindere da un sistema giuridico evoluto.

Dai tempi di Beccaria è stata percorsa molta strada, tuttavia i suoi principi generali, come anticipato, sono il fondamento di (quasi) tutte le più moderne democrazie. Essi hanno contribuito non poco alla repressione dei reati e a creare di conseguenza, strade più sicure.  Spesso invece di fronte a pur inaccettabili situazioni, come furti, persone investite dai pirati della strada o omicidi, ci lasciamo andare a reazioni smodate, momenti in cui invochiamo istituti come le pene esemplari (vietate tra l’altro per legge) o pena di morte per certi criminali. Queste (umanissime) spinte emotive rappresentano però un approccio irrazionale alle questioni. La prevenzione e la repressione dei reati sono questioni estremamente complesse, che richiedono la certosina applicazione di un approccio scientifico e neutrale, che coinvolge più settori. Il diritto in poche parole è una scienza.  L’esclusione della pena di morte dalla costituzione, l’abolizione della tortura, il principio di non colpevolezza (fino a sentenza definitiva) e la rieducazione del condannato rappresentano una delle più grandi conquiste intellettuali della nostra comunità sotto ogni profilo.

Note:

[1] Altri esempi di come possono essere positivamente influenzati i comportamenti delle persone:

  • Progettare una via di fuga in modo che le persone possano usufruirne in fretta può evitare che dopo un certo periodo di tempo si sviluppi un fisiologico panico nella massa.
  • Una città progettata in maniera omogenea è più sicura di una progettata in modo settoriale.

[2] Concetto teorizzato dal matematico statunitense John Nash, fondamentale nella teoria dei giochi non cooperativi, che gli valse il Nobel per l’economia nel 1994 (condiviso con il tedesco Reinhard Selten).

http://rudimatematici-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2016/04/06/in-teoria-e-un-gioco-prima-parte/

[3]http://areeweb.polito.it/didattica/polymath/htmlS/Interventi/Articoli/DilemmaPrigioniero/DilemmaPrigioniero.htm

[4] http://www.oilproject.org/lezione/riassunto-dei-delitti-delle-pene-struttura-pena-di-morte-cesare-beccaria-10754.html

[5] Vedi articolo 27 della nostra costituzione: https://www.senato.it/1025?sezione=120&articolo_numero_articolo=27

[6]  http://www.acatitalia.it/files/no-alla-morte-di-stato.pdf

[7] http://www.unodc.org/documents/data-and-analysis/statistics/Homicide/Globa_study_on_homicide_2011_web.pdf 

 

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: