Zika, il virus che minaccia le Olimpiadi?

Con l’apertura dei Giochi Olimpici di Rio 2016, le prime nella storia in Sud America, è nuovamente tornata sotto l’attenzione dei media nazionali e internazionali il problema Zika, un virus molto diffuso in Brasile e di cui si sospetta un ruolo nell’aumentata frequenza di casi di microcefalia nei nascituri. Queste perplessità si possono ritenere fondate? Cosa e quanto rischiano chi parteciperà? Cerchiamo di capirlo!

Un po’ di storia e informazioni sparse, giusto perché non guastano mai…

Il virus Zika, acronimo ZIKV, fu isolato per la prima volta nel 1947, in un esemplare di Macaca mulatta in Uganda. Si dovette aspettare 21 anni, tuttavia, prima di riscontrare l’infezione anche in un essere umano, questa volta in Nigeria. Da allora sempre più numerosi sono stati i casi nel continente Africano e da lì, in tempi più recenti, il virus si è diffuso anche nel sud-est asiatico. Un’epidemia scoppiò nel 2007 in Micronesia, mentre nel 2015 il virus è stato individuato anche nel centro e nel Sud America, tra cui il Brasile, città a cinque cerchi.

Un esemplare di macaca mulatta, altresì conosciuto come Macacus rhesus. © Thomas Schoch, Wikimedia Commons GFDL, CC-BY-SA-3.0.
Un esemplare di Macaca mulatta, altresì conosciuto come Macacus rhesus. © Thomas Schoch, Wikimedia Commons GFDL, CC-BY-SA-3.0.

Come mai questa diffusione, vi starete chiedendo? Zika si trasmette principalmente attraverso la puntura di zanzare del genere Aedes, in particolare A. aegypti, ma è stato isolato anche in A. albopictus, nota come zanzara tigre, che si trova anche alle nostre latitudini. È possibile evidenziare questa stretta correlazione tra la diffusione del virus e la zanzara mettendo a confronto la distribuzione geografica di Aedes aegypti e quella del virus: come potete constatare voi stessi, sono del tutto sovrapponibile. Si pensa che il virus, partito dall’Africa, attraverso la zanzara (in termini tecnici chiamata “vettore”) abbia man mano colonizzato tutti i territorio in cui quest’ultima è presente.

Confronto distribuzione A. aegypti e infezioni da virus Zika, maggiori dettagli nell'immagine. © Furfur, Wikimedia Commons (modificato) GFDL CC BY-SA 4.0.
Confronto distribuzione A. aegypti e infezioni da virus Zika, maggiori dettagli nell’immagine. © Furfur, Wikimedia Commons (modificato) GFDL CC BY-SA 4.0.

Gli studi condotti sul patogeno hanno permesso di classificarlo come virus a RNA appartenente alla famiglia dei Flaviviridae, genere Flavivirus e per questo strettamente legato ad altri virus patogeni per l’uomo che causano la dengue, l’encefalite del Nilo occidentale, la febbre gialla e l’encefalite giapponese. Riesce a infettare non solo i macachi e l’uomo, ma anche grandi mammiferi e roditori. Il virus, inoltre, si trova nel sangue all’inizio dell’infezione per cui è possibile il contagio attraverso sangue o emoderivati. Si riscontra anche nel liquido vaginale e seminale, dove sembra possa persistere per mesi dall’infezione [1][2], rendendo quindi possibile la trasmissione sessuale. La presenza del virus nella saliva potrebbe suggerire una via di contagio anche attraverso il bacio, ma essendo la carica virale troppo bassa questa ipotesi è esclusa. Dimostrata, invece, è stata la presenza del virus all’interno del liquido amniotico e la placenta, rendendo possibile a tutti gli effetti la cosiddetta “trasmissione verticale”, vale a dire quella tra madre e figlio/a in gravidanza. Proprio questa via di contagio, associata al forte aumento di bambini nati con problemi allo sviluppo del sistema nervoso, è stata da subito fonte di preoccupazione per le autorità sanitarie. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, per esempio, definendo Zika una “Public Health Emergency of International Concern” (emergenza di sanità pubblica di interesse internazionale) ha richiamato i vari paesi colpiti a garantire alle donne una corretta informazione e supporto medico, nonché la possibilità di ricorrere all’aborto terapeutico nel caso in cui, davanti una diagnosi di microcefalia, non ci fosse più intenzione a portare a termine la gravidanza [3].

Immagine che mostra, tra le altre cose, la diffusione nel mondo di Zika. © Khamar, Wikimedia Commons CC BY-SA 4.0.
Immagine che mostra, tra le altre cose, la diffusione nel mondo di Zika. © Khamar, Wikimedia Commons CC BY-SA 4.0.

Insomma…se me lo becco, che succede?

Una volta contagiato, la malattia rimane in un periodo di incubazione di circa 10 giorni. In un 20-25% dei casi l’infezione da Zika è del tutto asintomatica [4], in altri dà una lieve febbre, mal di testa, congiuntivite e qualche eruzione cutanea. Niente di così problematico, quindi, a parte quei pochi giorni in cui dura la malattia. Ma allora, direte voi, perché ci dobbiamo sorbire ripetutamente allarmi dei media per qualche linea di febbre?

Esantemi cutanei (rash) conseguenti l'infezione da Zika. © FRED, Cramunhao Wikimedia Commons (modificato) CC BY-SA.
Esantemi cutanei (rash) conseguenti l’infezione da Zika. © FRED, Cramunhao Wikimedia Commons (modificato) CC BY-SA.

Come accade per altre situazioni, spesso non è la malattia in sé ad essere il problema, ma lo sono le complicanze che questa si porta dietro. Pensiamo all’influenza, ogni anno nella sola Italia miete 8000 vittime [5]. Assurdo, penserete voi. Come può essere tanto letale una malattia che tutti vedono come un comune “malanno stagionale”? Anche qui, l’influenza di per sé non è il problema, ma lo sono le complicanze che può instaurare in persone già fisicamente debilitate (la gran parte delle vittime, non a caso, sono anziane). Un esempio può essere una brutta broncopolmonite. Lo stesso discorso vale per Zika, ovviamente con meccanismi e problematiche differenti.

Studi su topi [6] hanno mostrato che il virus è in grado di andare nelle cellule nervose e alterare delle strutture fondamentali per la divisione cellulare chiamate centrosomi che, sembra, portino all’alterata crescita e sviluppo delle cellule nervose. Da questo conseguirebbe un quadro di importanti deficit neurologici associati allo scarso sviluppo del sistema nervoso: la cosiddetta microcefalia, dal greco “testa piccola”. Questa particolare conformazione della testa, la cui circonferenza è notevolmente inferiore alla normalità, è proprio conseguente allo scarso sviluppo cerebrale.

Zika virus (in nero) fotografati tramite un microscopio elettronico a trasmissione (TEM).
Zika virus fotografati tramite un microscopio elettronico a trasmissione (TEM).

…quindi???

I problemi nascono in Brasile quando, a seguito della diffusione del virus, si è assistito a un progressivo aumento dei casi di microcefalia nei neonati. Sulla base di questi dati, in via del tutto precauzionale, vari enti nazionali e internazionali per la tutela della salute pubblica hanno redatto linee guida e consigli per chi viaggia nelle zone dove il virus è oramai ben diffuso, con una particolare attenzione per le donne in gravidanza. I sospetti che fosse proprio Zika il responsabile erano molto forti viste le correlazioni tra la diffusione del virus e l’aumentato numero delle microcefalie riscontrate. Prima abbiamo citato l’OMS, ma anche il CDC (Center for Disease Control and Prevention) statunitense a inizio anno ha emanato allerte[7]. Ciò naturalmente non ha impedito che il virus potesse effettivamente mettere piede in Europa o nei paesi nel nord del mondo: ricordiamo che la malattia una volta su quattro è asintomatica, è quindi facile che il virus venga “inconsciamente” portato dal malcapitato di turno. Non a caso, nella sola Italia, al 25 luglio 2016 sono stati segnalati in tutto 53 casi di persone infettate dal virus [8]. Fortunatamente, nessun focolaio epidemico è scoppiato alle nostre latitudini, per ora.

Comparazione di un cranio normale e di uno microcefalico, si noti il minor sviluppo cerebrale a destra
Comparazione di un cranio normale e di uno microcefalico, si noti il minor sviluppo cerebrale a destra. © doi:10.1371/journal.pbio.0020134 Wikimedia Commons (modificato).

Con l’aumentare dell’interesse della ricerca verso questo patogeno, nel marzo 2016 è stato pubblicato nel New England Journal of Medicine uno studio [9] che mette in una relazione ancora più stretta l’infezione del virus in una donna in gravidanza e lo sviluppo di microcefalia nel nascituro. È stato infatti studiato un feto abortito di 29 settimane proveniente da una donna infettata dal virus. L’autopsia, oltre a certificare il mancato sviluppo del cervello, ha dimostrato la presenza del virus nelle cellule celebrali umane.
Questo particolare “interesse” di Zika verso le cellule del sistema nervoso sembra ancor più confermato dal fatto che è stata registrata, nelle persone infettate dal virus, una maggior frequenza di casi di sindrome di Guillain-Barré [10]. Si tratta di una malattia infiammatoria a carico dei nervi che causa una progressiva paralisi muscolare, principalmente degli arti, ma che può estendersi ai muscoli respiratori divenendo letale. Il Centro Europeo per la prevenzione delle Malattie e Controllo (ECDC), in un report, ha poi evidenziato come il virus potesse causare anche encefaliti, meningoencefaliti, paralisi e altri danni sempre alle cellule nervose[11].

Tutto qui? No, al solito…

Quanto detto fino ad ora vi potrà aver convinto che Zika sia veramente il responsabile di tutti questi problemi. Da bravi persone di scienza, tuttavia, potreste anche dover rivalutare tutto. Al momento, infatti, non è stato identificato un vero e proprio meccanismo molecolare che giustificherebbe in modo univoco il nesso di causalità tra Zika e questi problemi neurologici. Nulla vieta che possano esserci ulteriori fattori in gioco senza i quali Zika non potrebbe determinare gli esiti prima descritti. Proprio in questa direzione va un’analisi pubblicata su Nature [12] il 25 luglio 2016. Nonostante Zika sia diffuso in tutto il Brasile – viene lì detto – l’aumentato tasso di microcefalia è stato registrato solo nella regione nord-est del paese. Se Zika fosse l’unico e diretto responsabile di questi disordini dello sviluppo, come mai non si riscontrano ovunque? Non solo, Zika è conosciuto dal 1947 e da allora si è diffuso in altre zone del mondo: come mai queste complicanze si registrano solo ora? L’analisi genetica ha escluso che il ceppo del virus presente in Brasile abbia qualche caratteristica che lo renda più virulento rispetto agli altri presenti nel mondo. Proprio queste ultime rilevazioni suggeriscono ai ricercatori che altre variabili, anche quelle socioeconomiche, possano avere una loro importanza nella manifestazione di certi quadri clinici. Per esempio, alcuni hanno evidenziato che la maggior parte delle donne che hanno partorito figli microcefalici erano giovani, di carnagione scura, single, povere e vivevano ai margini delle grandi città o in piccoli agglomerati urbani. Altri pensano, invece, che l’infezione combinata di Zika e altri virus lì endemici, come quello Dengue o Chikungunya andrebbe studiata come possibile responsabile. Un recentissimo studio [13], invece, sembra proporre una nuova interessante possibilità, avente a che fare con i bassi tassi di vaccinazione contro la febbre gialla proprio in quelle zone del paese. Il virus Zika e quello della febbre gialla, infatti, fanno parte della stessa famiglia e la vaccinazione per il secondo potrebbe fornire una qualche sorta di maggior protezione verso chi viene infettato da Zika. Quindi, coloro che non sono vaccinati per la febbre gialla si ritroverebbero più “impreparati” davanti a Zika. Un’ipotesi molto interessante, ma che si scontra però con il fatto che vi sono altre aree dove la vaccinazione è bassa, con la differenza che in queste non si riscontrano tutte queste microcefalie.

L'anomala distribuzione dei casi di microcefalia nei nascituri in Brasile. © WHO.
L’anomala distribuzione dei casi di microcefalia nei nascituri in Brasile. © WHO.

E se c’entrasse proprio un altro virus? Questa è l’ipotesi che alcuni ricercatori hanno provato a sondare, tra cui proprio il medico che, per primo, ipotizzò un collegamento tra Zika e la microcefalia. Nello studio, non ancora pubblicato, è stata confermata [14] in tre feti microcefalici la presenza del genoma di Zika nel tessuto cerebrale, ma non sono state trovate proteine del virus. Insomma: il virus ci può essere arrivato, ma può semplicemente non aver fatto nulla una volta lì. A essere individuate, invece, sono state le proteine del virus della diarrea virale del bovino (BVDV) che nel bestiame causa molti difetti di sviluppo, ma non si sapeva che potesse infettare l’uomo. Forse Zika agisce abbassando le difese dell’organismo permettendo un semplice accesso a BVDV? O forse i residui di BVDV sono frutto di contaminazione, dato che è un comune contaminante del siero bovino usato come terreno di coltura delle cellule? Non è chiaro e, al solito, il tempo e la ricerca ci diranno chi ha ragione in questo continuo fiorire di ipotesi e nuovi dati.

Cosa fare, dunque?

Un esemplare di Aedes aegypti
Un esemplare di Aedes aegypti, la zanzara a cui va gran parte della responsabilità della diffusione di Zika.

Come si suol dire “prevenire è meglio di curare” e questa regola si applica perfettamente in questa emergenza sanitaria. Per combattere Zika, l’unica variabile costante a oggi individuata, non esistono specifici farmaci antivirali e le terapie sono sintomatiche, vale a dire volte al trattamento dei sintomi più che delle cause. Nei crescenti dubbi sull’effettivo ruolo del virus nei problemi di sviluppo dei neonati, la prevenzione, oltre ovviamente al sostegno della ricerca, rimane l’unica carta da poter saggiamente giocare. Questa principalmente si traduce nel controllo della diffusione del vettore (la zanzara), principale mezzo di trasmissione, ma anche in campagne di sensibilizzazione e informazione per i soggetti a rischio. Nonostante la stagione invernale, attualmente in Brasile, sfavorisca il contagio per la minor presenza di zanzare, tutti coloro che si recano o si recheranno alle Olimpiadi come atleti, entourage tecnico o spettatori dovranno prendere tutte le precauzioni necessarie, nessuno escluso.

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