Le Aquane: le sirene delle Alpi nell’arte rupestre della Valcamonica

Tra i miti del folklore europeo, probabilmente quelli legati al mondo alpino sono i meno conosciuti dal grande pubblico. Conosciamo molto bene quelli del mondo classico greco-romano, meno quelli di epoca pre-romana. Alcuni di questi però, oltre a collegare nello spazio e nel tempo popoli non direttamente imparentati tra loro sulla base di molte similitudini e suggestioni comuni, sono interessanti per comprendere rituali antichissimi, diffusi sin dalla preistoria e in certi casi conservatisi nelle tradizioni popolari fino ai giorni nostri. È il caso, per esempio, del mito delle Aquane, esseri mitologici il cui culto è forse alla base dell’arte rupestre preistorica tipica della Valcamonica, una valle delle Alpi centrali nella Lombardia orientale.

Il suo nome deriva dal popolo che la abitava in epoca preromana, i Camuni, ed è conosciuta in tutto il mondo per via dell’impressionante numero di rocce e massi incisi, tanto da diventare nel 1979 sito patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Le incisioni più antiche sono state datate all’epigravettiano (la cultura finale del Paleolitico, terminato con la fine delle glaciazioni circa 12.000 anni fa), mentre quelle più recenti non sono preistoriche e arrivano fino al medioevo.

Il repertorio dell’arte rupestre camuna è molto vasto: sulle rocce sono rappresentati animali (cervi, uccelli acquatici, cavalli, cani, volpi, cinghiali, etc), aratri, raffigurazioni topografiche, capanne, scene di caccia, labirinti, simboli solari, armi, guerrieri singoli o duellanti, oranti (figure umane con le braccia alzate al cielo in gesto di preghiera), telai, palette (confrontabili a oggetti spesso rinvenuti nelle tombe femminili dell’età del Ferro e associati al mondo casalingo e al focolare) e moltissimi simboli di vario genere. La stragrande maggioranza delle figure sono attribuibili all’età del Ferro (I millennio a.C.), epoca alla quale appartengono moltissime delle rappresentazioni di guerrieri, secondo gli studiosi collegabili a riti di passaggio dei membri maschili dell’aristocrazia guerriera camuna.

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Cronologia e classificazione stilistica dell’arte rupestre della Valcamonica

Tra i moltissimi siti di arte rupestre della Valcamonica il più noto è attualmente compreso nel Parco Nazionale delle incisioni rupestri di Naquane, una contrada del comune di Capo di Ponte. Il toponimo della contrada è insolito ed è proprio nella sua origine che troviamo una possibile chiave di lettura del significato dell’arte rupestre della Valcamonica. Pare infatti che fino a non molti anni fa la contrada non si chiamasse Naquane, bensì Aquane, nome che nel folklore delle Alpi centro-orientali designava degli esseri mitologici di sesso femminile simili a sirene e che viene documentato in un’antica mappa catastale rinvenuta nel 1989.

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Mappa catastale della contrada Aquane

Ciò che sappiamo del mito delle Aquane è tanto affascinante quanto interessante, sia per l’antichità della leggenda presso i popoli di area alpina che per le possibili applicazioni nell’interpretazione del significato dell’arte rupestre. Le Aquane, come detto, sono esseri semi-divini simili a sirene che vivono nei corsi d’acqua, nelle grotte e nelle rocce stesse e attirano giovani uomini con il loro canto. Nel folklore sono descritte come donne che possono tramutarsi in lontre o come bellissime sirene con i capelli di acqua e i piedi all’indietro. Nelle leggende più recenti hanno assunto alcuni degli attributi dei fauni e hanno quindi gambe e piedi caprini. Le Aquane possiedono la conoscenza del passato e del futuro, ma non del presente, e svaniscono per sempre se viene pronunciato il loro nome personale, che non rivelano ai propri amanti umani. In alcune leggende sono collegate agli uccelli acquatici e sono tessitrici. La loro figura è senz’altro simile a quella di sirene, ninfe delle acque e semi-divinità femminili come ad esempio le Melusine, il cui culto era diffuso in epoca pre-cristiana in tutta Europa.

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Melusina – illustrazione gentilmente concessa dall’artista Marika Michelazzi

Una prima connessione tra questi esseri e l’arte rupestre potrebbe già essere rilevabile nel sito Valzel de Undine (“valle – o torrente – delle Ondine”, in dialetto locale) a Borno, località nella quale sono presenti massi incisi databili all’età del Rame (IV-III millennio a.C.). Ciò che però salta immediatamente all’occhio visitando il parco di Naquane è che non ci sono corsi d’acqua nelle immediate vicinanze; è però proprio nella possibile spiegazione di questa contraddizione apparente che la connessione tra rocce e divinità acquatiche diventa particolarmente interessante. Le rocce esposte sulle quali venivano praticate le incisioni sono state levigate anticamente dai ghiacciai, che scivolando verso valle incidevano la superficie rocciosa modellandola in forme molto simili a quelle delle onde, oltre a scavare conche e avvallamenti nei quali durante le piogge si formavano pozze d’acqua. Forse possiamo intendere queste pozze proprio come connessione tra il mondo sotterraneo in cui dimoravano le Aquane, il cui limite erano proprio le rocce, e quello terrestre degli uomini. In questo senso dei segni molto diffusi di forma rotonda (le cosiddette coppelle) sono stati interpretati come possibile punto di passaggio per le Aquane e i busti di oranti potrebbero rappresentare figure nell’atto di emergere dalla roccia stessa.

Vari miti del folklore popolare della zona dimostrano la persistenza della credenza in questi esseri e ne confermano il ruolo di protettrici degli abitanti della valle: ad esempio la storia delle sante Faustina e Liberata, due eremite che, secondo la leggenda, in epoca medievale avrebbero abitato in grotticelle della zona e avrebbero salvato Capo di Ponte fermando i massi di una frana con le proprie mani. Non a caso nella cripta della chiesa dedicata alle due sante è conservato un masso che reca impronte di mani incise in epoca preistorica (secondo i credenti sarebbero le mani delle due sante, miracolosamente rimaste impresse nell’atto di fermare il masso) .

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Masso con incisioni di mani di epoca preistorica conservato nella cripta della chiesetta delle sante Faustina e Liberata

È interessante ricordare che nei pressi della chiesa scorre un corso d’acqua, il torrente Re. Il culto è documentato solo a Capo di Ponte, elemento che spinge alcuni a ipotizzare che la consacrazione della chiesetta sia stata voluta da una colta personalità locale interessata alla conservazione della continuità del culto pagano, personaggio che si sarebbe spinto fino a commissionare arredi e decorazioni che richiamerebbero in modo inequivocabile il mondo delle acque e delle sirene, nonché di figure come le Sibille, connesse quindi al mondo della divinazione, come lo sono le stesse Aquane.

Anche nella chiesa del monastero di epoca romanica di San Salvatore, sempre a Capo di Ponte, sono scolpite su un capitello delle sirene nell’atto di tenersi con le mani la coda pisciforme, movimento che ha un chiaro parallelismo con un’incisione della Grande Roccia di Naquane raffigurante un essere antropomorfo nella stessa posizione, scena peraltro molto rara nel repertorio dell’arte rupestre.

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Confronto tra gli esseri acquatici rappresentati sul capitello della chiesa di San Salvatore e la figura rappresentata sulla Grande Roccia di Naquane.

Un’ulteriore connessione tra mito locale e arte rupestre è la leggenda della “signorina dai piedi di capra”, un essere demoniaco che abitava in una roccia e si divertiva a spaventare i passanti, a volte anche catturandoli e uccidendoli. La descrizione di questo essere corrisponde all’aspetto che le Aquane avevano assunto nella cultura popolare col passare dei secoli, quando la coda pisciforme era stata sostituita, appunto, da un paio di zampe caprine. È interessante notare come, sempre secondo la leggenda, la signorina entrasse nella roccia ponendo il piede all’interno di una coppella incisa, elemento che fornisce forse un’intepretazione per queste figure, solitamente comunque associate al mondo femminile.

Naquane stessa era probabilmente un luogo dedicato al mondo femminile, come dimostra la presenza nell’età del Bronzo (fine III e II millennio a.C.) di moltissime incisioni di carattere muliebre (palette, oranti femminili, coppelle, ecc), fino a quando nell’età del Ferro i temi delle incisioni non sono diventati quelli associati al mondo guerriero, mutando quindi la destinazione del sito ma senza cancellare l’idea originaria di un luogo associato alle Aquane, in veste ora di aiutanti e protettrici dei giovani uomini dell’aristocrazia locale, che tramite le incisioni compivano quindi un atto votivo dedicato alle abitanti della rocce.

Bibliografia:

Angelo Fossati, Il ruolo dell’etnografia nell’interpretazione dell’arte rupestre della Valcamonica in Notizie Archeologiche Bergomensi, 9-2001, pp. 91-111;
Angelo Fossati, Following Arianna’s Thread: Symbolic Figures at Female Rock Art Sites a Naquane and In Valle, Valcamonica, Italy, in The Archaeology of Semiotics and the Social Order of Things, edited by George Nash, pp. 31-44;
Angelo Fossati, L’acqua, le armi e gli uccelli nell’arte rupestre camuna dell’età del Ferro, in Notizie Archeologiche Bergomensi, 2-1994, pp. 203-216;
Federico Troletti, The continuity between pagan and Christian cult nearby the archaeological area of Naquane in Capo di Ponte. Research inside the Church of Saint Faustina and Liberata, in «Adoranten» Bulletin of Scandinavian Society for Prehistoric Art, (2010) IX, 1, pp. 90-103.

 

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