Xylella e le parole del contagio

Con la ripresa (forse) del piano di contenimento, si torna a parlare di Salento, di ulivi, di abbattimenti e di Xylella: il batterio che, lasciato agire indisturbato, sta contagiando gli ulivi della metà meridionale della Puglia; i quali, nonostante le numerose cure messe in atto, non guariscono, ma si ammalano ed infine muoiono.

Immagine: nataliaaggiato – pixabay.com
Immagine: nataliaaggiato – pixabay.com

Seguire la vicenda sulla stampa generalista è talvolta molto difficile, perché troppe persone «più atte alla loquacità ed ostentazione che all’investigazione dell’opre più segrete di natura» (Galileo) fanno una gran confusione con le parole.

Il risultato di questa confusione fa sorridere chi ha competenze in materia, ma genera anche dubbi, paure, incertezze e disorientamento in quella grande maggioranza di persone che nella vita si occupano d’altro.

Magari proprio di coltivare quegli ulivi che il batterio, lasciato agire indisturbato, sta lentamente uccidendo.

Sono proprio la confusione e le false speranze create da certi personaggi ben poco preparati, a paralizzare ogni intervento, a tutto vantaggio di Xylella e con grave danno proprio per gli olivicoltori, che finiscono col fidarsi di chi la racconta più bella, anziché di chi ha il coraggio di dire le cose come stanno, anche quando sono brutte.

È quindi necessario, per il bene degli ulivi, anzitutto fare un po’ di chiarezza.

Il primo scoglio incontrato da chi si improvvisa epidemiologo è la importante differenza tra infezione e malattia. Ne ho già parlato in un mio precedente articolo sul tema, sottolineando che i sintomi di una malattia sono il risultato del danno provocato dall’infezione, il quale danno non è istantaneo.

Nel caso specifico di Xylella, gli studi condotti da EFSA ci dicono che dal momento in cui il batterio “attecchisce su” (infetta) un ulivo, a quello in cui compaiono i primi sintomi del disseccamento, passa circa un anno, e in alcune varietà anche di più.

Sono dati tutt’altro che tranquillizzanti, perché durante questo periodo di assenza di sintomi le piante infette sono già in grado di trasmettere il batterio alle loro vicine ancora sane: sono cioè contagiose. In gergo si dice che la diffusione dell’infezione sopravanza la malattia; nel caso di Xylella, di un anno o più.

Della contagiosità delle piante infette ma asintomatiche sulla stampa generalista non si parla quasi mai, eppure è una cosa molto rilevante. Fare confusione tra infezione, contagiosità e malattia propriamente detta, è cosa grave perché impedisce di cogliere alcuni punti chiave della diffusione di una malattia infettiva.

Ad esempio potrebbe sfuggire il fatto che limitare gli interventi alle sole piante che presentano i sintomi, significa ignorare del tutto gli infetti già contagiosi, che sono sicuramente tanti: ricordate? Xylella ha bisogno di un anno o anche più, per fare danni evidenti ad un ulivo. Durante tutto quel tempo è libera di contagiare tutte le piante ancora sane nel raggio di qualche centinaio di metri, vanificando così ogni sforzo e ogni sacrificio fatto intervenendo solo dopo la comparsa dei primi sintomi.

Se tenete presente l’importante differenza tra malati e infetti, è facile capire che limitare gli interventi a qualche potatura delle sole piante sintomatiche è un’idea quantomeno bizzarra, se non una vera e propria presa in giro nei confronti degli olivicoltori.

Anche le parole legate agli interventi necessari al contenimento del contagio sono oggetto di grande confusione.

Anzitutto ci si dimentica troppo spesso che è possibile curare praticamente qualunque cosa, ma non è per nulla scontato che le cure portino alla guarigione, e neppure che impediscano il contagio.

Ecco quindi che chiunque proponga un qualsiasi trattamento (cura) in grado di migliorare anche di poco le condizioni e la sopravvivenza degli ulivi malati, sulla stampa generalista diventa il luminare che ha “inventato La Cura”, con l’articolo determinativo davanti, perché si suppone che detta cura fermerà il contagio e condurrà a guarigione.

Ma la supposta è sbagliata (semi-cit.).

Mancando invece qualsivogia cura in grado di condurre a guarigione, come ho già spiegato in un altro mio precedente articolo, l’unica opzione che resta sul tavolo per fermare questo pericoloso batterio, è sradicare e distruggere tutte le piante infette (ulivi e non), in modo da portare il batterio all’estinzione, ovvero eradicarlo.

Proprio l’equivoco tra eradicare e sradicare è quello che più fa sorridere gli addetti ai lavori: se c’è qualcuno che ha le carte in regola per eradicare (portare a estinzione) gli ulivi del Salento – o di tutto il Mediterraneo – è proprio Xylella, con l’involontaria complicità di tutti coloro che, con gran gioia di Dunning e Kruger, si ostinano cocciutamente a paralizzare con ogni mezzo qualunque intervento che abbia una qualche concreta possibilità di bloccare l’avanzata dell’infezione verso le aree ancora indenni.

Spero che questo sintetico excursus sui termini di una disciplina – l’epidemiologia – tutt’altro che semplice, possa contribuire a fare un po’ di chiarezza su questo tema così delicato ed urgente; o almeno che sia utile a distinguere con più facilità chi parla con cognizione di causa, dalle legioni di parolai di ecoica memoria.

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Per approfondire:

Sul Piano Silletti potete leggere questo approfondimento pubblicato da Siderlandia.it.

Sul modo di difendersi da Xylella abbiamo già pubblicato un articolo sulle tecniche già collaudate, e un altro su un interessante filone di ricerca.

Inoltre, da questo recente articolo firmato Daniele Rielli, sembrerebbe che la possibilità di trovare geni di resistenza a Xylella tra gli ulivi selvatici o rinselvatichiti non sia così remota. Tuttavia identificare questi caratteri di resistenza e portarli nelle varietà coltivate non è impresa facile né rapida.

Sul nostro sito trovate anche un approfondimento sulla presenza di Xylella nei vitigni californiani. Abbiamo anche una comoda rassegna stampa.

Anche Le Scienze si sta occupando della questione: qui trovate gli articoli pubblicati fin’ora.

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