Galileo Galilei

Galileo Galilei (Pisa, 15 febbraio 1564 – Arcetri, 8 gennaio 1642) è stato un astronomo, fisico e matematico italiano. Figlio del compositore Vincenzo Galilei e di Giulia Ammannati è il primogenito di sette figli. Dopo un periodo travagliato, conseguente al mancato inserimento nella lista dei quaranta studenti toscani che potevano accedere gratuitamente all’università di Pisa, finalmente nel 1580 riuscì a iscriversi a medicina, presto però fu attratto dalla matematica.
Nel 1585 infatti fece la sua prima scoperta, l’isocronismo del pendolo: ovvero le oscillazioni di un pendolo di piccola ampiezza avvengono tutte nello stesso tempo! Galileo compì queste osservazioni nella Cattedrale di Pisa.

È difficile riassumere in poche righe tutti i contributi scientifici di Galileo, in quanto da vero polimata o genio universale la sua mente ha spaziato in più campi del sapere. Inoltre è stato il più importante innovatore riguardo il modo di fare scienza. Riadattò il cannocchiale inventato dagli olandesi allo scopo di osservare il cielo e grazie a questo strumento scoprì i crateri lunari, i primi satelliti di Giove (Io, Ganimede, Callisto ed Europa) e osservò venere per la prima volta Venere nel 1609. In seguito osservò anche che le fasi di Venere potevano essere spiegate meglio dal modello Copernicano, che poneva il Sole al centro del Sistema Solare, che dal modello Tolemaico, in cui tutti i pianeti orbitavano attorno alla Terra. Galileo ideò un ingegnoso sistema per capire quando il telescopio raggiungeva i 20 ingrandimenti: disegnava sul muro due quadrati, uno 20 volte più grande dell’altro, successivamente guardava con un occhio attraverso il telescopio il quadrato piccolo, e contemporaneamente quello grande con l’altro occhio. Quando i due quadrati coincidevano significava che avevano raggiunto i 20 ingrandimenti!

Intuì il principio di relatività, uguagliando i sistemi in moto rettilineo uniforme a quelli in quiete.
Esso spiega perché non siamo in grado di percepire che la Terra si muova. Scoprì le prime basi che porteranno al principio di equivalenza, fondamento della futura relatività generale, il quale afferma che la massa gravitazionale e la massa inerziale sono numericamente uguali. In un campo gravitazionale infatti, senza l’attrito da parte dell’aria, due corpi di peso diverso cadranno alla stessa velocità. Galileo però ignorava ancora l’esistenza della forza di gravità.
Costruì un suo modello di microscopio, anche se probabilmente non fu il primo a inventarlo.
Fece studi sull’attrito e sul piano inclinato.
Intuì la costanza della velocità della luce, anche se non aveva strumenti abbastanza precisi per dimostrarlo.
Anticipò le prime due leggi di Newton e capì per primo il principio di conservazione dell’energia.

Una delle sue conquiste concettuali maggiori inoltre riguarda sicuramente il metodo scientifico. Di fondamentale importanza per Galileo era la rigorosa trattazione matematica degli esperimenti, necessari per sottoporre a verifica sperimentale un’ipotesi di partenza a differenza dell’ambiente accademico dell’epoca basato sull’autorità degli scritti pervenuti a noi di filosofi come Aristotele (“Ipse dixit”). Per lui si doveva partire dall’osservazione e giungere a un’idea che la spiegasse, e non partire dall’idea come fatto fino ad allora. La sua scoperta dei crateri lunari per esempio contraddì inequivocabilmente l’assunto aristotelico che il cielo e gli astri fossero perfetti e immutabili.
Galileo non scrisse mai un trattato specifico su questo argomento, ma lo si ricavò dai suoi vari scritti.

Nel 1632 venne pubblicato il “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”, in cui sosteneva il primato del sistema copernicano sul sistema tolemaico. Scritto dal 1624 al 1630, l’autorizzazione alla pubblicazione del Dialogo fu concessa dall’inquisitore di Firenze Clemente Egidi il 24 maggio 1631 su licenza del Maestro del Sacro Palazzo a Roma, Niccolò Riccardi, dopo la revisione del manoscritto operata dal consultore dell’Inquisizione, il domenicano Giacinto Stefani, con la nota condizione di presentare la teoria copernicana solo “ex suppositione”, cioè come ipotesi senza pretesa di considerarla fatto, venendo finalmente pubblicato il 21 febbraio 1632.
L’opera è un capolavoro di prosa in forma di dialogo ed è divisa in quattro giornate in cui i protagonisti sono Simplicio (un filosofo aristotelico peripatetico seguace del geocentrismo), Salviati (un astronomo fiorentino sostenitore dell’eliocentrismo) e Sagrado (un patrizio veneziano che funge da arbitro e predilige le tesi di Salviati). Nell’ultima giornata Galileo espose quella che secondo lui era la prova definitiva a favore del sistema copernicano.
Un giorno andando in barca notò che quando la barca accelerava l’acqua si depositava sul fondo della barca, mentre quando frenava tornava in avanti.
Questo gli fece pensare che le maree dovevano essere dovute alle accelerazioni e decelerazioni dovute ai moti della terra. Galileo però si sbagliava, le prove definitive del moto della Terra arrivarono in seguito con Bradley e Focault. Noi sappiamo oggi che le maree sono dovute all’attrazione gravitazionale della Luna (e di altri corpi ma in misura trascurabile), all’epoca però per Galileo non era concepibile che due corpi separati potessero interagire a distanza per mezzo di una forza invisibile. Fu con Newton che sarebbe stata poi formulata la teoria gravitazionale per spiegare il moto orbitale degli astri.

L’importanza del Dialogo è grande anche per la letteratura. Si tratta infatti di una delle più importanti opere in lingua italiana. Galileo scelse di servirsi del volgare e non del latino per meglio essere comprensibile dal pubblico e per contrapporsi alla rigida accademia basata sull’auctoritas dei filosofi antichi. La sua opera scritta fu la più acclamata e apprezzata nella nostra lingua in quel periodo per il suo stile di prosa accattivante, asciutto e scorrevole. Il suo stile informale faceva scendere il maestro dalla cattedra e permetteva che le sue idee potessero confrontarsi con quelle degli allievi. Altri grandi pensatori dell’epoca furono formalmente impeccabili nelle loro trattazioni dal punto di vista del rigore scientifico, ma non raggiunsero mai il livello di fruibilità e chiarezza d’esposizione che Galileo raggiunse nei suoi scritti e in particolare nel Dialogo. Assieme a Montaigne con i suoi Saggi e a pochi altri, Galileo fu un maestro anche di stile.

Dopo la pubblicazione dei Massimi sistemi, cominciò l’amara persecuzione da parte della chiesa dell’epoca, in piena epoca di controriforma a seguito dello scisma protestante. Di carattere sanguigno e poco conciliante, Galileo si scontrò spesso con l’ambiente accademico e teologico dell’epoca, facendosi molti nemici che vedevano minacciato il loro primato culturale. In particolare nel 1633 saranno i gesuiti a denunciare il Dialogo come opera eretica che minacciava l’autorità ecclesiastica, gelosa della propria posizione, e metteva in ridicolo il papa Urbano VIII, in quanto Galileo veniva accusato di avere basato il personaggio di Simplicio (perdente nel confronto, e col nome che può essere inteso anche come “persona semplice”) proprio sul papa e di avere riutilizzato intere frasi di quest’ultimo. In realtà Galileo sperava di ritenersi amico del papa, che aveva anche apprezzato il Saggiatore e invitò lo scienziato a mettere a confronto i diversi modelli astronomici, purché presentasse l’eliocentrismo solo come modello matematico, e non una reale rappresentazione naturale, e non si occupasse del fenomeno delle maree.
Il processo durò a lungo e 8 furono le accuse rivolte a Galileo, di cui la prima fu “aver posto l’imprimatur di Roma senz’ordine, e senza participar la publicazione con chi si dice aver sottoscritto.”
Galileo fu costretto ad abiurare per avere salva la vita. La famosa frase che si dice pronunciò al processo: “Eppur si muove” sarebbe in realtà un apocrifo (così come l’esperimento dalla torre di Pisa) coniato da Giuseppe Baretti un secolo dopo per nobilitare la figura di Galileo al pubblico inglese.

Galileo Galilei passò gli ultimi anni della sua vita da solo agli arresti domiciliari. Al giorno d’oggi è considerato un padre della scienza e moltissimi dei più grandi ricercatori contemporanei si ispirano a lui per salire sulle spalle dei giganti e guardare un po’ più in là.

[AF]

La citazione:

“Parmi, oltre a ciò, di scorgere nel Sarsi ferma credenza, che nel filosofare sia necessario appoggiarsi all’opinioni di qualche celebre autore, sì che la mente nostra, quando non si maritasse col discorso d’un altro, ne dovesse in tutto ri­manere sterile ed infeconda, e forse stima che la filosofia sia un libro e una fantasia d’un uomo, come l’Iliade e l’Orlando Furioso, libri ne’ quali la meno importante cosa è che quello che vi è scritto sia vero. Signor Sarsi, la cosa non istà così. La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto.”

È tratta dal Saggiatore, un’opera del 1623 scritta in forma epistolare, in polemica col gesuita Oratio Grassi Salonensi, che quattro anni prima, con lo pseudonimo di Lotario Sarsi Sigensano, aveva pubblicalo uno studio sulle comete, intitolato “Libra astronomica ac philosophica” (“Bilancia astronomica e filosofica”). Il titolo non era casuale: il saggiatore era bilancina utilizzata per pesare i metalli preziosi, ben più precisa di una comune “libra”. Galileo propose una sua teoria sulla natura delle comete che poi si rivelò inesatta, ma l’importanza di quest’opera è nella difesa di un nuovo modo di approcciarsi allo studio della natura, che avrebbe condotto alle scoperte più importanti della storia.

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