Enrico Fermi: fisico e grande amico

Sicuramente molti di voi conosceranno Enrico Fermi (1901-1954), vincitore del premio Nobel per la fisica nel 1938: uno dei più importanti fisici italiani (diciamo pure mondiali) del secolo scorso. Il suo ampio interesse per la fisica si deve a una tragedia familiare accaduta quando aveva quattordici anni, nel 1915: la morte di suo fratello maggiore, Giulio, dovuta a un’operazione chirurgica mal riuscita. Questo evento gli provocò un grande dolore e i genitori, per distoglierlo dal tremendo e continuo pensiero della morte del fratello, lo incoraggiarono a dedicarsi allo studio. S’Imbatté quindi, quasi per caso, in due libri di fisica, scritti circa cent’anni prima, tra cui un trattato del 1840 intitolato Elementorum physicae mathematicae, del padre gesuita Andrea Caraffa, professore del Collegio Romano. Un libro-mattone scritto in latino, il quale racchiudeva argomenti di matematica, meccanica classica, astronomia, ottica, acustica e che il giovane Enrico divorò. Nel 1918 vinse una borsa di studio presso la prestigiosa Scuola Normale Superiore di Pisa, laureandosi magna cum laude in Fisica nel 1922Enrico Fermi

 

È proprio presso la Scuola Normale Superiore di Pisa che ebbe numerose occasioni per dimostrare il suo genio, talvolta anche surclassando gli stessi professori, come ci racconta il suo amico e collega Nello Carrara (1900-1993) [1]: “Il compito di chiarire alle nostre menti il mistero dell’analisi infinitesimale era affidato a un valente professore, ex normalista, dalla cui bocca uscivano con incredibile velocità teoremi e spruzzi di saliva. Un giorno, al termine di una lezione particolarmente faticosa per l’insegnante e per noi, Fermi si alzò, e con la sua caratteristica, strascicata voce, espresse il parere che tutto quanto era stato detto avrebbe potuto essere presentato sotto un aspetto assai più semplice”. Possiamo quindi immaginare l’enorme aria di sfida che suscitò quella frase, pronunciata da un umile studente verso un professore di inizi Novecento, verso il quale vi era grande soggezione, nonché l’obbligo di un notevole rispetto. Il professore disse a Fermi di continuare la lezione e lui, prontamente, “in un glaciale silenzio d’attesa”, riuscì benissimo nel suo intento. Per curiosità è opportuno citare a questo proposito anche il libro didattico che scrisse molti anni dopo sulla Termodinamica [2], dimostrando di possedere ottime abilità di insegnamento attraverso il suo stile essenziale e cristallino.

Nello Carrara ci parla quindi di un vero e proprio genio, già nei primi anni di università; come di un essere mitologico che studiava tutto da sé, senza seguire troppo le lezioni. Mentre gli altri si affannavano nel cercare di capire, lui proseguiva per conto suo, studiando addirittura problemi di fisica allora attuali, come ad esempio l’entropia, sulla quale aveva già qualcosa di nuovo da dire.

Un genio, quindi, ma anche un ragazzo come tutti gli altri, “vorace mangiatore di castagnaccini”. “La nostra giornata era davvero piena di avventure: avventure scientifiche, avventura goliardiche”, dice Nello a proposito dei suoi amici normalisti, tra cui Fermi. Non mancavano, ad esempio, le escursioni in montagna sulle Alpi Apuane. La loro scalata presentava grandi difficoltà e insidie, e proprio per scongiurarle Fermi aveva un suo rito propiziatorio: gettare qualche masso dalla montagna, così da aumentare l’entropia dell’Universo che, così soddisfatta, avrebbe risparmiato qualche tragedia ai giovani alpinisti. Fortunatamente non accadde mai niente di spiacevole. Il fatto curioso è che proprio durante quelle scalate Fermi introduceva ai suoi amici le sue teorie a proposito dell’entropia. Con Fermi e Carrara era presente anche il fisico Franco Rasetti (1901-2001), il più abile alpinista dei tre, i cui ordini erano legge durante le escursioni.

Molte sono state anche le “avventure goliardiche” di cui ci parla Nello, tra le quali citiamo il lanciare delle piccole porzioni di sodio metallico nelle pozzanghere davanti ai passanti, durante le giornate particolarmente piovose, così da far avvenire la classica reazione esplosiva del sodio a contatto con l’acqua, paragonabile a un piccolo petardo. Un’altra impresa interessante è sicuramente quella inerente la statua di Cosimo I: Enrico salì insieme a Nello in cima alla statua di Cosimo I de’ Medici in piazza dei Cavalieri a Pisa, di fronte al palazzo della Normale: una prima volta per prendere le misure, una seconda, di notte, per mettergli in testa un “piumato e variopinto cilindro” che costò non pochi soldi ai due. La vicenda fece molto scalpore e venne citata anche nei giornali. I loro nomi non uscirono allo scoperto.

Quei tempi universitari erano anche gli stessi della teoria della relatività di Einstein che andava affermandosi, non senza difficoltà. C’erano infatti due correnti di pensiero: chi la sosteneva e chi no. Fermi, ovviamente, già la padroneggiava surclassando molti docenti. A tal proposito Nello ci racconta in particolare di quella volta in cui tenne una lezione a riguardo davanti a studenti e professori. Da quel giorno Fermi spiccò il volo.

“Ma nonostante la potenza del suo volo, egli rimase, allora e sempre, il caro compagno, semplice e buono, che partecipava alla nostra vita, alle nostre birbonate, al quale sempre potevamo ricorrere, certi del suo aiuto”. Questo precisa Nello, sottolineando la differenza tra il Fermi-genio e il Fermi-uomo; ragazzo e amico come tutte le altre persone, con la sua voglia di scherzare e di vivere, sul quale i suoi amici potevano sempre contare.

Testo a cura di: Matteo Paolieri
Editor: Stefano Bertacchi

[1] Carrara N., “Ricordi di Fermi”, Il Colle di Galileo, vol. 5, 1, 2016, ISSN 2281-7727, Firenze University Press

[2] Fermi E., “Termodinamica”, Boringhieri editore,1958. Lezioni tenute alla Columbia University di New York nel 1936. Trad. di Antonio Scotti.

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