Il mito del cervello di Albert Einstein

Ho terminato oggi di vedere la recente serie tv su Einstein intitolata “Genius”, del National Geographic. Dieci puntate da cinquanta minuti ciascuna che scorrono benissimo e che raccontano in modo originale la storia di Albert Einstein. In modo molto accurato e piacevole fornisce un ritratto onesto dello scienziato, senza i classici sensazionalismi e cliché tipici delle serie tv su questo genere di argomenti. Sono presenti anche vari intrecci, molto interessanti e gustosi per chi ama la storia della scienza, con le varie ed importanti personalità dell’epoca: Fritz Haber, Marie Curie, Max Planck, Werner Heisenberg  e molti altri.

La cosa che sto per dire non credo possa definirsi uno spoiler, perché più o meno conosciamo tutti la storia di Einstein: a un certo punto della serie viene mostrata una scena dove si vede il cervello dello scienziato sotto formalina. A quel punto mi sono chiesto: «È vero, il suo cervello è stato asportato, ma qual è la storia che si cela dietro a questa ricerca?».

Sostanzialmente, in un noto e ben fatto articolo della BBC di William Kremer [1] viene fatto notare che il cervello di Einstein fu asportato alle 01:15 del 18 aprile 1955 dal patologo Dr. Thomas Harve (senza peraltro un effettivo consenso da parte del figlio Hans), e solo decenni più tardi sono state pubblicate le prime ricerche su quest’organo apparentemente misterioso.

Nel 1978 un giovane giornalista, Steven Levy, fu incaricato di indagare sull’argomento, di cui non si sapeva più niente. Non c’era stata nessuna pubblicazione fino ad allora e tutta la storia si era dissolta in una nuvola di fumo. Questi rintracciò -con non poche difficoltà- il Dr. Harve e i due iniziarono a parlare. Egli era un tipo molto “introverso ed educato”, come descritto dal giornalista, che gli mostrò una serie di barattoli contenenti i campioni di cervello di Albert. Alcuni frammenti erano descritti come “dozzine di blocchi traslucenti, grandi quanto dei Goldenberg’s Peanut Chews [dolcetti al cioccolato statunitensi] […] di consistenza spugnosa e del colore dell’argilla”. Il patologo spiegò che non aveva trovato niente di interessante, innovativo o particolarmente caratteristico nei vari campioni. Niente di sensazionale. Anche il peso del cervello, al momento della morte, fu registrato essere 1,230 g: perfettamente nella norma per gli uomini di età paragonabile a quella del decesso di Einstein.

Il Dr. Harve sezionò il cervello in 240 blocchi e creò 12 set di 200 vetrini contenenti tessuto cerebrale. Questi furono inviati ai più brillanti neuropatologi degli anni Cinquanta. Molti non risposero, e quei pochi che lo fecero non trovarono niente di strano, eclatante o che potesse giustificare la genialità di Einstein.

Il patologo sostenne quindi di non aver pubblicato niente, fino ad allora, perché non c’era materiale interessante su cui pubblicare: ne sarebbe venuto fuori un articolo piuttosto piatto, non sottolineando nessuna caratteristica peculiare del cervello del genio. Egli voleva aspettare ancora, non aveva del tutto abbandonato l’idea; ogni ricerca condotta aveva suggerito ad Harvey che quel cervello fosse perfettamente “normale” ma credeva al contempo che prima o poi si sarebbe presentata qualche eccezionale particolarità, degna di una mente geniale come quella di Albert.

Altre ricerche ebbero luogo dopo la pubblicazione dell’articolo di Levy, nel 1978. L’articolo ottenne infatti un notevole rilievo mediatico, tanto da spingere molti ricercatori a interessarsi nuovamente all’argomento.

Ad esempio, Harve fu contattato da Marian Diamond dell’Università della California a Berkeley, al quale inviò alcuni campioni di cervello della grandezza di una zolletta di zucchero. Questi pubblicò un articolo scientifico sulla rivista Experimental Neurology sostenendo che il cervello di Einstein avesse molte più cellule gliali per ogni neurone, rispetto ad un gruppo di controllo. Questo tipo di cellule è molto importante per il sistema nervoso, dato che esse forniscono nutrimento e sostegno ai neuroni, assicurando anche l’isolamento dei tessuti e protezione in caso di lesioni. Questa sarebbe potuta essere una conferma del fatto che il cervello di Einstein fosse veramente diverso e particolare? Un maggior rapporto di cellule gliali per neuroni sarebbe stato uno dei fattori stimolanti la genialità dello scienziato e la sua abilità di “vedere oltre”?

Un altro studio, nel 1996, di Britt Anderson, sulla corteccia prefrontale, alludeva al fatto che il numero di neuroni all’interno del cervello fosse “più impacchettato” rispetto ad altri cervelli standard. Questo avrebbe portato ad avere una più veloce elaborazione di informazioni?

Seguirono molti altri studi, tutti però con un denominatore comune: la neuromitologia del cervello di Einstein.  Non a caso, parliamo proprio di una mitologia, una sorta di mistificazione di questo argomento. Tutte le ipotesi fatte dal 1978 a oggi sono solo ipotesi, appunto, niente più che speculazioni. La domanda: “Einstein è nato con quel cervello, che gli ha permesso di diventare il grande scienziato che è diventato, oppure si è sviluppato più tardi?” non ha risposta, e molti scienziati sono comunque così tanto abbagliati dal proprio bias [pregiudizio, ndr], da voler cercare per forza un nesso tra qualche astrusa caratteristica neurologica e la sua genialità.

E se invece, più realisticamente, Einstein fosse stato una persona come tutti? Un uomo, prima di tutto, con un cervello normale che però ha saputo adoperare bene: guardando dove guardavano altri, infatti, ha visto cose che altri non riuscivano a vedere.

 

Testo a cura di: Matteo Paolieri

 

Fonti e approfondimenti

[1] http://www.bbc.com/news/magazine-32354300

 

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