Cos’è la fitoterapia, e perché non ha a che fare con l’omeopatia

Dall’alba dei tempi, la cura dei malesseri dell’uomo è stata basata sull’impiego di essenze naturali quali piante, funghi o animali o loro estratti dei quali era nota una qualche associazione tra uso ed effetto. La figura medioevale dello speziale, che preparava i “medicamenti”, si è evoluta fino al moderno farmacista. Quest’ultimo prende piede con l’avvento della chimica farmaceutica intorno agli anni ‘30 del secolo scorso “imitando” i composti di origine naturale. I “medicamenti” hanno caratteristiche peculiari, tra cui una composizione non stabile [nota-1]. Inoltre, tale composizione (chiamata “fitocomplesso”) è molto complessa, cioè include moltissimi composti (anche qualche centinaio), i quali presentano un’attività diversificata in termini di target ed esigenze minime di concentrazione dovute a sinergismo. In altre parole, la compresenza di più composti provoca talvolta effetti maggiori, minori o diversi rispetto alla somma degli effetti dei composti somministrati singolarmente. Il fitocomplesso è frequentemente costituito da composti utili (per i nostri scopi terapeutici) ai quali si accompagnano composti inutili o dannosi. L’interazione tra questi, le loro concentrazioni, la forma in cui vengono somministrate e lo stato della persona che li riceve determinano l’effetto finale, che, va da sé, è molto variabile. Una delle esigenze della medicina moderna è però quello di relazionare in maniera più stretta possibile l’applicazione di un farmaco, qualunque sia la sua natura, con l’esito per cui è stato utilizzato. E minimizzarne eventuali effetti collaterali.

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Per questa ragione, nel tempo, i composti più importanti sono stati isolati, studiati in purezza (e con un controllo negativo) sia per outcome (ossia, l’esito), sia per i meccanismi che determinano questo outcome. In questi studi viene spesso osservato anche il comportamento di un corpo sano nei confronti della somministrazione di un dato principio attivo (p.a.), come ad esempio la sua capacità di degradarlo (e quindi renderlo inefficace) mediante l’attacco a un suo residuo chimico [nota-2]. Grazie a ciò, è stata spesso usata una molecola molto simile a quella naturale, senza le caratteristiche (es. quel dato residuo) che la rendono (facilmente) degradabile dal corpo. In tal modo, è stata aumentata l’efficacia del preparato.

La relazione reciproca tra alcuni p.a. è stata studiata. Per fare ciò, la somministrazione è stata fatta singolarmente, in coppie, etc. [nota-3], evidenziandone così eventuali effetti sinergici. In ultima analisi, le CARATTERISTICHE PRINCIPALI DEI FARMACI ATTUALI sono la presenza di un solo o pochissimi principi attivi, la loro concentrazione nota e stabile, la conoscenza dell’effetto diretto ed eventuali indiretti e, infine, la probabilità che questi avvengano.

La fitoterapia è una disciplina che prevede l’utilizzo di piante o loro derivati per la cura di patologie acute o croniche (ma date uno sguardo al sito della Società Italiana di Fitoterapia [SIFIT] per ulteriori chiarimenti). Le specie vegetali utilizzate vengono comunemente chiamate piante officinali (piante medicinali e aromatiche, in inglese Medicinal and Aromatic Plants, o MAPs). Le parti utilizzate, come accennato, possono essere frazioni botaniche della stessa pianta (es. foglie, radici, fiori), l’intera pianta o un estratto della stessa, come gli oli essenziali o gli estratti idrosolubili. Talvolta, la composizione degli estratti muta durante la fase di estrazione. Ad esempio, il grado di conversione di alcuni composti in thujone nell’Artemisia arborescens, una specie affine all’assenzio, varia con le condizioni di estrazione, la quale può presentare i cosiddetti “artifici di estrazione”, come l’azulene che non esiste tal quale nella pianta ma si ottiene durante il processo di estrazione con temperature superiori ai 60°C. E come già detto, a parità di condizioni di estrazione, la composizione in composti bioattivi può variare in funzione della volatilità di ciascun composto, del genotipo di pianta e dell’ambiente, inclusa la tecnica agronomica [nota-4].

Per le ragioni esposte, si comprende che le DIFFERENZE PRINCIPALI TRA I FARMACI PROPRIAMENTE DETTI E I FITOTERAPICI riguardano la composizione e concentrazione dei principi attivi, pochi e a concentrazione nota e stabile per i farmaci; molti, non opportunamente tutti attivi e a concentrazione variabile nei fitoterapici. In questa sede non è nostro interesse chiarire aspetti normativi dei due tipi di prodotti, per cui rimandiamo ai chiarimenti della SIFIT.

Va comunque tenuto ben conto di TRE ASPETTI MOLTO IMPORTANTI riguardanti i fitoterapici:
1. Alcuni fitoterapici possono essere collocati anche tra gli integratori alimentari con riferimenti normativi differenti da quelli dei farmaci.
2. I fitoterapici vengono indicati come “farmaci vegetali tradizionali” e citando il sito della SIFIT: “I farmaci vegetali tradizionali sono una nuovissima possibilità offerta alle aziende dall’Agenzia Europea per il Farmaco (EMA) che possono registrare alcuni prodotti seguendo una normativa semplificata (2004/24/CE), senza eseguire trial clinici e tossicologici di grande portata” (alla sezione “normativa”). In quest’ultimo caso sarebbe bene chiarire con assoluta certezza il concetto di “grande portata” di un trial.
3. Le liste delle specie vegetali ammesse e non ammesse (riportata anche nel sito SIFIT) in ciascuna categoria cozza, per ragione di cose, con l’estrema variabilità delle piante, sia per la definizione stessa di specie vegetale (ad esempio il rosmarino, prima chiamato Rosmarinus officinalis è ora classificato come Salvia rosmarinus, cioè in un altro genere vegetale, con implicazioni normative e scientifiche non da poco), sia per la variabilità cui la sua composizione è soggetta [nota-5]. Tale variabilità può essere mitigata con le pratiche agronomiche, delle quali vi e’ tuttavia grande carenza di informazione.

Contrariamente alla percezione di molti, il fitoterapico non è opportunamente un prodotto non funzionante, ma è semplicemente un prodotto che può non funzionare allo stesso modo, con la stessa intensità o frequenza rispetto a un farmaco con pari obiettivo. Inoltre, potrebbe anche funzionare di più e meglio, sebbene tali informazioni siano molto scarse.

Inoltre, il fitoterapico viene spesso ASSOCIATO ERRONEAMENTE a qualcosa di “alternativo”, “diverso”, “più naturale” e “sicuramente non dannoso” (sensu latu, senza dare una vera definizione di “danno”) rispetto a un farmaco propriamente detto, il che incrementa ancora il rischio di un suo uso non oculato. Inoltre, per ragioni sociologiche in cui non è nostra intenzione impelagarci, i fitoterapici sono spesso visti come prodotti al di fuori di un non dimostrato e amorfo establishment (es. fuori dall’appannaggio di “Big Pharma”) e il ricorso a questi prodotti frequente da parte di persone che hanno una propensione all’uso di prodotti omeopatici, la cui inutilità è assolutamente conclamata, o altri prodotti considerati al di fuori di un establishment. L’ignoranza in materia è quindi tanta e la disinformazione tantissima (come per ogni cosa, d’altro canto).

Importante precisare, su questo aspetto, che i fitoterapici non vanno affatto confusi, come spesso succede, con i prodotti omeopatici veri e propri, ossia quei prodotti preparati da sostanze dalla composizione spesso ignota e con grado di diluizione tale da rendere assente qualunque principio attivo esistente nei prodotti di base (attraverso diluizioni di diversi ordini di grandezza). Senza ombra di dubbio, prodotti omeopatici possono essere preparati partendo da prodotti fitoterapici o da piante e talvolta l’industria dei fitoterapici ha cavalcato l’onda dell’omeopatia per vendere di più.

Ciò pone non poche preoccupazioni sull’uso dei preparati fitoterapici in quanto l’iter di registrazione è semplificato, le specie con cui vengono preparate hanno ampia variabilità (a sua volta poco controllabile alla luce delle competenze agronomiche attuali) e i test clinici e tossicologici per la loro registrazione non devono essere “di grande portata” (perlomeno secondo il sito della SIFIT) come già precedentemente evidenziato.

Ma quindi vi stiamo sconsigliando di usare i fitoterapici o i prodotti alimentari a base di MAPs, come mirto e limoncello?! Lungi da noi. Al contrario, viste le potenzialità dei prodotti di origine vegetale (e anche fungina, microbica e animale), siamo dell’avviso che il loro utilizzo debba essere sempre fatto con l’assistenza di un medico (ciò avviene già per alcune categorie), che magari possa registrare capillarmente sintomi, posologia, esiti e altri aspetti dell’anamnesi importanti per capire quando e come sono efficaci. Al contempo auspichiamo fortemente un maggior sforzo della ricerca scientifica dalla scoperta di queste specie, alla coltivazione, miglioramento genetico, trasformazione e uso culinario e industriale/farmacologico.

Dal punto di vista strettamente agronomico, come precedentemente affermato, sarebbe infatti possibile aumentare la concentrazione e ridurre la variabilità nel contenuto e composizione dei principi attivi di queste specie, ma la ricerca in materia è davvero scarsamente finanziata e frammentaria. In tal senso, la cooperazione tra botanici, agronomi/genetisti vegetali, chimici farmaceutici, biologi e medici potrebbe portare all’individuazione dei composti di maggiore interesse e la messa a punto di genotipi e strategie agronomiche per aumentare il rapporto tra composti utili e quelli, diciamo, dannosi. Senza contare che potrebbero venire scoperti nuovi composti dagli usi più svariati, come ad es. nuovi agrofarmaci e componenti per vari processi industriali, oltre che nuovi farmaci.

In tale direzione, ad esempio, è attiva da alcuni anni la Società Italiana di Ricerca sugli Oli Essenziali (SIROE), una società di ricerca multidisciplinare che finalizza i suoi sforzi proprio allo studio multi-approccio dei prodotti di origine vegetale. Altre società [nota-6] si occupano di diversi aspetti di produzione (inclusa la raccolta in natura, la quale se incontrollata può portare a gravi problemi ambientali, come la scomparsa di talune specie o genotipi), trasformazione e commercializzazione. La sinergia tra queste società e altre a scala europea col mondo della ricerca scientifica è ovviamente fortemente auspicata, ma attualmente poca.

Tale processo di acquisizione di nuove informazioni in materia eè tuttavia fortemente minato dalla scarsità di informazioni sulla natura e attività di questi prodotti e i loro principi attivi e dall’erronea assimilazione di questi a prodotti omeopatici o a semplici alimenti o condimenti. Tale relazione non appare evidente ai molti, tuttavia il loro attuale uso, spesso inconsulto, può portare ad assimilarli sempre più a prodotti il cui uso è sconveniente da ogni punto di vista, sia medico, sia sociologico (come appunto i prodotti omeopatici) e frenare la ricerca in campo (sia sensu strictu, ossia agronomico, sia la raccolta di dati standardizzati presso i medici curanti e specialisti) e in laboratorio. In altre parole: NON CONFONDIAMO PREPARATI FITOTERAPICI CON RIMEDI OMEOPATICI.

Questa scarsità di informazioni ha inoltre ripercussioni notevoli sull’ecosistema, sul sistema agricolo e dell’industria di settore in Italia (e anche in Europa) visti:

  • il ricorso, spesso sconsiderato e incontrollato, alla raccolta delle essenze spontanee, con i problemi di natura ecologica e fitochimica già accennati in precedenza: la raccolta in natura non garantisce minimamente uno standard qualitativo e se smodata altera eccessivamente l’ecosistema;
  • l’elevata dipendenza dall’estero per i prodotti di base (le specie officinali) di cui importiamo la quasi totalità di quanto utilizziamo; 
  • i possibili spazi di mercato e la crescita per le aziende italiane della catena di produzione e trasformazione;
  • il contributo che la crescita dell’incidenza delle officinali può dare alla diversificazione ambientale, agronomica e del reddito delle imprese italiane, con ripercussioni favorevoli su tutto il sistema agricolo.

Inoltre, quando usati in cucina (ovviamente tal quali), molte specie officinali utilizzabili in fitoterapia (ovviamente dopo trattamento o estrazione ed eventuale concentrazione), sono latori di importanti composti nutraceutici difficilmente rinvenibili nei prodotti di largo consumo. Basti pensare ad esempio all’acido rosmarinico, ovviamente contenuto nel rosmarino e poche specie affini, e assente nelle granaglie in genere, che rappresentano la nostra base alimentare. Inoltre, il loro uso può indirettamente ridurre il ricorso al sale da cucina (“incriminato” per ragioni che non serve trattare) o altri additivi (es. il glutammato di sodio) in quanto sono sostitutori di sapori.

IN CONCLUSIONE: la fitoterapia ha sicuramente notevoli potenzialità, anche in considerazione dell’effetto sinergico delle componenti del fitocomplesso e la difficoltà di sintetizzarli chimicamente (le piante sono a tutti gli effetti biofabbriche), tuttavia il ricorso senza quartiere e senza criterio ai prodotti fitoterapici abbassa il ricorso agli stessi dalla massa, sebbene, e paradossalmente, la stesso scarsità d’uso incrementa l’esigenza di ricerca in materia.”

Disclaimer: gli autori di questa nota sono due agronomi che fanno ricerca scientifica. Nella stesura di questa nota è stato scelto volutamente di evitare il taglio scientifico, con eccessivo ricorso a documenti di supporto, sebbene ovviamente ne esistano, come ad esempio il testo coordinato da Crozier, Clifford e Ashihara sui composti secondari delle piante (Plant Secondary Metabolites. Oxford, UK: Blackwell Publishing Ltd. 2006) e quello coordinato da Bajaj (Medicinal and Aromatic Plants I-Springer-Verlag Berlin Heidelberg. 1988), ancorchè datato, oltre, ovviamente, a diversi lavori sperimentali e di review su riviste specializzate in inglese quali quelli citati nelle note. In italiano, i compendi sono rari, tuttavia la ricerca scientifica sembra timidamente avanzare a ogni livello (agronomico, chimico-farmaceutico, legale, medico, etc), ma un maggiore trasferimento di informazioni tra mondo della ricerca e utenti del settore e’ decisamente necessario.

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Note

[nota-1] Sia nello spazio e nel tempo, in quanto le piante rispondono agli stimoli ambientali e non sempre si usava(no) gli stessi genotipi (popolazioni, varietà botaniche, cloni naturali, ove presenti), sia in componenti di interesse farmacologico, ossia i principi attivi, sia in altri costituenti quali zuccheri, amidi, grassi, fibre, proteine, sali, etc. che possono interagire con l’attività e l’efficacia dei composti attivi.

[nota-2] In chimica, il residuo è semplicemente una parte della molecola, non un prodotto di scarto.

[nota-3] Ad esempio, per studiare due principi attivi, serve somministrarli singolarmente e insieme (e il controllo in loro assenza) e anche in concentrazioni variabili. Tale somministrazione va fatta a diversi gruppi di individui (sani, malati, in doppio cieco, etc). In questa sede, sorvoliamo deliberatamente sulla metodologia di test in medicina e farmacologia e diamo per scontati tutti i controlli necessari, tra cui lo studio di effetti placebo. Per studiare la relazione tra 3 principi attivi (chiamiamoli A, B e C) servono almeno 8 combinazioni (A, B, C, AB, AC, BC, ABC, e nessuno, ovviamente). Senza necessità di addentrarsi nel calcolo combinatorio, si capisce facilmente che per gli almeno 40-50 composti di un estratto vegetale, le combinazioni sono moltissime. Ciascuna delle quali dovrebbe essere testata modulando la concentrazione di ciascun composto!

[nota-4] La tecnica agronomica, in ultima analisi, è una strategia per modificare l’ambiente per le piante coltivate. Alcuni esempi su specie con usi farmaceutici e industriali sono i seguenti, ai quali abbiamo personalmente contribuito, ma altri esempi, su altre specie, sono disponibili in letteratura:
(4.1) Lazzara S, Militello M, Carrubba A, Napoli E, Saia S. 2017. Arbuscular mycorrhizal fungi altered the hypericin, pseudohypericin, and hyperforin content in flowers of Hypericum perforatum grown under contrasting P availability in a highly organic substrate. Mycorrhiza 27: 345-354.
(4.2) Militello M, Carrubba A. 2016. Biological Activity of Extracts from Artemisia arborescens (Vaill.)L.: An Overview about Insecticidal, Antimicrobial, Antifungal and Herbicidal Properties. In: Gupta VK, ed. Natural Products: Research Reviews. New Delhi: Daya Publishing House, 389-406.
(4.3) Militello M, Carrubba A, Bl·zquez MA. 2012. Artemisia arborescens L.: essential oil composition and effects of plant growth stage in some genotypes from Sicily. J. Ess. Oil Res. 24: 229-235.
(4.4) Militello M, Settanni L, Aleo A, Mammina C, Moschetti G, et al. 2011. Chemical Composition and Antibacterial Potential of Artemisia arborescens L. Essential Oil. Curr. Micr. 62: 1274-1281.
(4.5) Said ME-A, Militello M, Saia S, Settanni L, Aleo A, et al. 2016. Artemisia arborescens Essential Oil Composition, Enantiomeric Distribution, and Antimicrobial Activity from Different Wild Populations from the Mediterranean Area. Chem. & Biodiv. 13: 1095-1102.

[nota-5] Ad esempio, la variabilità in diversi composti tra i genotipi di alcune specie vegetali è più ampia di quella tra specie diverse. Si veda in proposito:
(5.1) Shewry PR, Corol DI, Jones HD, Beale MH, Ward JL. 2017. Defining genetic and chemical diversity in wheat grain by 1H-NMR spectroscopy of polar metabolites. Molecular Nutrition & Food Research 61: 1600807.
(5.2) Ward JL, Poutanen K, Gebruers K, Piironen V, Lampi AM, , et al. 2008. The HEALTHGRAIN cereal diversity screen: Concept, results, and prospects. In: Journal of Agricultural and Food Chemistry. 9699-9709.

[nota-6] Quali la Federazione Italiana Produttori di Piante Officinali (FIPPO), la Società italiana di scienze applicate alle piante officinali e ai prodotti per la salute (SISTE) e l’Associazione italiana fra coltivatori, raccoglitori, trasformatori, importatori, esportatori, grossisti e rappresentanti di case estere di piante medicinali, aromatiche e da profumo (ASSOERBE).

Breve presentazione autori

SERGIO SAIA: Dottore in Scienze e Tecnologie Agrarie e Ph.D. – Doctor Europaeus in Agroecosistemi Mediterranei. Si occupa principalmente di studiare il ruolo di alcuni microrganismi del suolo, quali i funghi arbuscolo micorrizici e i batteri promotori della crescita, attivi nel promuovere la crescita, produzione e resistenza alle avversità delle piante. Ha un master in Sistemazione dei Bacini montani e difesa del Suolo (SiBS) e uno in Spettrometria di massa e applicazioni. Si occupa inoltre di studiare l’importanza e l’applicabilità di tecniche conservative di gestione del suolo e di sistemi di produzione ecosostenibili e biologici.

MARCELLO MILITELLO: Dottore in Scienze e Tecnologie Agrarie, agronomo e Ph.D. – Doctor Europaeus in Agroecosistemi Mediterranei. La sua attivita’ di ricerca e’ stata focalizzata sugli aspetti agronomici di specie aromatiche e medicinali e su aspetti fitochimici della caratterizzazione degli oli essenziali ed estratti idrosolubili. Come agronomo si occupa prevalentemente della consulenza ad aziende agricole ed agro-alimentari biologiche (REG.CE 834/07); e di certificazione volontaria dello standard UNI EN ISO 9001:2008. Ha un master in governance, logistica e qualità nella filiera agro-alimentare (GOLOQUA).

Articolo originariamente pubblicato sulla pagina “Silvestri & Cossarizza, medici & scienziati”

Editor: Stefano Bertacchi

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