Cristoforo Colombo e la serendipità

Ritratto postumo di Cristoforo Colombo eseguito da Sebastiano del Piombo, 1519

Cristoforo Colombo aveva un sogno: raggiungere il Levante per il Ponente, ovverosia attraversare l’oceano Atlantico a occidente per raggiungere le Indie e soprattutto le terre del Catai (la Cina) e del Cipango (il Giappone) citate da Marco Polo nel suo Milione. Non era solo una questione di avventura e desiderio di conoscenza: con i traffici nel Mediterraneo in declino, per via del dominio degli Ottomani sulle rotte commerciali orientali, i popoli europei avevano interesse a trovare un modo per aggirare l’ostacolo e poter controllare i lucrosi commerci. I portoghesi, soprattutto grazie alla guida di re Enrico detto non a caso il Navigatore, furono i più intraprendenti e ci provarono doppiando l’Africa: nel 1427 Gonçalo Velho scoprì le Azzorre, nel 1444 Dinis Dias raggiunse le foci del fiume Senegal, nel 1450 Alvise Cadamosto scoprì l’arcipelago di Capo Verde, nel 1488 Bartolomeo Diaz doppiò il Capo di Buona Speranza e nel 1498 Vasco Da Gama raggiunse finalmente l’India.

Si tratta di un viaggio molto lungo difficoltoso, come potete ben immaginare. L’Africa è un continente molto grande e circumnavigarlo non è una passeggiata. Un modo per tagliar corto sarebbe stato preferibile. Per esempio, perché non tagliar dritti a ovest, attraverso l’oceano? Nessuno sapeva ancora che ci fossero le Americhe, quindi il ragionamento, lo stesso fatto da Cristoforo Colombo, non faceva una grinza: dritti verso dove tramonta il Sole e raggiungeremo le coste asiatiche. Diversi indizi facevano supporre che il suo piano avrebbe avuto successo, dai confronti tra le cartine geografiche con i racconti degli esploratori (non solo Marco Polo) fino ai rinvenimenti di legna e altri rottami sulle coste delle Azzorre (verosimilmente trasportati dalle onde da una terra non lontana). Seta, porcellana, spezie, incenso, tè e quant’altro erano in attesa delle navi europee.

Enrico il Navigatore

Eppure i portoghesi non diedero retta a Colombo. Nel 1483 andò da re Giovanni II a chiedergli i finanziamenti per la sua spedizione. Giovanni era un uomo conciliante e ascoltò interessato questo ambizioso genovese, ma era anche un uomo accorto che non prendeva decisioni senza prima consultarsi con i suoi consiglieri esperti in una materia. E i consiglieri gli dissero di no. Colombo ci riprovò alla corte di re Ferdinando, sovrano del regno di Aragona, e della regina Isabella, sovrana del regno di Castiglia, che da poco si erano uniti in matrimonio gettando le basi del regno di Spagna. L’Aragona possedeva la Catalogna e la contea di Barcellona, che erano il centro economico e politico del regno, e controllava un piccolo impero mediterraneo che si estendeva anche nel Sud Italia, in Sicilia e Sardegna. Lo spirito mercantile e navigatore c’era. Ma il problema è che non solo il grande porto di Barcellona si affacciava sul Mediterraneo invece che sull’Atlantico, rendendo la Castiglia avvantaggiata logisticamente, ma che quest’ultima era di fatto la parte maggiore dell’unione delle due corone in virtù dell’estensione territoriale e della forza dell’esercito. Insomma, l’ultima parola ce l’avevano i castigliani. E gli accademici di Castiglia risposero ugualmente picche, dissuadendo Ferdinando dal dare retta a Colombo.
Ma non Isabella. Colpita dal carisma del genovese, ella decise di finanziarlo privatamente con il suo tesoretto personale, senza toccare le casse dello stato. Era un bel rischio, ma lei aveva fiducia in Colombo.

Perché i dotti e gli eruditi remarono contro Colombo, al punto da consigliare ai monarchi di non assecondarlo?

Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, i Re Cattolici della dinastia di Trastámara.

La spiegazione tradizionale, il luogo comune oseremmo dire, è che a quell’epoca credevano tutti che la Terra fosse piatta. Così si racconta, nel XV secolo si facevano ragionamenti ingenui del tipo “se la Terra fosse rotonda, l’acqua cadrebbe giù, e come farebbero le persone che stanno capovolte?”. Si dice che la religione c’avesse messo il suo zampino, perché la Bibbia (e non solo) avrebbe asserito la piattezza del mondo assieme ad altre cose, tipo che il Sole ruota attorno alla Terra e non il contrario. La narrazione tipica quindi vede Cristoforo Colombo come genio incompreso da una manica di ignoranti, esattamente come Copernico e Galileo sarebbero stati un secolo dopo parlando di eliocentrismo e geocentrismo. Isabella, di mente aperta, avrebbe intuito il talento del navigatore, unico ad avere le idee chiare in un mondo di tromboni dalla barba grigia rinchiusi nella torre d’avorio. Così si dice. Ed è divenuto quasi proverbiale per indicare l’ignoranza e l’oscurantismo del medioevo, citare la credenza nella terra piatta. Soprattutto rispetto all’età moderna delle esplorazioni, della rivoluzione scientifica e poi dell’Illuminismo, che per molti storici inizia proprio con la spedizione di Colombo.

Ebbene, queste storie sulla terra piatta non sono vere. Sono fanfaluche.

A quell’epoca era già noto da tanto tempo che la Terra era sferica. E qualunque persona di cultura lo sapeva. Una commissione guidata da Rodrigo Maldonado de Talavera presso l’università di Salamanca, diede come spiegazione alla bocciatura di Colombo la stessa che i consiglieri portoghesi avevano dato: in base ai calcoli matematici, eseguiti fin dai tempi degli antichi greci con Eratostene e che erano sorprendentemente precisi, la Terra era troppo grande.

 

Erdapfel, mappamondo del 1492. L'America non è inclusa perché non se ne conosceva ancora l'esistenza. Foto di Alexander Franke (Ossiostborn), via Wikimedia Commons.
Erdapfel, mappamondo del 1492. L’America non è inclusa perché non se ne conosceva ancora l’esistenza. Foto di Alexander Franke (Ossiostborn), CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons.

Qualunque spedizione avrebbe terminato i viveri nel bel mezzo dell’Atlantico prima di raggiungere destinazione, sfociando in una tragedia. Forse Colombo credeva che i calcoli fossero sbagliati e che la Terra fosse più piccola, o forse credeva che l’Asia fosse più grande e raggiungibile tramite navigazione diretta. Fatto sta che i suoi assunti, le sue ipotesi di partenza, erano sbagliate. E che, per quanto riguarda l’aspetto della distanza tra Asia ed Europa, avessero ragione i dotti tromboni.

Tutti però ignoravano (e per forza) che in mezzo ci fosse l’America. Senza, Colombo sarebbe perito. Ma l’America c’era. E così Colombo, incidentalmente mentre cercava tutt’altro, la “scoprì”. Si tratta forse del più famoso caso di serendipità della storia. “Serendipità” è una parola coniata da Horace Walpole (serendipity) nel XVIII secolo per indicare le scoperte fortuite avvenute per caso mentre si cercavano altre cose.
Certo, non si possono negare l’intraprendenza, la conoscenza dei venti oceanici, il coraggio e la determinazione di Colombo, ma fu anche un pizzico fortunato.

Colombo con il suo equipaggio partì il 3 agosto 1492 da Palos de la Frontera con una caracca chiamata La Gallega (e da lui ribattezzata Santa María) assieme a due caravelle chiamate Pinta e Santa Clara (quest’ultima soprannominata Niña dall’equipaggio). Approdò il 12 ottobre 1492 presso un’isola di cui non v’è certezza, presso dell’arcipelago delle Bahamas, che Colombò battezzò San Salvador. La spedizione ripartì il 23 gennaio e tornò a casa il 6 marzo 1493 con grande entusiasmo. Non ci dilungheremo sui dettagli dell’impresa, narrata mille volte nel corso dei secoli attraverso i più disparati mezzi di comunicazione. Ma è rimasta nella storia come la “scoperta dell’America”.

I viaggi di Cristoforo Colombo con le rotte percorse. Photo credits: Phirosiberia , CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

In realtà Colombo non fu il primo europeo a “scoprire l’America”. Già mezzo secolo prima i vichinghi approdarono sulle coste orientali del Canada, chiamando quelle terre Vinland e fondando pure dei piccoli avamposti temporanei. Ma di questi ultimi non rimase traccia, gli scandinavi persero contatti e memoria di quelle terra e non cercarono di tornarci. Invece l’impresa di Colombo fu un punto di svolta che nel bene e nel male cambiò tutto il corso della storia europea e mondiale. Dopo di lui altri navigatori, come il veneziano Giovanni Caboto (che scoprì il Nord America), il portoghese Pedro Álvares Cabral (che scoprì il Brasile) o il fiorentino Amerigo Vespucci, chiarirono che si trattava di un nuovo continente e non dell’Asia.

La sfericità terrestre venne invece “accertata” con la prima circumnavigazione iniziata da Fernão de Magalhães, Ferdinano Magellano, che purtroppo per lui non visse abbastanza da vederla terminata: durante una sosta nell’arcipelago delle Filippine si scontrò con dei nativi locali rimanendo ucciso.

 

 

Mappa di Vinland: presunta carta del XV secolo che riprenderebbe un originale del XIII. Alla sua estremità sinistra si trova Vinland, l’odierna Terranova. L’autenticità di questa carta è controversa. Immagine via Yale University Press.

Approfondimenti:

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: