I sacchetti biodegradabili

Indubbiamente sono il tema del momento e, come spesso accade con le novità, c’è molta confusione sul tema: cercherò di fare chiarezza a livello scientifico e di rispondere ad alcune domande che girano sul web, facendo un attimo ordine. Anticipazione per voi, so che non sarà esaustivo, ma in molti casi la risposta è “dipende”: la scienza non è sempre in grado di dare certezze assolute, soprattutto in casi come questo in cui le variabili in gioco sono talmente tante che sarebbe ridicolo fare affermazioni che valgano al 100%.

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In primis parliamo di plastica, ovvero un materiale che è malleabile a una certa temperatura e poi rigido dopo raffreddamento. Non esiste un solo tipo di plastica, ma esse sono molteplici e classificate con un codice che va dall’1 al 7: nel caso specifico le plastiche biodegradabili vanno sotto il 7. Esempi di plastiche comuni sono il polietilene tereftalato (PET), il polistirene (PS) e il polietilene (PE). Questi codici sono necessari per il riciclo del materiale stesso, e per riciclo non si intende tanto il fatto che potete riutilizzare l’oggetto trasformando una bottiglia in un vaso, ma che vada differenziato e mandato alle aziende specializzate nel trasformarlo in un altro prodotto. Nonostante dipenda sempre dalle condizioni del materiale e dalla qualità della plastica. In ogni caso, riciclabile non vuol dire biodegradabile: anche il vetro è riciclabile, ma vi sfido ad affermare sia anche biodegradabile. La maggior parte delle plastiche derivano dal petrolio, come nel caso di PET, PS e PE, e quindi è inutile che vi elenchi le problematiche che ciò comporta: questi tre materiali hanno anche un altro “difetto”, cioè non sono biodegradabili nell’ambiente. O meglio, lo sono, ma in tempistiche lunghissime, che superano le centinaia di anni a seconda delle condizioni. Alcuni di voi avranno sentito parlare di batteri o bruchi che si mangiano la plastica: vero, ma lo fanno comunque troppo lentamente e su plastiche troppo sottili rispetto agli oggetti con cui inquiniamo in nostro pianeta.

Gli elementi da considerare per identificare una plastica sono quindi la materia prima usata (es. il petrolio) e la fine che fa una volta smaltito nell’ambiente (es. rimane lì “per sempre”). La materia prima alternativa al petrolio per produrre plastiche sono le biomasse, che, semplificando, sono componenti vegetali, che in quanto tali sono rinnovabili. Questo perché le piante crescono velocemente grazie all’energia gratuita del Sole: chiamiamo questi materiali bioplastiche. Ora penserete che le bioplastiche siano automaticamente biodegradabili, ma questa cosa non è vera: infatti è possibile produrre bioplastiche non biodegradabili, come nel caso del PET ottenuto in parte o tutto da fonti vegetali (bio-PET, commercialmente noto come PlantBottle®). Similmente esistono anche plastiche non derivanti da biomasse (quindi dal petrolio) ma che sono comunque biodegradabili, come il polibutilenesuccinato (PBS): con quest’ultima in particolare è possibile produrre sacchetti per la spesa biodegradabili.

Ora arriviamo al nocciolo della questione, ovvero le bioplastiche biodegradabili. Ma prima ancora è necessario spiegare un altro concetto spesso associato a questo materiale, che infatti è anche biocompostabile. Cosa vuol dire? In breve che lo dovete buttare nell’umido e che da lì poi andrà in un macchinario chiamato compostatore, dove, insieme agli scarti dell’anguria, delle arance e ai fondi del caffè si trasformerà in compost, utile come fertilizzante. Essenzialmente il materiale sparirà non tanto per magia ma per effetto dell’umidità, della temperatura e dei microrganismi presenti. Quanto ci metterà dipende dalle condizioni, tuttavia il vantaggio di farlo meccanicamente permette di standardizzare il tutto: parliamo di uno o due mesi al massimo in generale. Biodegradabile vuol dire invece che se fate un bel pic nic e dimenticate i sacchetti sul prato (mannaggia a voi) questo materiale viene comunque assorbito dal suolo, ovvero che i microrganismi (nella maggior parte dei casi batteri) sono in grado di rompere la plastica alle sue molecole base o di far letteralmente sparire questi composti mangiandoseli per la propria crescita. Quanto ci metterà dipende sempre dalle condizioni che in questo caso non sono standardizzate perché sicuramente i batteri di Parco Sempione a Milano sono diversi da quelli di Hyde Park a Londra. E soprattutto dipende dallo spessore dell’oggetto e dipende anche dalla bioplastica biodegradabile stessa, di cui ne esistono diversi tipi ognuna con le proprie caratteristiche, dalle quali dipende anche la degradabilità nelle acque. Dove anche lì dipende dal fatto che sia acqua dolce o salata, fredda o calda, perché è da queste condizioni ambientali che dipende quali e quanti batteri vivano in un certo luogo. Oltre al fatto che dipende dall’acidità degli oceani, la quale dipende a sua volta dall’anidride carbonica presente nell’atmosfera.
Esistono quindi tante tipologie di bioplastiche biodegradabili: in particolare ne analizzerò tre, una delle quali è proprio il materiale al centro del dibattito pubblico di questi giorni. Tuttavia partirò da una plastica che viene naturalmente prodotta da alcuni batteri, chiamata poliidrossibutirrato (PHB) che spicca per applicazioni e fette di mercato, con l’azienda italiana Bio-on tra le principali protagoniste. Per le proprie caratteristiche, il PHB è simile al polipropilene (PP). I batteri sono essenzialmente in grado di trasformare le biomasse fornite come cibo in PHB, nonostante ciò dipenda dalle condizioni di crescita. Gli stessi batteri sono anche poi in grado di degradare facilmente il PHB nell’ambiente. Un’altra bioplastica molto diffusa è l’acido polilattico (PLA), che è costituito da tante unità di acido lattico unite insieme: il maggior produttore mondiale è la statunitense Natureworks. Per ottenerlo è necessario far fermentare zuccheri a batteri lattici (come quelli dello yoghurt o che vivono nel nostro intestino) che producono acido lattico, poi trasformato in PLA tramite una reazione chimica. Il PLA è analogo al PET e viene largamente usato per fare vettovaglie varie, imballaggi alimentari, oltre a fili di sutura e come materiale per la stampa 3D. Sono infatti abbastanza comuni posate, bicchieri e bottiglie fatte di PLA, anche nei nostri supermercati, oltre serviti da molti catering. Come nel caso del PHB, anche il PLA risulta essere biocompostabile e biodegradabile, e al momento è più diffuso del PHB stesso. Per entrambi questi materiali tuttavia risulta complicato l’ottenimento di buste della spesa analoghe a quelle a cui siamo abituati, fatti di comune plastica petrolchimica, di conseguenza una delle bioplastiche più utilizzate per questo scopo è il MaterBi®, prodotto brevettato dall’azienda di Novara Novamont. Questa bioplastica deriva dall’amido di mais e  non ha bisogno di avere “intermediari” microbici, in quanto sfrutta i legami già presenti nell’amido stesso. Anch’esso può essere usato in tantissime applicazioni, in particolare per il settore alimentare, dagli imballaggi ai sacchetti, appunto. Dal punto di vista della biodegradabilità anch’esso è ottimamente smaltito nei compostatori e nell’ambiente. Tutte e tre le bioplastiche, PHB, PLA e MaterBi® non rilasciano nell’ambiente sostanze tossiche, essendo costituite per esempio da acido lattico o da zuccheri.

Ora che sapete le informazioni di base cercherò di rispondere ad alcune domande sul tema delle bioplastiche.

Resistenza

Una volta una signora alla Notte dei Ricercatori 2015 a Milano (dove avevo uno stand e parlavo proprio di bioplastiche) mi chiese: “Ma se lancio questo oggetto per terra si rompe?” Io presi l’oggetto in PLA in questione e lo scagliai a terra, restando abbastanza sicuro di non fare figuracce: in effetti l’oggetto rimase intatto, ma capii che il fatto di essere biodegradabile fa pensare alle persone equivalga a essere fragile. Anche qui dipende dal materiale, dipende dall’oggetto e dipende dallo spessore dello stesso. So cosa state pensando tutti, che quei maledetti sacchetti biodegradabili si spaccano quando li riempiamo con la spesa, questo è vero, e dimostra come comunque ci sia ancora in alcuni casi una differenza di prestazioni tra le bioplastiche e le plastiche petrolchimiche. Tuttavia vi posso garantire che la bottiglia in PLA sulla mia scrivania è lì intatta da tipo 3 anni e non cede allo scorrere del tempo, almeno fino a quando no la butterò nell’organico.

Colore e odore

“Eh ma questi sacchetti puzzano”: non tutte le bioplastiche puzzano (quello sulla mia scrivania ovviamente e per fortuna no), e il fatto che lo facciano o meno dipende sia dal tipo che dal metodo di produzione. È tuttavia universalmente riconosciuto che i sacchetti, in particolare quelli di MaterBi®, non abbiano un odore gradevole, ma c’è da dire anche che questo fenomeno non è tale da sentirti a chilometri di distanza, e non credo che influenzi particolarmente la vostra spesa o non vi faccia dormire di notte per la puzza. È possibile pensare di ovviare al problema aggiungendo delle sostanze profumate, andando però a influenzare il prezzo e potenzialmente la biodegradabilità dell’oggetto. Per quanto riguarda il colore, questi materiali sono normalmente incolori/bianchi, ma è possibile colorarli in qualunque modo, in maniera simile alle comuni plastiche.

Sostenibilità

Quindi usare meno dell’inquinante e in esaurimento petrolio e avere un prodotto che sparisce nell’ambiente è due punti a favore delle bioplastiche biodegradabili: ma sono la soluzione definitiva? La risposta è, come al solito, dipende. La sostenibilità comprende tre elementi: economico, ambientale e sociale. Inutile nascondersi dietro a un dito, le bioplastiche costano più della loro controparte petrolchimica, anche perché altrimenti avrebbero già invaso il mercato più velocemente. Bisogna venirsi incontro e far capire al consumatore (vedi dopo) che se l’oggetto costa di più è perché il materiale ha i vantaggi ambientali che abbiamo sottolineato prima. Certo, finché parliamo delle confezioni dei cosmetici va tutto bene, ma se andiamo su prodotti che costano molto poco, come le bottiglie e i sacchetti, il confine tra “ci guadagno” e “ci perdo” è sottile. Nonostante questo dipenda anche da considerazioni economiche e di mercato che vanno oltre la scienza delle bioplastiche. Parlando di ecologia, le bioplastiche sono sostenibili? Risposta come al solito dipende, e quindi il discorso va soprattutto sulla materia prima utilizzata. Usare zuccheri del mais (come tali o come cibo per i batteri) è sicuramente interessante come materiale rinnovabile, ma bisogna anche considerare l’impatto della coltivazione della stessa pianta, sia a livello economico che, appunto ambientale. E anche lì dipende da tantissimi fattori, che vanno dal luogo della semina ai fertilizzanti usati. Oltre al fatto che il pubblico potrebbe percepirlo come un “furto” di cibo nei confronti di chi non ne ha (vedasi sostenibilità sociale). Uno degli obiettivi è quello di muoversi verso l’uso di biomasse non commestibili come sottoprodotti agricoli. Purtroppo trasformare queste biomasse non è “facile” come l’amido, quindi i costi di produzione sono ancora più alti e raramente il materiale è già arrivato a essere competitivo sul mercato.

Comunicazione

Tutto quello che ho spiegato qua sopra è molto bello e interessante (e non lo dico perché lo sto scrivendo io) ma ovviamente non è possibile scrivere il tutto su una confezione, di conseguenza è necessario trovare un modo standard per comunicare il fatto che l’oggetto sia biocompostabile e biodegradabile. Anche perché il problema è che spesso le bioplastiche biodegradabili sono indistinguibili dalla controparte petrolchimica, quindi il consumatore potrebbe facilmente buttarle nella plastica (causando problemi al riciclo della plastica stessa). Ve lo dico per esperienza perché spesso alle presentazioni del mio libro “Geneticamente modificati – Viaggio nel mondo delle biotecnologie” (Hoepli, 2017) mostro e faccio toccare al pubblico due bottiglie, una di PET e una di PLA e le persone fanno fatica a capire la differenza tra i due. Se non fosse per l’odore, spesso anche tra un sacchetto di MaterBi® e di plastica comune potrebbe esserci difficoltà nella identificazione semplicemente al tatto. Oltre ai codici riconoscibili e standardizzati (vedasi immagini seguenti) che però evidentemente nessuno conosce/guarda, sarebbe utile scrivere sulla confezione in grande il fatto che sia biodegradabile, altrimenti è inutile. Il consumatore medio ha per fortuna una maggiore sensibilità ambientale e nel caso non l’avesse è bene far capire l’importanza di tutto ciò, e magari il perché sta pagando leggermente di più il prodotto. Questo anche perché uno dei rischi paventati è che, sapendo che il materiale è biodegradabile, le persone inizino a riempiere i parchi di plastica perché tanto poi si degrada. Ecco non fatelo, portaveli a casa e buttateli nell’organico, che è meglio. La comunicazione con il consumatore è fondamentale, perché come spesso accade, il frutto della ricerca, della scienza e della tecnologia va nelle mani del singolo, e per il bene del singolo e della comunità è importante spiegare ciò che ha in mano (valorizzando la ricerca stessa). La strategia di comunicazione ottimale dipende anch’essa da molti fattori, e non ne esista una perfetta, soprattutto al tempo dei social network. Ma quantomeno averne una potrebbe essere un’idea.

Il mio punto di vista sulla faccenda

Indubbiamente la confusione generata in questi primi giorni del 2018 mi ha stupito, ma ha fatto emergere molti dubbi e domande, spesso lecite, sul tema delle bioplastiche, di cui normalmente nessuno parla mai (tranne me quando cerco di attirare attenzione sul tema senza successo). Far pagare il sacchetto biodegradabile ci sta, anche se comunque già si pagava quello precedente di plastica petrolchimica: ora non capisco come mai sia stato esplicitato solo ora, lasciando serpeggiare il sospetto che questo fosse una “tassa” appositamente connessa al biodegradabile. Io avrei fatto questa operazione ben prima, per sensibilizzare all’uso della plastica in generale, perché che si tratti di quella normale o quella biodegradabile è sempre bene non abusarne. Non capisco sinceramente come la mossa di urlare “ehi stai pagando il sacchetto” dovrebbe ridurre gli sprechi, per poi farmelo comunque sottolineare sullo scontrino anche se non lo uso. Passino l’uva e le arance, ma non credo di aver mai messo l’ananas dentro un sacchetto ma direttamente l’etichetta sulla buccia, proprio per non sprecare plastica. L’altro elemento che mi ha lasciato perplesso è la totale assenza di comunicazioni, non so se è stata sottovaluta la reazione o se proprio non è mai stata presa in considerazione. Comunque questo fatto secondo me è esemplare di come anche per una cavolata che costa da 1 a 3 centesimi possa smuovere l’opinione pubblica: fermo restando che la reazione può essere stata in alcuni casi esagerata, non possiamo ignorare la componente del pubblico, soprattutto se poi esso è il consumatore finale, dalle cui mani passa il destino ambientale del prodotto in oggetto.

Non stiamo di colpo salvando il mondo, non stiamo risolvendo tutti i problemi ambientali contemporaneamente, ma anche questo è un piccolo gesto di civiltà che dipende da tutti noi: un piccolo passo per l’uomo…

Di seguito quattro immagini tratte da una brochure distribuite da Assobioplastiche nei reparti ortofrutta di alcuni supermercati, che approfondiscono al meglio i dettagli normativi di questa nuova legge. Dopo di esse la canzone che mi ha tormentato durante la stesura del testo.

Alcuni link di approfondimento
http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2018-01-03/ecco-come-funziona-legge-sacchetti-biodegradabili-210318.shtml?uuid=AEDsBpaD
https://www.polimerica.it/articolo.asp?id=19186

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