La pianta Akane

Cosa collega fra di loro la Bibbia, la pittura fiamminga, la botanica, le guerre napoleoniche, l’osteoporosi e i cartoni animati giapponesi?

Johannes van der Meer, meglio noto come Jan Vermeer, è uno dei più celebri pittori della scuola fiamminga. Fra i suoi dipinti più rinomati ci sono La ragazza con l’orecchino di perla e L’astronomo. Oggi però vogliamo porre l’attenzione su di un suo quadro in particolare, quello del Cristo in casa di Marta e Maria.

Johannes Vermeer, "Il Cristo nella casa di Marta e Maria", 1654-56.
Johannes van der Meer, “Il Cristo in casa di Marta e Maria”, 1654-56.

Si tratta di un quadro a carattere religioso. Il soggetto è un episodio del Vangelo secondo Luca (10, 38-42) in cui si racconta della visita di Gesù nell’abitazione di Marta di Betania e di sua sorella Maria. La prima, impegnata nei lavori di casa e rappresentante la vita attiva, si lamenta di come la seconda, che invece rappresenta la vita spirituale, si sia invece fermata per ascoltare le parabole di Gesù, che però le rassicura.

Ci vogliamo soffermare sul vestito di Maria, seduta mentre ascolta i discorsi di Gesù, e in particolare del suo colore rosso. I pittori ottengono i colori che usano per i loro quadri da molte fonti. Prima dell’era industriale, che ha aperto le porte a un’infinità di possibilità diverse nella sintesi dei colori, per ottenerli bisognava estrarli direttamente da fonti naturali, che spesso erano rare e costose. Si pensi al rosso porpora o porpora di Tiro, una colorazione ottenuta da un mollusco (per il quale bisognava ucciderne a quintali per ottenere poche gocce di tintura), talmente di lusso da divenire proverbialmente lo status symbol di sovrani, nobili e qualunque persona molto facoltosa. Gli imperatori del tardo impero romano e di quello bizantino erano addirittura detti “porfirogeniti” cioè nati nella porpora, perché ricchi e potenti. La differenza fra chi nasceva in una condizione privilegiata e chi invece nel popolo povero.

Il rosso del vestito di Maria in questo dipinto però non è quello di porpora, ottenuto dai molluschi, ma quello più economico di robbia, ottenuto da delle piante. Per la precisione, dalle loro radici. Le robbie in nomenclatura scientifica corrispondono al genere Rubia. In Europa è diffusa soprattutto la robbia comune, detta anche garanza in dialetto, ovvero la specie Rubia tinctorum. Il nome è emblematico del fatto che per secoli questa piantina sia stata usata per ricavarne tinture.

 Botanical Garden KIT, Karlsruhe, Germany. H. Zell - Own work CC BY-SA 3.0
Fiori di robbia comune al giardino botanico KIT di Karlsruhe, in Germania. Photo credits: H. Zell – Own work, CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons
Radici di robbia comune.
Radici di robbia comune. Photo credits: Recep Karadag et al. via Researchgate

Le specie appartenenti al genere Rubia sono un centinaio, ma alcune sono più diffuse di altre, soprattutto perché coltivate da secoli. In area mediterranea ad esempio è tipica Rubia peregrina. In India invece è molto diffusa Rubia cordifolia, che oltre per ricavarne tintura viene da secoli usata nel subcontinente per realizzare decotti e unguenti. In Asia orientale è invece diffusa Rubia argyi, che cresce soprattutto in Cina e Giappone. Insomma, è una pianta diffusissima, e prima dell’invenzione dei coloranti di sintesi era coltivatissima in ogni dove.

Vinayaraj - Own work CC BY-SA 3.0
Rubia cordifolia. Photo credits: Vinayaraj – Own work, CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

Il rosso della robbia in arte e lingua italiana è conosciuto con molti nomi, come lacca di robbia, lacca di garanza, alcanna d’oriente, garobia o rubea. Nei paesi anglofoni è conosciuto come rose madder. Questo colore era così diffuso che persino le famose giubbe rosse del Regno Unito usavano questa tintura. Il suo uso risale fino all’antico Egitto: sono state rinvenute tracce nelle mummie ed Erodoto lo chiamava ereuthedanon (ἐρευθέδανον) nel descrivere le tinture utilizzate dalle donne libiche per colorare i loro indumenti. Il termine rubia invece è attestato per la prima volta negli scritti di Plinio il Vecchio.

WyrdLight.com Reenactors in the uniform of the 33rd Regiment of Foot (Wellington's Redcoats), who fought in the Napoleonic Wars between 1812 and 1816, here showing the standard line 8th Company. CC BY-SA 3.0
Rievocatori del 33° reggimento di fanteria del generale Wellington, in servizio dal 1812 al 1816, Photo credits: WyrdLight.com, CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons
Madison60 - Own work Skeins dyed naturally with madder root, hanging to dry, at Colonial Williamsburg, Virginia, USA. 3/31/12 CC BY-SA 3.0
Matasse di lana tinte con estratto di radici di robbia in Virginia, USA. Photo credits: Madison60 – Own work, CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

Il rosso delle radici è dovuto principalmente alla presenza di un composto chiamato alizarina. Non è un pigmento, sebbene spesso i biologi tendano a chiamare pigmento ogni composto che conferisce colore originario da cellule viventi. I chimici ci tengono a porre alcune distinzioni tra pigmenti e coloranti, di cui la principale consiste nel fatto che i primi sono insolubili in acqua e nella maggior parte dei solventi. L’alizarina è parzialmente solubile in acqua è quindi è classificata come colorante.

Sebbene sia stata quindi usata per secoli per produrre tinture, l’alizarina è stata identificata solo nel 1826 dal chimico francese Pierre-Jean Robiquet, assieme anche alla molecola di porporina (sempre presente nelle radici di robbia e che non ha a che fare con la porpora). La porporina è molto più labile e tende a degradarsi più in fretta, ma conferisce una sfumatura aranciastra al rosso di robbia che non è presente nelle soluzioni pure di alizarina. Nel 1869 inoltre l’alizarina divenne il primo colorante in precedenza estratto in natura ad essere replicato sinteticamente in laboratorio. Poter replicare artificialmente i processi di produzione dei coloranti ha permesso di disporne facilmente in grande quantità e a prezzi molto più bassi.

Per gli appassionati di chimica, questa è la formula di struttura:

Skeletal formula of alizarin
1,2-Dihydroxyanthracene-9,10-dione, per gli amici alizarina. Chi l’avrebbe mai detto che questa molecola collegasse tra di loro le truppe di Sua Maestà, la pittura fiamminga e la ricerca biomedica?

Oltre agli effetti tintori, per secoli si è coltivata e raccolta la robbia per supposte proprietà erboristiche. La tradizione popolare l’ha considerata un rimedio per vari acciacchi, ma in realtà gli studi in laboratorio non hanno trovato alcun effetto fisiologico tangibile degli estratti e degli infusi di questa pianta. Eccezion fatta per la capacità di colorare, talmente evidente che il bestiame nutrito a robbia s’arrossava i denti. Questa proprietà non è sfuggita ai ricercatori che hanno subito intuito di poterla usare per i loro studi.

Attualmente l’alizarina infatti viene utilizzata soprattutto in biochimica, citologia e istologia in vari tipi di ricerca che riguarda il calcio. Ad esempio per determinare quantitativamente la presenza di depositi di calcio nelle cellule o la mineralizzazione dei tessuti, analizzare la crescita ossea, studiare l’osteoporosi e l’espressione dei geni. Infatti, gli ioni calcio 2+ presenti nel tessuto osseo tendono a legarsi con l’alizarina e a precipitare, tingendo i tessuti di rosso. Nell’immagine qui sotto possiamo vedere lo scheletro di un embrione di ratto tinto con l’alizarina per studiare la formazione e la crescita del tessuto osseo, l’osteogenesi:

Прокопюк Владимир Юрьевич - Own work Red alizarin staining of rat`s embrionic bones for osteogenesis study CC BY-SA 4.0
Photo credits: Прокопюк Владимир Юрьевич – Own work, CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

Per gli stessi motivi, in geologia si utilizza per evidenziare depositi di carbonato di calcio come calcite e aragonite.

Come detto prima, il genere Rubia è diffusissimo in tutto il continente eurasiatico. In estremo oriente la specie locale, Rubia argyi, è davvero tipica e parte di molte tradizioni erboristiche. In giapponese è chiamata anche col nome comune akane (茜), un termine la cui etimologia vuol dire rosso scuro o radice rossa, per via del colore tipico delle radici. È anche un nome di persona, esattamente come da noi la margherita, la rosa o la melissa sono talmente tipiche da essere usate come nomi di donna.
Alcuni botanici identificano addirittura la varietà giapponese come una specie a sé stante, chiamata Rubia akane e che si differenzierebbe da Rubia argyi in quanto contraddistinta da fiori bianchi anziché giallognoli. Tuttavia altre differenze non vi sono, le analisi genetiche non mostrano tanta diversità e nella maggior parte della letteratura scientifica i due nomi sono considerati sinonimi.

Il rosso akane è considerato talmente tipico in Oriente che molte serie a fumetti o animate giapponesi chiamano Akane personaggi con i capelli rossi. Nonostante ciò, curiosamente, in Giappone queste piante sono note anche soprattutto per il colore blu scuro/nerastro delle bacche che producono. Infatti il personaggio di Akane Tendo, una delle protagoniste della fortunata serie Ranma 1/2 dell’autrice Rumiko Takahashi, prende il nome ma anche il colore blu dei capelli proprio da questo vegetale.

Rubia akane. Photo credits: mingiweng - 茜草科 茜草屬 直立紅藤草 (全株) 石門山, Flickr, CC BY-SA 2.0 via Wikimedia Commons
Rubia akane in Cina. Photo credits: mingiweng – 茜草科 茜草屬 直立紅藤草 (全株) 石門山, Flickr, CC BY-SA 2.0 via Wikimedia Commons

 

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