Armi di distruzione di massa III – La guerra biologica (prima parte)

Non è sempre banale distinguere tra guerra chimica e biologica; molte sostanze chimiche usate come arma, per esempio per contaminare acqua e cibo, derivano da principi attivi naturali; viceversa, determinati animali e piante derivano il loro potere d’attacco o difensivo dalla chimica dei propri veleni. Più netta è la distinzione se si considerano altre forme di guerra biologica: si pensi ai cadaveri della peste (o le loro feci) catapultati dai Tartari sul nemico durante l’assedio di Caffa, nel XIV Secolo, che causarono un’epidemia e la conseguente ritirata dei Genovesi.

La guerra biologica può causare più vittime delle azioni belliche propriamente dette; anche se non vi sono motivi per pensare che derivasse da un’azione deliberata, è sufficiente pensare alla pandemia di influenza spagnola che, tra il 1918 e il 1920, causò oltre 50 milioni di morti, quasi il triplo rispetto alla Prima Guerra Mondiale da poco terminata. L’uso di agenti biologici a scopi bellici è vietato dalla Convenzione di Ginevra sin dal 1972; oggi, è stato sottoscritto da 180 paesi, l’ultimo dei quali è lo stato di Palestina, che ha firmato l’accordo a gennaio 2018.

La situazione mondiale riguardo alla convenzione di Ginevra sulle armi biologiche. Sono indicati in verde (scuro o chiaro) gli stati che hanno aderito e/o ratificato l’accordo; in giallo i firmatari; in rosso gli stati che non hanno firmato. Fonte Wikimedia Commons, immagine di Allstar86 – CC BY-SA 3.0

Ci sono diversi modi di implementare un attacco biologico, con numerosi tipi di agenti: microrganismi patogeni (batteri, virus, funghi, protozoi), talvolta trasportati da vettori animali come insetti o piccoli mammiferi, oppure tossine estratte da piante o animali. Il Center for Disease Control (CDC) americano ha classificato gli agenti per la guerra biologica e il bioterrorismo in base a reperibilità, facilità di diffusione e a potenziale letale.

In questa prima parte dell’articolo vedremo una rassegna dei più celebri casi di guerra biologica nella storia antecedente all’epoca moderna. Parleremo inoltre degli agenti biologici di classe B, quelli considerati meno preoccupanti dal CDC.

La guerra biologica fino al XIX secolo

L’assedio di Caffa, nella penisola della Crimea, a cui abbiamo già accennato, fu descritto tra il 1348 e il 1349 dal notaio piacentino Gabriele de Mussis. Secondo de Mussis, i Genovesi in fuga da Caffa portarono con sé la peste sdoganandola nei porti del Mediterraneo e dando così il via a una delle epidemie più devastanti della storia, che uccise un terzo degli abitanti europei. Sebbene la visione del de Mussis fosse probabilmente semplicistica (difficilmente un singolo attacco biologico riesce a generare una diffusione di tali proporzioni) l’idea condizionò senz’altro l’esito dell’assedio che si risolse in favore dei Mongoli; si legge che anche i Russi, nel 1710, lanciarono i corpi delle vittime della peste sul nemico svedese durante la battaglia di Reval, ma questa affermazione non è supportata da prove.

Ma non si trattò di certo del primo episodio bellico che fece uso di armi biologiche. Già nei testi ittiti tra il XIII e il XIV secolo a.C., si narra ci come i corpi dei malati di tularemia (una malattia infettiva trasmessa soprattutto dai parassiti dei conigli) fossero deliberatamente usati per scatenare un’epidemia nell’Anatolia occidentale.

Spesso si sente dire che nel 600 a.C. gli Assiri avvelenarono i pozzi nemici con l’ergot, un fungo parassita che cresce sulla segale e che causa scompensi del sistema nervoso o gangrena a seconda della forma con cui si presenta; ma nonostante gli Assiri conoscessero di certo il fungo, non vi sono prove che lo abbiano usato per attaccare il nemico. È invece noto che nel 590 a.C., durante la Prima Guerra Sacra, le forze ateniesi intossicarono le riserve d’acqua a Cirra, nella Grecia centrale, con dell’elleboro, una pianta dalle proprietà lassative.

Secondo Erodoto, tra il V e il IV Secolo a.C., gli arcieri sciti erano soliti intingere le punte delle proprie frecce in varie sostanze (veleno di serpenti o sangue di cadaveri misto a feci umane) per causare infezioni nelle ferite. Pare che in quel periodo fosse una pratica comune quella di usare cadaveri umani e animali per contaminare i pozzi e le altre fonti d’acqua, a quanto attestato dalla letteratura persiana, greca e romana a partire dal 300 a.C.; una strategia usata anche nel 1155 dall’Imperatore Barbarossa, che gettò i cadaveri dei propri soldati nei pozzi nemici per avvelenarli durante la Battaglia di Tortona.

Non solo gli animali morti, ma anche quelli vivi furono usati storicamente come arma biologica. Nel 184 a.C., in occasione della Battaglia navale dell’Eurimedonte, Cornelio Nepote narra che Annibale ebbe la meglio grazie a dei vasi di terracotta ripieni di serpenti velenosi che fece lanciare sul ponte delle navi nemiche. I Romani d’altro canto avevano l’abitudine di gettare alveari di api e calabroni nelle linee nemiche. Nel 198 d.C., la città di Hatra, allora appartenente all’impero dei Parti, riuscì a respingere l’attacco romano di Settimio Severo svuotando vasi di scorpioni sull’esercito nemico.

Oltre all’assedio di Caffa, sono numerosi gli attacchi che avevano lo scopo di diffondere malattie letali, anche prima che la guerra biologica assumesse i connotati più sistematici del XX secolo. Nel 1495, gli Spagnoli vendevano al nemico francese il vino “corretto” con sangue di lebbrosi; nel 1650, il generale polacco Kazimierz Siemienowicz suggeriva di inserire saliva di cani rabbiosi all’interno di rudimentali proiettili di vetro cavo o terracotta che, spezzandosi, avrebbero ferito il nemico causando l’infezione (non è dato sapere né se questo metodo fu implementato, né tanto meno quale sia stata la sua efficacia).

Sono tristemente note le azioni delle forze britanniche in Nord America, che nel XVIII secolo donarono ai Nativi Americani coperte e fazzoletti appartenuti in precedenza a pazienti di vaiolo, con lo scopo deliberato di trasmetterlo alle popolazioni locali che non avevano mai avuto contatto con la malattia; questo, oltre alla diffusione inconsapevole di altre malattie, causò la morte di circa il 90% delle popolazioni precolombiane in America.

Guerra biologica aztechi
Vittime azteche del vaiolo. Immagine ripresa da Viruses, Plagues, and History: Past, Present and Future (2009).

Si pensa che il contatto con i coloni spagnoli fu altrettanto fatale per le popolazioni del Sud America; una forma particolarmente aggressiva di Salmonella enterica uccise dai 5 ai 15 milioni di Aztechi nel Messico meridionale nel XVII secolo, anche se non si sa quanto il contagio fosse intenzionale. E nel 1863, un medico confederato fu arrestato con l’accusa di tentare l’importazione di indumenti infettati da febbre gialla e vaiolo nell’America del Nord, per colpire le truppe dell’Unione. Nel frattempo, nel 1809, Napoleone aveva fatto allagare le pianure olandesi, con lo scopo di favorire la diffusione della malaria.

Tipologie di armi biologiche secondo il CDC: la categoria B

Il Center for Disease Control di Atlanta ha stabilito una classificazione di tutti quei bio-agenti potenzialmente in grado di rappresentare una minaccia per la salute e la sicurezza pubblica, denominati ufficialmente come “select agents”. Esiste un programma che ne regola il possesso, l’uso e il trasferimento tra laboratori. La classificazione di questi agenti prevede al momento tre categorie che non si presentano in ordine di pericolosità.

Infatti, la categoria A include tutti quei bio-agenti che costituiscono un rischio molto alto per la sicurezza dei cittadini, a causa della loro facilità di trasmissione e della loro alta mortalità; richiedono una preparazione speciale onde evitare ondate di panico tra la popolazione. D’alto canto la categoria C non è meno pericolosa: include tutti quegli agenti patogeni emergenti (come il virus Nipah o l’hantavirus) che potrebbero essere usati per il bioterrorismo in futuro per la loro ampia disponibilità, la facilità di manipolazione e un impatto potenzialmente molto alto in termini di salute pubblica e mortalità. È dunque la categoria B quella (relativamente) meno preoccupante. Si tratta di agenti biologici con tassi di mortalità moderati o bassi, facili da diffondere ma non particolarmente predisposti a una propagazione planetaria. Tutti gli esempi che descriveremo sono stati, a un certo punto, studiati per valutare il loro potenziale come arma biologica.

Tra questi, si includono tutte quelle specie di batteri che possono contaminare le riserve alimentari o d’acqua. Molti di questi (Shigella, Salmonella, Escherichia coli, Cryptosporidium parvum nonché Vibrio cholerae, l’agente patogeno del colera) causano malattie del tratto gastrointestinale con vomito e diarrea abbondanti. Altre complicazioni dipendono dall’esatto agente causativo; la più frequente e preoccupante è la disidratazione acuta che può portare alla morte per sbilanciamento elettrochimico nel sangue e conseguente arresto cardiaco. Particolarmente allarmante è l’uso ipotizzato di Staphylococcus aureus come agente batteriologico, a causa della sua resistenza multipla agli antibiotici.

Altri batteri possono essere usati per contaminare il latte o i suoi derivati o la carne, come le varie specie del batterio Brucella, che dagli anni Cinquanta agli anni Settanta furono utilizzate dagli Stati Uniti per sviluppare armi biologiche grazie alla loro capacità di permanere in sospensione in aria e di resistere all’essiccamento. La principale causa di morte per brucellosi è l’endocardite, un’infiammazione del tessuto interno del cuore e delle valvole cardiache, che può risultare come complicanza dell’infezione.

Alcune di queste malattie (zoonosi) possono essere trasmesse ad animali e successivamente agli umani. Una di queste è la morva, che colpisce tipicamente i cavalli; negli uomini causa un’infezione che, nella forma acuta, può portare alla setticemia e alla morte entro qualche giorno anche con una carica batterica molto bassa. Altri esempi sono la psittacosi, trasmessa principalmente dai pappagalli e da altri animali domestici; la febbre Q, che colpisce animali da allevamento come bovini, ovini e capre (e può infettare anche cani e gatti); le encefaliti virali equine di vario tipo.

In diversi casi non sono il batterio o il virus a danneggiare la vittima, bensì una tossina. Due tra le più interessanti sono la ricina e l’abrina. La prima di queste, estratta dalla pianta e dai semi del ricino, ha ottenuto una certa notorietà essendo stata menzionata più volte come arma mortale nella serie televisiva Breaking Bad: la sua tossicità è stimata come mille volte superiore a quella del cianuro. Secondo alcuni esperti basta una quantità analoga a quella di un chicco di sale per causare la morte. La ricina fu usata per assassinare lo scrittore dissidente bulgaro Georgi Markov l’11 settembre 1978, tramite una micro-pallottola esplosa dalla punta di un ombrello e penetrata nella sua gamba destra.

Semi di Ricinus communis, da cui si estrae la ricina.

La ricina può essere assorbita in vari modi: per ingestione, inalazione o inoculazione. A volte è sufficiente che della polvere entri attraverso gli occhi o attraverso una lesione cutanea perché si manifestino gli effetti tossici. Inibisce la sintesi proteica, che è alla base stessa della vita, e causa la morte delle cellule entro qualche ora. A seconda del modo di assunzione, l’intossicazione da ricina può comportare abbondante sanguinamento della mucosa gastrointestinale oppure edema (rigonfiamento) delle vie respiratorie e sviluppo di ulcere e vesciche sulla pelle. Entro qualche ora, si sviluppano sintomi più gravi: calo di pressione sanguigna (shock ipovolemico), confusione, collasso degli organi. Senza trattamento tempestivo (che è di supporto), la morte può sopraggiungere entro qualche giorno.

E se la ricina vi sembra spaventosa, pensate che l’abrina, ottenuta dai semi di abro (una pianta diffusa nei paesi tropicali) ha gli stessi effetti ma, con una dose letale media di 0,7 microgrammi per kilogrammo di peso corporeo, è circa 32 volte più tossica della ricina.

(continua…)

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