I primi pionieri della corsa allo spazio

Tomba di Ham, lo scimpanzé astronauta, primo ominide dello spazio, presso il Museo della Storia Spaziale ad Alamogordo, nel New Mexico.

L’esplorazione dello spazio è uno dei traguardi più importanti dell’umanità. Come tutti i traguardi, il percorso per iniziare ad affacciarsi a questa nuova frontiera, verso la quale siamo ancora agli inizi della storia spaziale, non è stato esente da sacrifici. Senza sacrificio, non si può ottenere nulla. Vite umane e non, scambiate in un lungo processo di prova ed errore, per sviluppare i mezzi necessari per aprire un nuovo capitolo nella storia della civilizzazione. Per aspera ad astra è, non a caso, il motto della NASA.

Il titolo di primi animali terrestri lanciati nello spazio spetta a dei semplici moscerini della frutta (Drosophila melanogaster) lanciati il 20 febbraio 1947 dalla base di White Sands nel New Mexico, a bordo di un razzo V-2 catturato dalla Germania durante la guerra. Lo scopo del lancio era di testare l’effetto delle radiazioni ad alta quota, il razzo raggiunse un’altitudine di 109 km prima di ricadere con un paracadute.

Il primo animale vertebrato, nonché primo primate, fu un macaco rhesus di nome Albert II, il 14 giugno 1949. Sempre a bordo di un razzo V-2, che raggiunse quota 134 km prima di ricadere col paracadute, che purtroppo si sganciò causando la precipitazione e la morte dello sfortunato macaco. Non se ne parla mai, ma questi anni sono costellati di incidenti, fallimenti e morti. Albert II fu chiamato così alla memoria di Albert I, che non ce la fece a superare l’atmosfera: raggiunse solo 63 km prima che il razzo avesse un guasto e cascasse.

Fra gli anni ’40 e ’50 numerose scimmie, cani, topi e altri animali perirono durante il lancio o dopo essere tornati al suolo, vittime di tecnologie ancora allo stato primordiale e della rivalità tra Stati Uniti e Unione Sovietica che erano impegnati in una gara per raggiungere lo spazio prima dell’altro. La competizione per sopravanzare quello che era non solo il principale rivale geopolitico per entrambi i paesi, un vero e proprio opposto ideologico, fu alla base della corsa allo spazio e degli ingenti investimenti fatti nella tecnologia spaziale.

Poster propagandistico sovietico sui successi conseguiti nella corsa allo spazio.

Fino al 22 luglio 1951, nessun vertebrato sopravvisse, finché i sovietici non riuscirono a recuperare i due cani Tsygan e Dezik. Perché si utilizzarono animali? Perché lo spazio era ancora una frontiera inesplorata e sconosciuta, di cui si sapeva poco e nulla, soprattutto sulla sicurezza tanto dei lanci quanto della permanenza al di fuori dell’atmosfera. Il diverso ambiente avrebbe impattato sul fisico? Ci sarebbero potute essere radiazioni letali? E se il vuoto spaziale avesse avuto conseguenze fisiche e anche psichiche imprevedibili?

Nei primi anni della corsa allo spazio non si poteva mettere a rischio una vita umana senza prima avere la sicurezza che non sarebbe incorso in problemi che non si potevano risolvere, per questo come metodo scientifico imponeva da secoli bisognava condurre esperimenti, testare e verificare. Organismi più semplici prima di quelli più complessi, moscerini prima di scimmie, scimmie rhesus prima degli scimpanzé, scimpanzé prima degli esseri umani. Persino le prime missioni Apollo furono funestate da incidenti prima che si potesse raggiungere la Luna, perché andare nello spazio non è affatto semplice, anzi, è molto pericoloso. Persino nel 1972 una tempesta solare si verificò nel periodo compreso fra l’Apollo 16 e l’Apollo 17, una differenza di pochi mesi avrebbe ucciso gli astronauti fuori dalle fasce di Van Allen per via della quantità di radiazione rilasciata. Lo spazio è pericoloso, lo è oggi, lo era ai tempi dell’allunaggio, ma agli albori della missilistica era pressoché l’ignoto. La scelta fu quella di un sacrificio di pochi, da cui poi a lungo termine si sono ottenuti numerosi benefici per molti, come due piatti di una bilancia da soppesare.

Tutti i lanci iniziali raggiunsero lo spazio oltrepassando l’atmosfera, ma non entrarono in orbita attorno alla Terra, tornando direttamente giù (erano cioè dei voli suborbitali). Il primo vero lancio di un animale in orbita avvenne il 3 novembre 1957. Quel giorno la capsula sovietica Sputnik 2 portò per la prima volta un essere vivente in orbita attorno alla Terra: la cagnetta Kudrjavka (“ricciolina”), ribattezzata in seguito Laika (“colei che abbaia”).

Gli ingegneri russi, incerti sulle possibilità di sopravvivenza ad un lancio orbitale di un essere vivente, la raccolsero assieme ad altri due cani randagi e alla fine la scelsero per il lancio.
La capsula Sputnik 2 era attrezzata per il supporto vitale e portava cibo e acqua, ma non prevedeva il rientro. La capsula era inoltre attrezzata con sensori tali da permettere il monitoraggio dei segnali vitali del passeggero come pressione sanguigna, battiti cardiaci e frequenza respiratoria.

Per anni si è detto che la cagnolina morì dopo pochi giorni nello spazio perché per evitarle inutili agonie era prevista la somministrazione di veleno, ma nel 2002 venne rivelato che Kudrjavka morì dopo poche ore a causa del surriscaldamento interno nella navetta, dovuto probabilmente ad un guasto, e dello stress psicologico del lancio. E che si poteva almeno predisporre la capsula per tentare di rientrare e salvare l’animale.
Dopo di lei altri cani furono lanciati nello spazio a bordo di satelliti, ed il 20 agosto 1960 le cagne Belka e Strelka furono le prime a rientrare sane e salve a terra da una missione spaziale a bordo del satellite Sputnik 5.

Le prime scimmie a sopravvivere a un lancio in orbita furono invece Miss Baker, una scimmia scoiattolo (genere Saimiri), e un macaco rhesus di nome Able, che vennero lanciati il 28 maggio 1959 a bordo di un razzo americano Jupiter AM-18. I sensori per le analisi scientifiche degli animali comprendevano elettrocardiogrammi, elettromiogrammi, termometri, misuratori di pressione e monitor di varia natura sui possibili stimoli.
Able e Baker non erano soli: con loro c’erano delle colonie di muffa Neurospora, campioni di sangue umano, colture di Escherichia coli, cipolle, semi di mostarda e mais, pupe di Drosophila, lieviti vari e gameti di ricci di mare. La coppia ritornò sana e salva a Terra dopo un volo di 15 minuti, divenendo così i primi primati a ritornare da un lancio verso lo spazio. 

Un certificato al merito dell’American Society for the Prevention of Cruelty to Animals per Baker, per via “dell’uso scientifico e controllato degli animali come pionieri spaziali per il beneficio reciproco dell’uomo e degli animali stessi”.


La scimmia Baker passò poi il resto della sua vita all’U.S. Space and Rocket Center ad Huntsville, in Alabama, dove “si sposò” con un’altra scimmia di nome Big George nel 1962 (o meglio, i suoi tutori organizzarono una sorta di “cerimonia”). Visse fino alla veneranda età di 27 anni, nel 1984.

Anni di stragi sembrarono pronti al termine sul finire degli anni ’50. La tecnologia era sufficientemente matura per condurre voli di prova più sicuri e iniziare a vedere più rientri degli animali a bordo. Certo, la tecnologia era ancora agli albori, e il rischio 0 non si è mai avuto e mai si avrà (così come sarebbero seguitati numerosi incidenti anche con equipaggio umano), ma l’attrezzatura utilizzata iniziava a migliorare. Inoltre, stava cominciando a cambiare la sensibilità civile e culturale verso il benessere e le sorti degli altri animali. Si iniziava, lentamente e un passo alla volta, a considerare meno accettabile il sacrificare un essere vivente senza almeno tentare di assicurarsi che si possa cercare di farlo rientrare incolume. Uno in particolare merita un posto speciale nella storia della corsa allo spazio.

Ham fu uno scimpanzé impiegato dalla NASA in quegli anni. Soprattutto, Ham fu il primo rappresentante della famiglia degli Hominidae – la stessa a cui apparteniamo noi esseri umani.
Il suo nome era l’acronimo di Holloman Aerospace Medical Center, il laboratorio situato nella base aerea Holloman nel New Mexico.

Ham lo scimpanzé astronauta. (Photo by Ralph Crane//Time Life Pictures/Getty Images)


Il 31 gennaio 1961 Ham, assegnato alla missione Mercury-Redstone 2 (rispettivamente capsula e razzo vettore), venne lanciato da Cape Canaveral in Florida per il suo storico volo suborbitale.
I sensori di bordo registravano numerosi parametri vitali dello scimpanzé per scopi scientifici. Ad un certo punto, dopo 2 minuti e 18 secondi dal lancio, la pressione della cabina calò bruscamente da 5,5 a 1 lb/cm² (da 38 a 7 kPa), probabilmente per via di danni dovuti alle vibrazioni del lancio. Fortunatamente la tuta protettiva di Ham gli fece passare incolume il momento difficoltoso e al rientro, dopo l’ammaraggio, venne salutato e ringraziato con una storica stretta di mano a bordo della USS Dorner, immortalata da un’altrettanto storica foto.

Ham, al rientro, viene accolto con un caloroso benvenuto e stringe la mano al comandante della USS Donner (LSD-20).

La missione incontrò altre difficoltà minori, come accelerazioni e periodo a gravità 0 maggiori di quanto pianificato, ma il supporto vitale funzionò perfettamente e Ham completò alcune azioni per cui era stato addestrato, cioè premere bottoni e tirare leve circa 50 volte, dimostrando così che per un’astronauta era fattibile interagire o eseguire compiti durante una missione.

Il volo fu un successo e durò 16 minuti e 39 secondi, conducendo direttamente come parte del programma spaziale americano al volo di Alan Shepard il 5 maggio 1961 a bordo della Freedom 7 (ma un mese prima i sovietici li anticiparono con lo storico volo di Yuri Gagarin). Possiamo considerarlo come uno spartiacque fra gli inizi dell’era spaziale e le successive missioni umane con la corsa alla Luna.

Dopo la missione Ham visse altri 17 anni presso lo zoo nazionale di Washington, strafogandosi di frutta e diventando un beniamino per gli americani. Su di lui i ricercatori della NASA riversarono tutto l’affetto e l’orgoglio che non solo si meritava il primo ominide nello spazio, ma che non fu possibile riservare a tutti i suoi predecessori che non ce la fecero.

Assieme a lui, viveva anche la memoria dei primi pionieri sacrificati nella corsa allo spazio, e la promessa che la collaborazione, non la competizione, animi la corsa allo spazio con tutti i suoi contributi scientifici e le ricadute tecnologiche per l’umanità.

 

Space age pioneers
Exploring the outer spheres
Stars, planets, cosmos

Tutte le foto, salvo dove diversamente specificato, sono immagini di repertorio della NASA e della ROSCOSMOS di pubblico dominio.

Si ringrazia il planetologo Angelo Zinzi per la revisione dei contenuti.

Riferimenti e approfondimenti:

Se siete interessati alla storia dell’astronautica e allo sviluppo della ricerca spaziale, non dimenticate inoltre il 5 e 6 maggio 2018 SpaceUp Pisa, terza “unconference” a tema spazio in italia: spaceuppisa.com

Un appuntamento di respiro internazionale che mostra lo stato dell’arte della ricerca e sviluppo in ambito spaziale.

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: