Avere cura della Terra per poter arrivare alle stelle

Per la prima volta nella storia una delle grandi metropoli mondiali è ufficialmente a corto d’acqua: dall’11 maggio prossimo a Città del Capo i cittadini avranno a disposizione solo 25 litri d’acqua pro capite al giorno, corrispondenti ad una doccia di un minuto [1].

Questa decisione è stata presa in seguito ad una grande siccità che va avanti da più di un anno, con il 2017 che sarà ricordato come uno degli anni più aridi degli ultimi decenni. La situazione è stata aggravata dal susseguirsi anche di due inverni secchi ed oggi la situazione è talmente grave che il governo sudafricano si è detto pronto ad adottare la misura drastica cui abbiamo accennato sopra.

Dopo decenni passati a parlare degli effetti dell’inquinamento antropico sull’ambiente e sul nostro modo di vivere, a partire da cambiamenti climatici e difficoltà a reperire risorse di prima necessità, ci stiamo ritrovando nel bel mezzo di quelle che un tempo erano considerate dai più previsioni catastrofiste e remote.

Se come esempio non bastasse questo della scarsità di acqua di Città del Capo, solo per citare gli ultimi mesi, siamo stati testimoni di due uragani consecutivi che passeranno alla storia, per motivi differenti. Dopo essersi abbattuto sulle coste degli Stati Uniti, e non, Harvey ha infatti letteralmente sommerso il Texas [2], regione altrimenti nota per la sua aridità, mentre Irma sarà ricordato come l’uragano che per più tempo ha mantenuto la categoria 5, ovvero quella con venti più forti [3].

I tre uragani registratisi contemporaneamente nell’estate del 2017

È vero che la climatologia non è definita da singoli, sporadici episodi, ma la pesante mano dell’uomo sulla cattiva salute del pianeta Terra inizia ad apparire evidente in altri casi, non solo lontani dai nostri occhi, come possono essere considerati il distacco di un enorme pezzo di banchisa antartica [4] o la desertificazione africana che, in parte, è responsabile dei grandi flussi migratori verso le nostre coste.

Anche in Italia, infatti, i fenomeni si fanno sempre più estremi, oscillando tra siccità persistenti, capaci di rendere quasi asciutto un lago come quello di Bracciano [5], e copiosi nubifragi ai quali iniziamo ad abituarci, quando invece fino a meno di dieci anni fa una inondazione era un avvenimento da consegnare agli annali.

Questi eventi sono collegati al cambiamento climatico, in quanto è ormai ampiamente provato che l’aumento delle temperature superficiali tende a rendere più probabili quelli che vengono definiti “eventi estremi”, ossia uragani e alluvioni da una parte e siccità e desertificazioni dall’altra [6].

E anche se ad oggi gli esperti concordano col dire che gli effetti reali di questo cambiamento scarseggiano ancora ad essere visibili, c’è poco da stare allegri.

All’aumentare dell’incidenza di questi eventi estremi, quello che preoccupa è che, accompagnata da una risposta quantomeno flebile dal punto di vista della “mitigazione delle cause”, ovvero la riduzione delle emissioni di CO2 promessa dagli Accordi di Parigi [7], la risposta dal punto di vista della “mitigazione degli effetti” lo è ancora di più. Il consumo di suolo prosegue senza sosta, rendendo gli eventi estremi ancora più pericolosi, a causa sia dell’eccessiva densità di popolazione in alcune aree sia dell’intervento umano che spesso diminuisce (tramite ad esempio il taglio degli alberi) l’abilità degli ecosistemi a proteggersi dagli estremi, arrivando a minacciare anche aree protette [8] [9].

Non è da ignorare inoltre l’effetto dell’inquinamento atmosferico, che, oltre a iniettare una quantità mai vista dal nostro pianeta di gas serra (anidride carbonica – CO2, metano – CH4) negli strati alti dell’atmosfera, produce effetti sensibili anche sulla qualità dell’aria che respiriamo tutti i giorni. Tra gli effetti più eclatanti prodotti da questo tipo di inquinamento ci sono le ordinanze comunali che vietano di uscire a piedi o in bicicletta [10], costringendo paradossalmente all’uso ancora maggiore di automobili.

L’Italia settentrionale sotto una coltre di smog, fotografata da Paolo Nespoli dalla Stazione Spaziale Internazionale

Perfino l’acqua, spesso indicata come simbolo di purezza, rischia di diventare sempre meno potabile, inquinata dalle scorie industriali e da microplastiche residuo dell’immane quantità di plastica utilizzata per ogni tipo di attività [11]. E, passando di nuovo dalla scala locale a quella globale, è da notare che neanche gli immensi oceani del nostro pianeta sono immuni: se per ora sono proprio loro ad aver assorbito gran parte della CO2 emessa dalla rivoluzione industriale in poi, la loro eccessiva acidificazione ci indica che non potranno continuare a lungo [12].

Se riuscissimo per un momento a contemplare una visione d’insieme dei cambiamenti di cui ci siamo resi responsabili negli ultimi 150 anni, potremmo forse intravedere a tinte sempre più definite uno scenario più che preoccupante: clima arduo, aria irrespirabile, acqua imbevibile, suolo fragile, inaridimento dei terreni fertili, acidificazione degli oceani, tutte cose che porterebbero infatti alla mente le visioni tipiche di quelle storie post-apocalittiche tanto in voga negli anni ’80. Molte di quelle storie oggi forse ci sembrano troppo catastrofiste, ma purtroppo il futuro prossimo per la biodiversità terrestre non appare affatto scontato: nelle altre estinzioni di massa avvenute sul nostro pianeta in genere le specie più colpite sono state proprio quelle dominanti, come i dinosauri non aviani a favore dei mammiferi.

L’unico modo che abbiamo per evitare questo triste epilogo è che la nostra generazione si renda conto che il tempo è quasi scaduto e quel futuro tanto urlato si è ormai tramutato in presente. Riuscirci non sarà facile e richiederà un movimento sia dall’alto che dal basso. È infatti necessaria attenzione nella nostra vita di tutti i giorni esattamente come servono politiche nazionali e sovranazionali davvero a tutela dell’ambiente.

Ma anche in questo caso, la responsabilità primaria resta nostra. Se l’attenzione verso il cambiamento climatico diventerà un argomento imprescindibile per i governi di tutte le nazioni, e se impareremo a usare il nostro potere di consumatori per indirizzare le scelte delle grandi industrie (entrambe le cose sono possibili, basta guardare l’esempio dei Protocollo di Kyoto per il Buco dell’Ozono [13]), forse saremo in grado di invertire questo processo.

Carl Sagan diceva che

siamo destinati a viaggiare verso le stelle, se prima non ci autodistruggiamo

e sarebbe davvero un peccato rendere insostenibile per il pianeta la nostra civiltà tecnologica ora che siamo solo a pochi passi dal partire verso nuovi mondi [14].

Gli autori:

  • Angelo Zinzi, astrofisico, Space Science Data Center – ASI / INAF – OAR
  • Daniele Visioni, ricercatore in fisica dell’atmosfera, Università dell’Aquila/CETEMPS, Dipartimento Fisica e Chimica

P.S.

Se siete interessati alla storia dell’astronautica e allo sviluppo della ricerca spaziale, non dimenticate inoltre il 5 e 6 maggio 2018 SpaceUp Pisa, terza “unconference” a tema spazio in italia. Un appuntamento di respiro internazionale che mostra lo stato dell’arte della ricerca e sviluppo in ambito spaziale. Un campo che può rivestire una grande importanza anche per quanto riguarda l’ambiente, per esempio tramite l’uso di satelliti impiegati in climatologia o la progettazione di tecnologie meno impattanti da riversarsi nella vita di tutti i giorni.

Se siete interessati alle tematiche relative al rapporto tra scienza e cibo, dalla produzione al piatto con particolare enfasi sulle innovazioni in agricoltura, non perdetevi dal 18 al 20 maggio il Mantova Food & Science Festival. Seconda kermesse italiana di divulgazione scientifica di rilievo nazionale e internazionale che affronta e approfondisce in maniera creativa e accessibile le tematiche legate alla scienza della produzione e del consumo del cibo. Anche in questo caso la scienza del cibo può contribuire al miglioramento della situazione ambientale, diminuendo l’impatto di agricoltura e allevamento tramite lo sviluppo di nuove tecnologie, oppure realizzando colture che richiedono meno acqua tramite ingegneria genetica, oppure con una migliore ottimizzazione del consumo di risorse a fronte dei cambiamenti ambientali (su quest’ultimo punto nell’edizione dell’anno scorso ad esempio ne ha ampiamente parlato tra i vari ospiti Luca Mercalli).

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