Plastiche nei mari e inquinamento: intervista ad Andrea Bonifazi, ecologo marino

Abbiamo raggiunto una nostra vecchia conoscenza: Andrea Bonifazi è laureato in Scienze Naturali e in Scienze del Mare presso l’università “La Sapienza” di Roma e sta svolgendo il dottorato di ricerca in Ecologia Marina presso l’università degli studi di Roma “Tor Vergata”. Attualmente lavora anche come collaboratore per l’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale (ARPA) del Lazio, dove si occupa di biologia marina e inquinamento ambientale nell’ambito della Direttiva Europea “Marine Strategy Framework Directive” (MSFD). La sua attività di monitoraggio e la sua ricerca sono incentrate anche sugli effetti dall’accumulo di plastiche nell’ecosistema, in particolare le microplastiche.
Nel tempo libero è anche un giovane divulgatore, appassionato di fotografia naturalistica e di tassidermia, ma soprattutto si dedica alla sensibilizzazione verso tematiche ambientali, di biodiversità e conservazione della natura.

Tutte le foto illustrate, salvo dove diversamente specificato, sono © Andrea Bonifazi, riproduzione autorizzata. Per gentile concessione.

1) Buongiorno Andrea e benvenuto nel nostro angolo interviste. È un piacere scambiare quattro chiacchiere con te. Potresti innanzitutto spiegarci in breve cosa sono le microplastiche e perché sono un pericolo per l’ambiente e anche la nostra salute?

Buongiorno ragazzi e grazie per l’opportunità che mi state dando, certe tematiche ancora poco sentite nel grande pubblico meritano una cassa di risonanza decisamente maggiore in quanto ci riguardano molto da vicino, microplastiche comprese. Questa è una tipologia di inquinamento particolarmente subdola trattata assiduamente solo da pochi anni (e.g. si vedano i lavori della Fossi, ecotossicologa che tratta l’inquinamento da microplastiche principalmente nelle Balene), ma conosciuta fin dagli anni ’70. Convenzionalmente, le microplastiche sono frammenti plastici di varia composizione (PVC, Polietilene, Nylon, Poliestere ecc ecc) compresi in un range dimensionale tra 5 mm e 300 µm. Dalle forme e colori estremamente variabili, passando dal sottilissimo filamento al massiccio frammento irregolare, arrivando a microbeads e fogli, sono originate da un’infinità di fonti: sebbene perlopiù derivanti da frammentazione di rifiuti plastici di maggiori dimensioni, possono provenire dagli scarichi urbani perchè presenti in prodotti cosmetici (perlopiù in prodotti per lo scrub e in dentifrici) o addirittura possono essere generate da semplici lavaggi in lavatrice che causano la disgregazione di indumenti sintetici aventi percentuali variabili di plastica.

Le microplastiche in mare hanno effetti nocivi sia fisici che chimici: nel primo caso possono causare impedimenti al moto, lesioni o addirittura soffocamento, soprattutto in animali filtratori o che predano attivamente questi frammenti, confondendoli con il loro “cibo tradizionale”. Da un punto di vista chimico, invece, la problematica risiede in sostanze proprie delle plastiche o utilizzate in fase di lavorazione, quali policlorobifenili (PCB), ftalati e idrocarburi policiclici aromatici (IPA). Di conseguenza, il copepode, il pesce o la balena che ingerisce volontariamente o meno tali rifiuti, subisce il rilascio di questi inquinanti, accumulandoli nei propri tessuti molli: risalendo la complessa rete trofica, l’effetto aumenta, dato che un predatore all’apice di una piramide alimentare standard, come un tonno o un pesce spada, tenderà a cacciare un elevato quantitativo di prede già interessate dagli effetti delle microplastiche, sommando e incrementando esponenzialmente gli effetti tossici di tali sostanze attraverso un fenomeno chiamato biomagnificazione.

2) Oltre alle microplastiche, ci sono altri fenomeni di questa biomagnificazione di cui ti occupi? O comunque che riveste un ruolo importante a livello di dannosità per l’ecosistema?

Gli aspetti legati alla biomagnificazione non li tratto direttamente per lavoro, ma me ne interesso personalmente perlopiù nell’ambito delle microplastiche, senza dimenticare che forme di accumulo di sostanze inquinanti vengono monitorate primariamente nel Modulo 5T della Strategia Marina. Tale monitoraggio prende in considerazione il protocollo “Mussel Watch” (Metodologia ICRAM-MATTM), tramite il quale viene quantificato l’accumulo di sostanze inquinanti in esemplari di Mytilus galloprovincialis (n.d.r. la classica cozza) nei pressi della rada portuale che si intende indagare.

3) In che modo ti occupi del monitoraggio di questo problema? Hai qualche fotografia al microscopio che potresti mostrarci?

Per lavoro effettuo campionamenti semestrali di microplastiche, convenzionalmente inserite nel Modulo 2 della MSFD, utilizzando il classico e ingombrante retino “Manta”, successivamente analizzando in laboratorio ciò che viene prelevato. Il protocollo prevede che il retino venga trascinato dall’imbarcazione per circa 20 minuti partendo da 3 transetti ubicati a 0.5, 1.5 e 6 miglia nautiche da costa. Vi mostro qualche eloquente foto che rende evidente come frammenti plastici così piccoli e apparentemente innocui costituiscano un pericolo reale e concreto. (clic per ingrandire)

Anfipode e filamento plastico. 
Microplastica nel parapodio di un polichete.

4) Sono senz’altro preoccupanti, e la curiosità ci spinge a chiedere: è possibile che alcuni organismi possano adattarsi a sopravvivere tra le microplastiche, o addirittura a sfruttarle in qualche modo, a colonizzarle? Un po’ come certi gabbiani che hanno imparato a vivere nei pressi delle discariche umane…

Certo, non è assolutamente da escludere, potrebbe avvenire un po’ come le reti dei pescatori perse tra le sporgenze del coralligeno che, in pochi anni, possono diventare substrato secondario per molte alghe e invertebrati, tanto che la loro rimozione potrebbe paradossalmente causare più danni che lasciare lì il rifiuto. Anzi, c’è da dire che già molti organismi sfruttano questi frammenti plastici per lasciarsi trasportare passivamente per lunghissime distanze. Diatomee, Foraminiferi, Idrozoi, Briozoi, Cirripedi, Serpulidi… sono già tantissimi gli organismi che sono riusciti a utilizzare a loro vantaggio questa subdola forma di inquinamento, ma è lapalissiano aggiungere che si tratta solo di palliativi. Insomma, se le microplastiche non ci fossero le condizioni del mare sarebbero senza alcun dubbio migliori, a prescindere dagli adattamenti utili al loro “sfruttamento”.

 

5) Ciò che dici ci fa pensare anche a un altro potenziale problema: che queste “zattere galleggianti” siano sfruttate da organismi invasivi, che si diffondono così in altri ambienti verso i quali sono estranei (detti per questo alloctoni o alieni), soppiantando le specie locali, in definitiva alterando l’ecosistema. Quanto rischio c’è connesso all’accumulo di microplastiche e altri xenobiotici?

Volevo arrivare proprio qui: il fatto che possano costituire un mezzo di trasporto passivo per numerose specie sia animali che vegetali apre nuovi scenari nella diffusione delle specie aliene (per comodità chiamate NIS, cioè Non Indigenous Species), facendo sì che numerosi taxa alloctoni possano totalmente sfuggire a qualsiasi forma di controllo, portando a nuove possibili minacce per la biodiversità del Mare Nostrum. Problema ovviamente relativo anche alle macroplastiche galleggianti, spesso prese d’assalto da più o meno piccoli “alieni vogliosi di invadere nuovi ambienti”. Ma se pensiamo che per motivi economici abbiamo allargato il Canale di Suez, aumentando esponenzialmente l’entrata di migranti lessepsiani (cioè specie provenienti dal Mar Rosso), incrementando di conseguenza il traffico marittimo e la conseguente presenza di specie alloctone trasportate tramite fouling (le “incrostazioni” che spesso si trovano sulla carena delle navi) o assieme alle acque di zavorra, il problema delle NIS che sfruttano le microplastiche sembra diventare un minaccia quasi inconsistente al cospetto di queste “macrominacce”…

6) Nella tua attività di ricerca e in quella divulgativa, ti occupi spesso del problema delle specie alloctone? Ne abbiamo già parlato in passato in un’altra intervista con una zoologa

Sì, è un tema ricorrente sia nei miei studi e nelle mie pubblicazioni scientifiche che nel mio lavoro legato alla Marine Strategy: attualmente, infatti, mi occupo di benthos portuale e delle NIS che ne fanno parte, ricordando che anche nel mio progetto di dottorato mi occupo dei medesimi organismi bentonici… e anche lì gli alieni non mancano! Pensate che attualmente in Mar Mediterraneo sono state rinvenute 837 specie alloctone, numero che mediamente aumenta di un’unità ogni 10 giorni e che tenderà a crescere sempre più se non verranno trovate contromisure adeguate.
Ovviamente queste nozioni le riutilizzo ampiamente anche durante le mie attività divulgative, anche se, essendo noi animali terrestri, siamo più incuriositi dagli alieni con cui quotidianamente abbiamo a che fare anche in città, dal Punteruolo rosso ai Parrocchetti, dallo Scoiattolo grigio alla Nutria.

Caprella scaura, un anfipode alloctono sempre più comune…

7) Per quanto riguarda invece le “macroplastiche”, invece, la tua attività su cosa si incentra? Premesso che entrambi i fenomeni sono gravi problemi, attualmente è più pressante il deposito di rifiuti plastici macroscopici o l’accumulo di quelli microscopici?

Purtroppo è un uroboro: le microplastiche sono spesso generate dalla frammentazione di rifiuti plastici di maggiori dimensioni, rendendo assai più complicata sia la rimozione del rifiuto che il suo monitoraggio. Immaginate di prendere una bottiglia di plastica e spezzettatela in migliaia di frammenti: aumenta la loro capacità dispersiva, la loro possibilità di diventare rifiuti biodisponibili e, come già detto, la loro efficacia nel diventare involontarie “zattere galleggianti” per specie aliene. Insomma, per quanto mi riguarda ritengo che una macroplastica sia decisamente più gestibile di una microplastica, per quanto un rifiuto di grosse dimensioni lasciato sulla battigia smuova gli animi molto più di un filamento di poche centinaia di micron. Le plastiche, così come le altre 59 macrocategorie di rifiuti che possono essere rinvenuti lungo le nostre spiagge, li monitoro nell’ambito del Modulo 4 della MSFD, prendendo in esame diverse spiagge del litorale laziale e conteggiando (e successivamente categorizzando) i rifiuti che troviamo in spiaggia, lasciati da qualche incivile o trasportati dai corsi d’acqua che sfociano a mare.

8) Che differenza c’è tra riciclabile, bicompostabile e biodegradabile? Ritieni che non vi sia abbastanza informazione in merito?

Confermo, in Italia c’è veramente scarissima informazione in merito. Eppure le differenze non sono neppure così sottili: un rifiuto riciclabile viene riutilizzato per produrre oggetti analoghi a quelli originali (come vetro o carta) e totalmente nuovi (ad esempio legno, tessuti o plastica; si pensi a un pile che può essere prodotto partendo da bottiglie di plastica), un rifiuto biocompostabile può essere trasformato in compost in seguito a disintegrazione e biodegradazione aerobica di materiale organico, trasformandosi così in un utile e ricco fertilizzante, mentre un rifiuto biodegradabile può essere scisso in sostanze più semplici attraverso l’attività enzimatica di alcuni microorganismi, ottenendo molecole inorganiche semplici (acqua, anidride carbonica e metano).

9) Di recente ha suscitato polemiche una legge sulle borse di plastica e i sacchetti biodegradabili. Ritieni che lo sviluppo di bioplastiche (sulle quali abbiamo già parlato) possa rappresentare un utile appoggio nel ridurre l’impatto ambientale della plastica?

Senza dubbio, le bioplastiche devono diventare un nostro grande alleato per contrastare o quantomeno ridurre l’inquinamento da macro e microplastiche!

Campione contenente residui vegetali, plancton e microplastiche.

10) Ritieni infine che l’eccessivo sfruttamento delle risorse ittiche (l’overfishing) possa aggravare l’accumulo di sostanze xenobiotiche nella catena alimentare? Di recente ci sono stati diversi scontri politici a livello comunitario perché i regolamenti UE imponevano limiti al pescato, limiti che alcune fazioni hanno contestato perché riducevano una fonte di reddito, ma sicuramente è anche vero che ottimizzare il guadagno a breve termine a scapito di un esaurimento delle risorse a lungo termine non sia una strategia lungimirante, né per l’ecosistema né per le popolazioni che si sostengono sulla pesca…

L’overfishing è un problema enorme soprattutto per la biodiversità del Mediterraneo, riducendo di molto gli stock ittici e soprattutto abbassando preoccupantemente le taglie medie: basta fare una passeggiata in qualche mercato del pesce per accorgersi come pesci un tempo molto più grandi (ad esempio i merluzzi) stiano diventando progressivamente più piccoli proprio per la facilità con cui gli esemplari di maggiori dimensioni vengono pescati. Per alcune specie il problema non è dato solo dalla pesca su scala industriale: si pensi a pesci quasi sedentari come le Cernie, facili da pescare una volta individuata la tana. Essendo ermafroditi proteroginici, cioè nascono femmine a succesivamente diventano maschi, è frequente che vengano pescati prima che raggiungano la taglia giusta per l’inversione sessuale, creando un surplus di esemplari di uno stesso sesso, a discapito della riproduzione.

Grazie Andrea per queste delucidazioni. In bocca al lupo con la tua ricerca!

Grazie a voi e crepi… il cacciatore!

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