L’overfishing, un problema globale

 

Fenomeno devastante, di portata globale, che rischia di avere conseguenze gravi ed irreversibili su scala planetaria, e del quale la maggior parte della gente non sa nulla. Essere informati è faticoso ma è importante: da leggere tutto, e consiglio caldamente di leggere anche i riferimenti, con calma (sono quasi tutti articoli di giornale, non sono difficili).
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La minaccia data dall’eccesso di pesca si fa anno dopo anno più concreta nei nostri mari, e sebbene il primo nome che viene in mente parlandone, soprattutto per le politiche di ripopolamento e controllo effettuate, sia quello del tonno rosso, ci sono anche altre specie che normalmente vediamo sulle nostre tavole che vedono ridurre drasticamente la propria popolazione. Sogliole, Merluzzi, ma anche molluschi come le vongole si stanno riducendo sempre di più e senza un adeguato ricambio (senza cioè lasciare abbastanza riproduttori perché diano vita ad altre generazioni) rischiano di scomparire dei nostri mari.
Lo STECF (1), il Comitato tecnico, scientifico ed economico della pesca Europea, ha svolto diverse ricerche nel mar Mediterraneo, e tutte con esiti poco incoraggianti. Le diverse soluzioni proposte si scontrano contro problemi di natura burocratica ed economica, che frenano prepotentemente le iniziative che possono essere proposte.

Avannotti, cioè neonati di pesce, pescati illegalmente.
Inoltre, non da meno è il problema della pesca illegale nel nostro paese: pescare di frodo è allettante per i facili guadagni che il pescato procura (2), inoltre i pescatori frodo agiscono liberamente, in assenza di provvedimenti disciplinari significativi. Anzi potrebbero persino raggiungere con successo i fondi per il rinnovo dell’attrezzatura (!).
Va detto anche che, sebbene all’interno dell’Unione Europea qualcosa sta iniziando a muoversi, un altro serio problema è dettato da paesi di area Mediterranea per i quali non abbiamo accesso ai dati.

La Situazione nel resto del mondo è più rosea?

I problemi non riguardano sicuramente solo il Mediterraneo, anzi; la situazione mondale, da quando la pesca si è intensificata, cioè dalla metà degli anni cinquanta del XX secolo, ha portato un notevole sviluppo alimentare, ma lo ha fatto in assenza di una corretta gestione degli oceani (3). Dal secondo dopoguerra, il continuo sfruttamento delle risorse, ed un’umanità convinta di potervi attingere per sempre, hanno finito per ridurre drasticamente la popolazione degli oceani (4).

Il crollo del pescato del merluzzo canadese.
I primi segnali del disastro arrivarono già negli anni settanta, ma sarà solo negli anni novanta che, a seguito dell’errore di valutazione fatto con il merluzzo canadese, (5) la cui pesca sembrava poter essere infinita, ma il crollo della cui popolazione portò ad un fermo pesca totale, si iniziarono a capire i danni che si stavano facendo al mare.
Dopo il merluzzo, arrivarono le tutele verso il tonno rosso (6), e le leggi per la tutela in mare di diverse specie ittiche, con delle limitazioni per il pescato in base alla misura (7); ma il continuo cambio delle specie tutelate non ha fatto altro che cambiare di volta in volta quelle a rischio. Per esempio, il fermo per la pesca al tonno rosso ha portato l’industria della pesca a dirottarsi verso le altre specie di tonno, finendo per danneggiarle drasticamente, e portando in zona rossa per quanto riguarda il rischio di estinzione, il famoso tonno dalle pinne gialle (8).

Qualche risultato si sta vedendo?

Seguendo i dati della FAO (9) sembrerebbe di vedere un ampio miglioramento; infatti, il picco di pescato sarebbe stato raggiunto nel 1996 e si sarebbe attestato a “soli” 86 milioni di tonnellate, per poi scendere di 0,38 milioni di tonnellate all’anno, a seguito delle riforme e leggi per tutela della pesca, dando la netta impressione di un cambio di tendenza dettato dalle nuove politiche di tutela. Ma uno studio fatto da Daniel Pauly e Dirk Zeller della University of British Columbia, in Canada (10), ha mostrato come ci sia stato un eccesso di fiducia nei dati della FAO. Infatti, se è pur vero che il pescato sta calando, dopo aver toccato il picco massimo nel 1996, appare una forte discrepanza fra le cifre fatte dalla FAO e la realistica revisione effettuata da Daniel Pauly e Dirk Zeller.

I pesci scartati e quindi buttati via non rientrano nelle statistiche, falsandole.
La FAO infatti, considerando solo i dati ufficiali forniti dai paesi membri, ha ricevuto dei dati molto più bassi rispetto a quelli reali, che devono valutare anche la pesca di frodo e tutti quegli elementi che non sono stati valutati nell’indagine ufficiale, come ad esempio il pescato non commercialmente interessante e quindi non utilizzato, ma comunque pescato. Inoltre nei registri della FAO sono apparsi diversi paesi senza dati, ed il pescato di quel paese è quindi considerato pari a zero (10), modificando sensibilmente i dati e dando un’immagine più ottimistica, rispetto ai danni fatti dal pescato fra il 1950 e il 2010 (11).
Appare quindi chiaro che c’è ancora molto lavoro da fare e che le politiche internazionali sono state fallaci, sopratutto in quelle aree “scoperte” dove non si riescono a raggiungere accordi adeguati per un controllo sul pescato.

Il bycatch ed i danni delle reti.

Essendo le specie di maggior interesse commerciale (seppie, merluzzi, naselli e triglie) specie demersiali, cioè che si trattengono maggiormente o trovano nutrimento sul fondale, c’è stato un grosso aumento della pesca a strascico con rete detta bentonica, atta a catturare le prede che stanno sui fondali.
La rete però distrugge e cattura tutto quello che incontra sul suo cammino, creando danni spesso irreparabili, a medio termine (decine di anni), anche al fondale stesso, e nonostante i numerosi controlli, molti pescatori di frodo vi sfuggono, distruggendo intere aree marine. Inoltre numerosi organismi vengono catturati per sbaglio e tante volte si tratta di specie a rischio.

Gli effetti distruttivi del passaggio di una rete a strascico sul fondale marino.
Si aggiunga a questo il fatto che, come già detto, le specie non di interesse commerciale vengono scartate dopo la pesca, e spesso la quantità di “scarto”, cioè di animali uccisi e ributtati in mare, supera di parecchie volte la quantità di pescato che viene utilizzato. Questo danno causato all’ambiente viene chiamato bycatch, ed uno dei metodi di controllo applicati, ovvero il controllo della misura della maglia della rete, ancora non ha un regolamento adeguato, infatti Il D.P.R. 1639/68 ha fissato le misure minime delle maglie delle reti, ma non ha dato nessuna indicazione su come misurarle (12).

Gli allevamenti possono essere una soluzione?

Gli allevamenti possono sembrare una soluzione ottimale, per ridurre il problema della cattura ed i danni all’ecosistema, senza necessariamente ridurre il consumo di pesce, ma il pesce allevato all’interno degli allevamenti deve comunque essere nutrito.

Allevamento di pesce in mare.
– I pesci più grandi, come il salmone ed il tonno, arrivano a mangiare un grande numero di pesci più piccoli come acciughe o aringhe (fino a 20 volte il loro peso finale) e questo ha portato ad un grosso aumento del pescato di questo genere di pesci, riducendone drammaticamente la popolazione.
– I pesci d’allevamento potrebbero essere nutriti con una dieta vegetale, ma verrebbero in quel caso a mancare gli oli essenziali degli omega3, generando un problema dal punto di vista nutrizionale.
– I pesci di allevamento sono anche terreno fertile per infezioni e parassiti; gli allevatori cercano di controllare le infestazioni con antibiotici, ma di solito riescono solo a creare un problema più grande ovvero resistenza agli antibiotici di questi batteri infestanti.
Inoltre va tenuto conto del fatto che gli allevamenti ittici sono anche altamente inquinanti (13) e da tempo ci sono diverse campagne per limitarli, o abolirli, dalle zone costiere.

I frutti di mare invece?

Il problema si sta estendendo anche ai frutti di mare, infatti nei nostri mari abbiamo assistito ad una riduzione della dimensione delle vongole che ha portato ad un divieto di pescare molluschi inferiori ai 25 mm (14) e che ha scatenato diverse proteste da parte dei pescatori dell’adriatico. La scelta dell’Unione Europea venne vista come una imposizione, ma la tutela dei molluschi appare ora come fondamentale (15).

Datteri di mare, con l’attrezzatura usata per pescarli.
Non solo le vongole sono limitate, ci sono molluschi come i datteri di mare che sono completamente vietati. Purtroppo sembra estremamente difficile riuscire a far capire che i danni all’ecosistema (16) non possono essere equiparati al profitto, ed ancora oggi questi molluschi appaiono fin troppo frequentemente sulle tavole (17).

Conclusioni

Vi è bisogno di leggi più severe che tutelino i mari, e la strada deve essere percorsa in maniera globale, ma sopratutto impostata in modo tale che non risulti solo un temporaneo dito nella diga.
La sovrapesca, o overfishing in inglese, ha impoverito talmente tanto le risorse ittiche che ormai le attività di pesca non sono più sostenibili senza l’aiuto dei governi (18); appare quindi chiaro che ci vuole una sensibilizzazione globale che porti a capire come alimentarsi adeguatamente per salvaguardare sia l’ecosistema, che il nostro benessere. Considerando anche che la grande quantità di pesce che mangiamo oggi, oltre a non essere sostenibile per tutti i problemi legati all’ambiente sopraelencati, non è consigliabile neppure per il nostro organismo, specialmente il pesce di grande taglia come il tonno, vista la forte presenza di mercurio (19).
Ma la pesca porta un giro d’affari molto elevato; l’italiana Sotra Cost International (20), attraverso i prodotti ittici surgelati ed affumicati, produce per esempio, da sola, un giro d’affari da 45 milioni di euro l’anno, ed appare davvero improbabile che decidano di limitare la loro attività per preservare l’ecosistema marino.
[Ciro Scognamiglio]

Originariamente pubblicato su Animalisti, Animali e Ricerca

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