Armi di distruzione di massa IV – La guerra biologica (seconda parte)

(Segue dalla prima parte dell’articolo sulle armi biologiche)

Le armi biologiche fanno paura, e non senza motivo. Procurarsele è relativamente facile (e molto più economico rispetto alle armi nucleari), e anche diffonderle. In alcuni paesi, i centri di produzione di armi biologiche possono essere mascherati da centri di ricerca medica e farmaceutica. È sufficiente una quantità limitata di agenti biologici per uccidere migliaia di persone – e anche di più; questo rende semplice nasconderli e trasportarli. Inoltre, si tratta di sostanze difficili da rilevare: sono invisibili, inodori, insapori e hanno un effetto ritardato (da un giorno a qualche settimana). Possono essere diffuse nel silenzio più totale con varie metodiche: spruzzandoli sotto forma di aerosol, contaminando cibo e acqua o tramite esplosivi.

L’efficacia tuttavia dipende da numerosi fattori non sempre prevedibili, come la direzione e l’intensità delle correnti d’aria, l’esposizione a calore e luce, l’umidità e così via. Per esempio, molti germi sono inattivati dal calore, il che rende l’uso di esplosivi quasi sempre inefficace. Allo stesso modo, pensare di contaminare l’approvvigionamento idrico di una città intera richiede una quantità di agenti biologici realisticamente troppo difficile da procurare, sia a causa dei grandi volumi di acqua coinvolti, sia per i trattamenti sanitari di routine a cui sono sottoposti. In effetti, le conseguenze più rilevanti di un attacco biologico si verificano a livello psicologico e sociale: paura, panico e incertezza, blocco delle normali attività e intimidazione alle autorità.

Per i motivi sopra illustrati, la dispersione tramite particelle di aerosol, dalle dimensioni inferiori ai 5 micron, è la modalità più usata da gruppi terroristi e militari; per vaporizzare in forma di aerosol gli agenti biologici è spesso sufficiente una tecnologia di basso livello, assimilabile a quella dei diffusori di profumo. D’altro canto, in assenza di ferite esposte, l’uso di guanti in lattice e di maschere con filtri adeguati (e perfettamente aderenti al viso), insieme alla sterilizzazione degli indumenti e al lavaggio della pelle con normale sapone, rappresentano protezioni più che sufficienti per la maggior parte degli agenti infettivi.

Segnali di un attacco di bioterrorismo in corso

Sfortunatamente, anche se la ricerca ha prodotto alcuni prototipi di rilevatore, non esistono al momento procedure standardizzate per individuare la presenza di agenti biologici e si deve ricorrere al monitoraggio dello stato di salute delle persone che possono esserne state vittime. Il personale medico deve essere in grado di riconoscere i sintomi associati quanto meno agli agenti biologici più comuni e più pericolosi, e di condividere le informazioni in modo tempestivo, idealmente a livello globale.

Alcuni segnali preoccupanti di attacco biologico in corso possono essere: il riconoscimento di una malattia o di un ceppo microbico non endemici della zona in cui si presentano; una sintomatologia tipica di infezione da agente biologico, o al contrario una sintomatologia talmente atipica da essere sospetta; una distribuzione spaziotemporale dei casi e delle vittime più “densa” della norma (concentrata in un’area e in un periodo di tempo limitati); resistenza agli antibiotici a livelli insoliti.

In queste circostanze è importante individuare l’area da cui è originata l’infezione, sia come conferma sia come indizio della possibile provenienza dell’agente biologico; di solito, a questo proposito, si seguono le tipiche vie che percorrerebbe un agente diffuso tramite aerosol, per esempio i sistemi di ventilazione. Anche l’infezione e la morte di alcuni animali “sentinella” può essere un segnale di allarme.

Ma quali sono le armi biologiche più pericolose?

Tipi di armi biologiche secondo il CDC: la categoria A

Nell’articolo precedente, si era discusso degli agenti di categoria B e C, che rappresentano un pericolo relativamente limitato o potenziale. Nella categoria A invece si trovano quegli agenti che, per facilità di diffusione e trasmissione e per mortalità, pongono un rischio elevato alla sicurezza nazionale; gli allarmi vanno dunque trattati come priorità assolute. Tra questi, un agente biologico che ha storicamente goduto di grande popolarità è il Bacillus anthracis, il microrganismo che causa l’antrace, nota anche come carbonchio.

Agenti batterici
Il bacillo dell’antrace, dalla classica forma a bastoncino. Fonte CDC

Il bacillo dell’antrace forma regolarmente spore, che sopravvivono in forma dormiente anche per 30-40 anni. L’antrace non si diffonde per contatti casuali, ma per inalazione o ingestione delle spore o contatti con ferite aperte. La forma più comune di antrace è quella cutanea; si presenta con una bolla che in seguito evolve in una lesione di colore nero, accompagnata da sintomi che somigliano a quelli di una brutta influenza. La terapia con antibiotici e antitossine comuni è efficace, almeno in presenza di ceppi non resistenti.

Più rare, ma molto più gravi, sono la forma polmonare e quella intestinale. L’inalazione di spore del batterio dell’antrace porta, dopo qualche giorno di sintomi influenzali, a sviluppare grave affanno e shock; il trattamento antibiotico deve iniziare immediatamente se si vuole evitare il decesso. L’ingestione invece causa una grave forma di gastroenterite che può evolvere in vomito e diarrea sanguinolenti; anche in questo caso, la terapia antibiotica va iniziata il prima possibile per scongiurare un esito fatale.

Ipoteticamente, bastano poche competenze microbiologiche e un’attrezzatura essenziale, disponibile alla maggior parte degli studenti universitari, per coltivare le spore di antrace, che sono molto diffuse in natura (si trovano comunemente nelle aree agricole e in mezzo al bestiame, sia selvaggio, sia in allevamento). Tuttavia, la produzione di spore in forma di aerosol in quantità sufficienti per un attacco di bioterrorismo richiedono esperienza e addestramento specifico; ed è in questa forma che l’antrace è più efficace, per l’infettività e la gravità dei sintomi della forma polmonare.

Campione di Clostridium botulinum.

Anche la tossina di Clostridium botulinum, responsabile del botulismo, è un agente biologico che merita attenzione. Le spore possono rimanere quiescenti per circa 30 anni, resistendo a fattori ambientali come il calore e la luce ultravioletta. La tossina è ampiamente disponibile (si isola facilmente dal suolo) ed estremamente velenosa: un grammo in aerosol è potenzialmente in grado di uccidere un milione di persone, e può anche essere usata per contaminare il cibo. La sua azione si esplica in una paralisi progressiva simmetrica e discendente, in quanto la tossina si lega a certe terminazioni nervose afferenti ai muscoli impedendo a questi ultimi di contrarsi; in assenza di cure, la morte avviene per asfissia. La somministrazione di antitossina e l’impiego di supporti meccanici alla ventilazione hanno ridotto di molto la mortalità, ma il recupero è lungo e faticoso.

Un altro ceppo batterico utilizzabile come arma biologica è quello della tularemia (Francisella tularensis), un’infezione che si verifica in molti animali domestici, specialmente nei conigli, e che può essere trasmessa all’uomo tramite il morso di zecche e pulci, manipolando e mangiando carni infette che non siano state cotte in modo adeguato, bevendo acque contaminate o inalando polveri da terreni contaminati. I sintomi variano a seconda della modalità di trasmissione. Altri agenti di origine batterica considerati per lo sviluppo di armi biologiche di classe A sono il batterio della peste (Yersinia pestis), la tossina del tetano, la tossina epsilon del Clostridium perfringens e l’enterotossina B dello Staphylococcus aureus; queste ultime due causano gravi danni intestinali e sono tanto più preoccupanti in quanto derivano da batteri che hanno sviluppato ceppi resistenti agli antibiotici.

Agenti fungini e virali

È stato proposto di includere tra gli agenti per il bioterrorismo di categoria A anche due agenti fungini, Coccidioides immitis e Histoplasma capsulatum, responsabili di infezioni che riguardano soprattutto i polmoni e vanno a colpire duramente le comunità immunocompromesse. Invece, tra gli agenti virali spiccano il virus del vaiolo (Variola major) e quelli delle febbri emorragiche diffuse nel continente africano (i virus di Ebola, Marburg e vari tipi di arenavirus). Questi ultimi, oltre all’alta mortalità, hanno un impatto molto forte sull’opinione pubblica.

Variola major, il virus che causa il vaiolo. Immagine di Phil Moyer da Flickr, CC BY-NC-ND 2.0

Nonostante il vaiolo sia stato ufficialmente eradicato nel 1980, esistono due riserve, una presso il Center for Disease Control and Prevention (CDC) e una presso l’istituto Vector di Kol’covo, in Russia. Entrambe le riserve sono sottoposte al livello di biosicurezza più alto, ma occorre comunque restare all’erta per una possibile violazione; l’alta mortalità e l’altissima infettività rendono il virus del vaiolo un’arma particolarmente temibile. Perciò, restano a disposizione alcune scorte di emergenza del vaccino.

Oltre al vaiolo, sono disponibili vaccinazioni per l’antrace, il botulino, la tularemia, la peste e la febbre Q (un agente di classe B), che vengono somministrati esclusivamente a militari e gruppi a rischio. Si stanno sviluppando terapie preventive contro la ricina e la tossina B di Staphilococcus aureus.

La guerra biologica nell’era moderna

A partire dal XIX secolo, l’uso di armi biologiche divenne più sofisticato. Robert Koch e Louis Pasteur, nel corso delle loro celebri scaramucce, avevano gettato le fondamenta della microbiologia, dando un impulso alla ricerca sulle malattie infettive nel bene e nel male. In particolare, chi aveva interesse nello sviluppo di armi biologiche poté finalmente servirsi di una base scientifica razionale per la scelta degli agenti. Le autorità non rimasero del tutto con le mani in mano: due dichiarazioni internazionali (nel 1874 a Bruxelles e nel 1899 a l’Aia) proibirono l’uso di armi di questo tipo. A questi fece seguito il primo Protocollo di Ginevra del 17 giugno 1925. Peccato che, in assenza di mezzi di controllo, nulla impedisse, di fatto, lo sviluppo di agenti biologici.

La Germania

Sembra che l’esercito tedesco sia stato il primo a usare armi biologiche, a fianco di quelle chimiche, durante la Prima Guerra Mondiale, diffondendo gli agenti patogeni dell’antrace e della morva (Burkholderia mallei) tramite bestiame infetto; tuttavia, gli attacchi biologici non ebbero grande successo e si limitarono ad azioni su piccola scala. Ciononostante, nell’instabilità del dopoguerra, la preoccupazione nei confronti del crescente potere nazista portò diverse nazioni a dotarsi di un proprio programma di sviluppo di armi biologiche.

Curiosamente, pare che in realtà Hitler abbia sempre posto il veto all’uso di armi chimiche o biologiche; questo perché durante la Prima Guerra Mondiale era rimasto vittima di un attacco chimico che lo aveva reso a lungo inabile, motivo per cui li considerava argomenti tabù. Ciò non toglie che alcuni medici tedeschi abbiano tentato lo sviluppo di agenti biologici, infettando i deportati con ceppi di Rickettsia prowazekii (responsabili di una forma di tifo), virus dell’epatite A e plasmodio della malaria; ma un vero e proprio programma di guerra biologica nazista non vide mai la luce.

D’altro canto, Goebbels accusò gli Inglesi di aver tentato di importare zanzare infette dall’Africa Occidentale in India allo scopo di scatenare un’epidemia di febbre gialla. Non si sa quanto l’accusa fosse veritiera; non era comunque del tutto improbabile, considerati i “bombardamenti” britannici all’antrace che, dal 1942 al 1986, costrinsero a porre la quarantena sull’Isola di Gruinard, situata a un paio di chilometri dalle coste scozzesi. L’isola fu infine decontaminata con formaldeide e acqua marina.

L’Isola di Gruinard, in Scozia, sede di esperimenti con l’antrace. Immagine di Nigel Brown da geograph, CC BY-SA 2.0
Il Giappone

Fu soprattutto il Giappone a dedicarsi allo sviluppo delle armi biologiche a partire dal 1932, e a usarle contro la Cina specialmente nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Le figure di riferimento erano i medici Shirō Ishii e Masaji Kitano, che intendevano usare le armi biologiche per sostenere i progetti imperialistici del Giappone. Durante il secondo conflitto mondiale, il programma giapponese di ricerca sulle armi biologiche contava numerosi centri di ricerca che facevano capo alla famosa Unità 731, situata nella Manciuria occupata. Ogni anno, secondo la testimonianza del Generale Kawashima (che era a capo dell’Unità 731), oltre 600 prigionieri di guerra di varie nazionalità erano sottoposti a esperimenti letali. Anche numerosi civili ignari furono contaminati da uno degli almeno 25 ceppi di agenti biologici testati, che comprendevano i microrganismi responsabili di antrace, meningite, colera, dissenteria (shigellosi) e peste.

Shirō Ishii, immagine del 1932.

Più di mille pozzi cinesi furono contaminati per studiare la diffusione di tifo e colera; pulci portatrici di peste furono sganciate sulle città cinesi, sui campi di riso e per le strade. È stato stimato che le vittime di queste azioni furono circa 30.000; le epidemie continuarono anche dopo la fine della guerra. Furono condotti anche esperimenti con la tetradotossina, la neurotossina estremamente potente estratta dal pesce palla. Tuttavia, i soldati giapponesi non erano stati adeguatamente addestrati, e gli attacchi biologici spesso si ritorcevano contro lo stesso esercito; ragion per cui il programma di ricerca aveva già subito una battuta d’arresto qualche anno prima della fine della guerra. Dopo la resa del Giappone, gli Stati Uniti accordarono la grazia a numerosi ricercatori in cambio dei risultati ottenuti tramite la sperimentazione umana (risultati che, si scoprì in seguito, avevano scarsa rilevanza scientifica).

Gli Stati Uniti

La ricerca statunitense sulle armi biologiche era cominciata in sordina nel 1941, espandendosi fino a raggiungere un impiego di personale quantificabile in 5.000 ricercatori alla fine della guerra. Oltre all’antrace, un altro agente d’interesse era il batterio responsabile della brucellosi suina (Brucella suis). Mentre la preoccupazione maggiore era quella di contrastare un eventuale attacco nipponico, furono anche sviluppate armi a scopo offensivo in grado di danneggiare i raccolti dei nemici, ma non si arrivò mai a produrre un armamentario adatto ad azioni su larga scala. L’approccio si fece più aggressivo nel dopoguerra, e portò a diversi episodi deplorevoli, tra cui l’esposizione non solo di cavie animali e volontari umani, ma anche di cittadini inconsapevoli.

Crescita di una colonia di Serratia marcescens su mollica di pane. Immagine di Dbn da Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

Nella struttura di Fort Detrick, nel Maryland, i volontari furono esposti a numerosi microrganismi infettivi tra cui Francisella tularensis, che causa la tularemia, e Coxiella burnetii, l’agente causativo della febbre Q. Durante lo sviluppo del programma di guerra biologica statunitense, 456 membri dello staff di Fort Detrick furono accidentalmente infettati, e tre morirono. Nei primi anni Cinquanta, con lo scopo di valutare la vulnerabilità delle città americane, alcuni batteri ritenuti innocui furono rilasciati al largo delle coste americane e nei cieli. Peccato che, come si scoprì più tardi, uno di questi (Serratia marcescens) causò un picco di infezioni delle vie urinarie negli istituti ospedalieri e nelle case di cura. Altri aerosol batterici furono diffusi in interscambi di trasporto (per esempio fermate del bus e aeroporti); infine, nel 1966, la metropolitana di New York fu contaminata con un batterio non patogeno (Bacillus subtilis globigii) i cui schemi di diffusione mimavano quelli dell’antrace.

Verso la fine degli anni Sessanta, complice anche la reazione alla Guerra del Vietnam e la consapevolezza del potenziale distruttivo degli agenti biologici, il Presidente Nixon decise di firmare la Convenzione di Ginevra del 1972, un’evoluzione del Protocollo del 1925. La convenzione vietò lo sviluppo, la produzione e lo stoccaggio di armi biologiche e tossine ma soffrì degli stessi problemi dei precedenti trattati: la mancanza di efficaci meccanismi di controllo, come dimostrato dal progetto russo Biopreparat.

L’Unione Sovietica

Poco dopo aver firmato la Convenzione, l’URSS istituì un colossare progetto di ricerca sulle armi biologiche che fece impallidire quello americano (si contavano circa 50.000 persone coinvolte). Le proporzioni dell’impresa furono evidenti solo verso la fine del millennio. Si parla di tonnellate di campioni: bacilli dell’antrace, virus del vaiolo, batteri della peste resistenti agli antibiotici e virus emorragici analoghi all’Ebola.

Nella miglior tradizione sovietica, gli incidenti collegati a questo tipo di ricerche non ricevettero molta attenzione mediatica, come le epidemie di vaiolo e peste che si diffusero negli anni Settanta in un’area del Kazakistan nei pressi del mare di Aral, dove si trovava guarda caso un centro di ricerca. Nel 1979 i servizi segreti si diedero molto da fare per occultare le prove di un’epidemia di antrace a Sverdlovsk (l’attuale Ekaterinburg), causata da un incidente in una fabbrica di armi biologiche (detta Complesso 19) ma spacciata come il risultato del consumo di carne infetta venduta sul mercato nero. Le vittime furono almeno 66. Nel frattempo, Unione Sovietica e suoi alleati erano stati accusati di aver rilasciato esemplari di tossine dette tricoteceni in quella che è nota come “pioggia gialla” durante le campagne militari in Laos, Cambogia e Afghanistan. Il governo sovietico ovviamente negò tutto e la questione non venne mai chiarita.

Con buona pace della Convenzione del 1972, la maggior parte di questi programmi di ricerca venne alla luce solo dopo il collasso dell’Unione Sovietica, quando i centri adibiti al progetto Biopreparat furono via via (ufficialmente) abbandonati, smantellati o convertiti ad altri usi. Lo sviluppo di armi biologiche si è dunque del tutto arrestato nell’ex-URSS? Le scorte sono state distrutte? Probabilmente non sarà mai possibile accertarsene in via definitiva; per esempio, l’accesso al Complesso 19 di Ekaterinburg continua a essere vietato.

Bioterrorismo da gruppi, sette e privati

Limitarsi all’azione dei governi significa peccare di eccessivo ottimismo. Individui e gruppi organizzati possono accedere a microbi potenzialmente pericolosi e, in alcune occasioni, usarli. Un caso celebre fu quello di una setta, composta da seguaci di Bhagwan Shree Rajneesh (noto ai più come Osho), che intossicarono 751 persone con un ceppo di Salmonella enterica regolarmente ottenuto da un fornitore, nella speranza di rendere la comunità inabile al voto e favorire l’elezione di un proprio candidato a The Dalles, in Oregon. Delle 45 persone ricoverate per salmonellosi, fortunatamente nessuna morì.

In un altro caso, un tecnico di laboratorio (e suprematista bianco) ordinò tre fiale di Yersinia pestis dall’ATCC, un’organizzazione non-profit che raccoglie e distribuisce campioni di microrganismi a scopo di ricerca, e fu scoperto nel 1995 solo dopo aver inoltrato un reclamo perché a suo dire la procedura era troppo lunga. Per questo e altri motivi, gli allarmi di bioterrorismo, anche se solo millantati, devono essere presi molto sul serio.

Prima degli attacchi che, tramite l’uso di lettere contaminate, nel 2001 uccisero 5 persone negli USA, già la setta di Aum Shinrikyo aveva tentato di diffondere l’antrace a Tokyo, ma avendo incontrato problemi con la propagazione del batterio si era risolta a usare il gas Sarin nel famigerato attentato alla metropolitana del 1995. Dopo oltre dieci anni, le indagini sugli attentati statunitensi portarono a concludere che il responsabile fosse un microbiologo che aveva lavorato nel programma statunitense sulle armi biologiche, e che si era tolto la vita nel 2008. Purtroppo, oltre ai costi esorbitanti di decontaminazione, uno degli effetti collaterali delle lettere all’antrace fu un aumento del consumo (e dell’abuso) di antibiotici a scopo di profilassi, che incentivò il fenomeno dell’antibiotico-resistenza e rese il bacillo ancora più pericoloso.

Una delle lettere contenenti antrace spedita durante gli attentati del 2001

Realtà, leggenda, accuse reciproche e propaganda si intrecciano nella storia degli agenti per la guerra biologica; gli esempi riportati sono solo i più celebri e non esauriscono neanche lontanamente la casistica. Al momento, una decina di nazioni sono state accusate o hanno dichiarato di condurre una qualche forma di ricerca sulle armi biologiche; in particolare, nel 1991 il governo iracheno ha ammesso l’esistenza di armi biologiche basate su antrace, ricina, funghi del frumento, aflatossine, tossine del botulino e tossine del Clostridium perfringens, responsabile tra le altre cose di alcuni tipi particolarmente aggressivi di cancrena.

Si può dire che, virtualmente, qualunque nazione abbia avuto la possibilità di sviluppare un programma di armi biologiche lo ha fatto quasi sicuramente, e i trattati internazionali lasciano il tempo che trovano a meno che non siano implementati dei meccanismi di controllo. E sfortunatamente qualunque progresso nella battaglia contro gli agenti patogeni può essere stravolto e usato per lo sviluppo di armi sempre più micidiali.

Per approfondire:

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: