Armi di distruzione di massa VI – La guerra nucleare (parte seconda)

(continua dall’articolo precedente)

L’ordigno nucleare più potente mai esploso sulla Terra fu la Bomba Tsar, detonata il 30 ottobre 1961 su un’isola nel nord della Russia per una potenza di 50 megatoni. Gli Stati Uniti svilupparono vari ordigni  da 25 megatoni, come i B-41, ma furono mai testati e in seguito furono ritirati dagli arsenali e decommissionati. Il test più potente mai eseguito dagli Stati Uniti fu quello di Castle Bravo, il 1° marzo del 1954, il primo di una serie denominata Operation Castle da condursi presso l’Atollo di Bikini, nelle Isole Marshall, già sede dei test nucleari dell’Operazione Crossroads nell’immediato dopoguerra.

L’operazione Castle Bravo è soprattutto nota perché il dispositivo termonucleare detonato, chiamato Shrimp (gambero) emise una potenza di 15 megatoni, due volte e mezzo superiore rispetto a quella di 6 megatoni calcolata presso i laboratori di Los Alamos in fase di progetto. Questo perché la bomba comprendeva una frazione rilevante di litio nella sua forma più comune, considerata inerte. Il litio però fu inaspettatamente coinvolto nella reazione nucleare, generando altri neutroni liberi che andarono ad alimentare ulteriormente la reazione a catena.

A causa di questo errore e di un cambiamento improvviso dei venti, un’area enormemente più ampia del previsto fu contaminata dal fallout. Tra le persone colpite da sindrome da radiazione, ci furono i cittadini residenti in 15 atolli vicini e i membri dell’equipaggio di tre navi: il peschereccio giapponese Daigo Fukuryū Maru, la nave cisterna USS Patapsco, che si trovava nell’area del fallout a causa di un guasto ai motori, e la portaerei USS Bairoko, che doveva assistere le operazioni. Per somma sfortuna, durante il trattamento per l’avvelenamento da radiazione, alcuni membri della Daigo Fukuryū Maru ricevettero trasfusioni infette col virus dell’epatite C, che causò la morte di uno di loro sei mesi dopo. Quindici persone sulla Bairoko subirono ustioni da radiazione beta e altri furono colpiti da tumori negli anni seguenti. Gli abitanti degli atolli Rongelap e Rongelik furono evacuati 48 ore dopo l’esplosione e tornarono alle loro case tre anni dopo, ma si scoprì che i luoghi erano ancora fortemente contaminati.

Test nucleare Castle Bravo
Estensione del fallout conseguente al test di Castle Bravo.

Vari tentativi di ripopolare l’Atollo di Bikini negli anni Settanta andarono incontro a fallimento a causa dei livelli di contaminazione, che sono tuttora elevati. Tra i residenti delle Isole Marshall, si registrò sul lungo periodo un aumento significativo dei casi di cancro che portarono a richieste di compensazione finanziaria per oltre 40 milioni di dollari. L’incidente di Castle Bravo divenne subito un caso internazionale, anche perché pur rimanendo principalmente limitato alle latitudini tropicali, il fallout raggiunse varie zone dell’Australia, degli Stati Uniti e dell’Europa. L’idea stessa di test atmosferici degli ordigni nucleari venne messa in discussione, ma erano gli anni della Guerra Fredda e gli armamenti nucleari erano destinati a continuare, così come le dimostrazioni della loro potenza.

Proliferazione nucleare, strategie di deterrenza e scenari apocalittici

Stati Uniti e Unione Sovietica furono le prime nazioni a testare ordigni nucleari nel 1945; il primo test di bomba a fissione da parte dell’URSS avvenne il 29 agosto del 1945, poche settimane dopo i bombardamenti atomici sul Giappone da parte degli Stati Uniti. Rimasero a lungo da sole, ma alla fine anche la Gran Bretagna completò il suo primo test atomico nel 1952, seguita da Francia (1960), Cina (1964) e India (1978).

Anche Corea del Nord e Pakistan sono paesi detentori di armi nucleari; Israele non ha mai smentito né confermato lo sviluppo o la detenzione di armi nucleari, ma si ritiene che sia in possesso di un arsenale e che la decisione di non rivelarlo sia dettata da motivi strategici. Bielorussia, Ucraina, Kazakistan e Sudafrica hanno posseduto armi nucleari in passato, ma ne hanno dichiarato il totale smantellamento; infine, alcuni paesi della NATO aderiscono a degli accordi di condivisione, per i quali un certo numero di testate statunitensi sono custodite in basi militari dislocate all’interno dei paesi membri. Per esempio, un cospicuo numero di armi atomiche si trovano attualmente nelle basi italiane di Aviano (PN) e Ghedi Torre (BS).

Nel 1968, tre nazioni (USA, URSS e Regno Unito) firmarono il primo trattato di non proliferazione nucleare, impegnandosi a non potenziare ulteriormente i propri arsenali, a procedere a un progressivo disarmo e a utilizzare l’energia atomica in modo pacifico. Oggi al trattato aderiscono 190 nazioni, ma da queste mancano alcuni paesi detentori di armi atomiche come Corea del Nord, Pakistan, India e Israele. Nonostante il trattato sia considerato poco efficace nel prevenire un’eventuale proliferazione nucleare, di fatto i paesi detentori sono rimasti in numero molto limitato. Il trattato trovò la sua motivazione nella fragilità delle strategie di deterrenza al picco della guerra fredda, che si basavano essenzialmente sul principio della “distruzione reciproca assicurata” (Mutual Assured Destruction o MAD).

Secondo questa dottrina, la potenza distruttiva delle armi nucleari (ma in realtà il discorso si può applicare a qualunque arma di distruzione di massa) garantiva che, a patto che gli stati avversari ne avessero a sufficienza, la reazione a un eventuale attacco e l’escalation di contrattacchi avrebbe condotto entrambi i contendenti alla totale distruzione. E nel contesto post-bellico precedente ai trattati di non proliferazione, queste condizioni erano chiaramente rispettate: negli anni Sessanta gli Stati Uniti erano arrivati a collezionare oltre trentamila testate, e prima del crollo del muro di Berlino l’Unione Sovietica aveva toccato le quarantamila.

Armi nucleari possedute da Stati Uniti e Unione Sovietica/Russia tra il 1945 e il 2014. Fonte Bulletin of the Atomic Scientists

Uno scenario apocalittico conseguente a un conflitto nucleare su scala globale, prospettato da alcuni ricercatori, era quello dell’inverno nucleare. Secondo i calcoli, forti incendi scatenati dalle palle di fuoco di un centinaio di esplosioni nucleari avrebbero avuto il potenziale di innalzare grandi quantità di fuliggine e particolati sottili tra la troposfera e la stratosfera, bloccando una frazione consistente della luce solare e impedendole di raggiungere la superficie terrestre, con conseguenze catastrofiche per i raccolti e l’alimentazione. Secondo alcuni modelli, all’inverno nucleare sarebbe poi seguita un’estate nucleare, quando il disgelo dei cadaveri di uomini e animali vittime dell’inverno nucleare avesse liberato grandi quantità di metano che sarebbero andate ad aggiungersi all’anidride carbonica generata dagli incendi, creando un effetto serra globale.

L’inverno nucleare è solo uno dei possibili casi di olocausto nucleare, che potrebbe avvenire anche a causa del fallout radioattivo creato da bombe particolarmente “sporche”; in una società fortemente dipendente dai dispositivi elettronici, inoltre, una scarica globale di impulsi elettromagnetici (uno degli effetti collaterali di un’esplosione nucleare) è in grado di mettere fuori uso per mesi o anni, tra le altre cose, le telecomunicazioni, i trasporti, i mezzi di soccorso e le strumentazioni medico-diagnostiche, nonché le apparecchiature necessarie per la conservazione del cibo e la depurazione dell’acqua. Questo potrebbe decretare un rapido collasso della civilizzazione come la conosciamo.

Locandina del film When the Wind Blows, ambientato in un cottage del Sussex dove una coppia di anziani coniugi affronta le conseguenze di un attacco nucleare.

Bombe atipiche

Oltre alle armi nucleari “tradizionali” a fissione e a fusione, esistono alcuni design alternativi con caratteristiche adatte a specifici scopi. Alcune di queste, come le bombe “sporche”, hanno come obiettivo quello di contaminare gli ambienti colpiti con le radiazioni, e per questo verranno trattate nel prossimo articolo sulle armi radiologiche. Altre, pur essendo state valutate seriamente, sono rimaste nel novero dei progetti bellici che hanno contribuito all’aura suggestiva della Guerra Fredda. Un esempio è il “progetto Excalibur”, ideato come sistema di difesa contro i missili balistici, che prevedeva di concentrare i raggi X emessi da una detonazione nucleare e dirigerli verso le testate nemiche, neutralizzandone fino a una dozzina per volta.

Rappresentazione artistica del progetto Excalibur.

Le bombe a fusione pura sono un altro progetto ipotetico che, come dice il nome, non avrebbero bisogno di un primo stadio a fissione per innescare la fusione nucleare. Non richiedendo materiali fissili, che necessitano di processi costosi e strutture specificamente designate per raggiungere la qualità e la concentrazione richieste per la costruzione delle bombe, in teoria potrebbero essere costruite in segreto. Inoltre, non produrrebbero praticamente alcun fallout e pertanto non contaminerebbero l’ambiente anche se genererebbero un intenso flusso di radiazione neutronica letale per gli esseri viventi.

Scendendo a livello particellare, in linea di principio la massima efficienza può essere raggiunta usando bombe ad antimateria, che si disintegra completamente venendo a contatto con la materia. Il tasso di conversione di massa in energia raggiungerebbe quindi il 100%, confrontato con un valore inferiore all’1% per le bombe atomiche “tradizionali”, senza lasciare alcun residuo. Tuttavia, la produzione di antimateria ha un costo inconcepibile (superiore ai 50 000 miliardi di euro al grammo) e una volta prodotta è estremamente difficile da confinare e conservare, dato che – appunto – si annichila non appena tocca la materia.

Un design ibrido che migliora di molto l’efficienza delle bombe nucleari è quello delle armi a fissione potenziata tramite fusione (fusion boosted fission), che consiste nell’introdurre in una bomba a fissione di modeste dimensioni una certa quantità di isotopi radioattivi dell’idrogeno in miscela (deuterio e trizio, soprattutto quest’ultimo). Questi isotopi hanno un neutrone in eccesso rispetto alla configurazione più stabile dell’idrogeno.

Ops!

La prospettiva di un uso improprio di armi nucleari e di una escalation bellica non vanno sottovalutate, ma in fondo abbiamo tutto sotto controllo… o no? Al di là delle preoccupazioni destate dalle tensioni geopolitiche internazionali, alcuni ordigni nucleari sono stati smarriti o deliberatamente liberati nel corso di esercitazioni militari o incidenti aerei, e mentre non si sono registrate esplosioni nucleari collegate a questi eventi, alcuni di essi non sono mai stati ritrovati. Ufficialmente i soli Stati Uniti si sono persi otto bombe nucleari mai recuperate tra gli anni Cinquanta e Sessanta.

È poi di questo agosto la notizia secondo cui la Russia starebbe organizzando una spedizione per recuperare un missile nucleare, di portata virtualmente illimitata, di cui si erano perse le tracce durante un’esercitazione non andata a buon fine lo scorso anno. Secondo le dichiarazioni di Putin, trattandosi solo di un test, il missile non conteneva una testata atomica, ma faceva comunque affidamento sul combustibile nucleare per la propulsione. Per il momento, sembra che non ci siano perdite radioattive; aspettiamo con fiducia.

 

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