Sul Piccolo Chimico e i piccoli chimici

Sono passati svariati anni da quando per la prima volta mi avvicinai al mondo della scienza. In special modo mi ricordo il Natale 2003, quando a sette anni mi regalarono il mio primo Piccolo Chimico. Fu veramente stancante dover attendere la mattina del venticinque per aprire i regali, ma una volta arrivato, finalmente, eccolo lì: una scatola enorme, pesante, fragile. L’aprii delicatamente, poiché avevo veramente paura di rompere qualcosa del preziosissimo giocattolo. Un gioco per chi me l’aveva regalato; un vero e proprio laboratorio per me. Iniziai a scartare le pipette, le provette, i becher e i primi reattivi. Ricordo che feci subito un esperimento, se può chiamarsi tale, sciogliendo del solfato di rame in acqua. Quel colore blu zaffiro mi illuminò gli occhi. Iniziai a giocare cautamente, meravigliandomi di volta in volta, di esperimento in esperimento. Lessi nelle istruzioni dei cristalli e come farne alcuni con questa bellissima sostanza blu. Provai e riprovai, ma niente. Perché non venivano quei bellissimi cristalli che vedevo in foto? Nelle istruzioni c’era scritto di utilizzare l’acqua calda del rubinetto, probabilmente non era abbastanza calda.

Più avanti negli anni (quando frequentavo le scuole medie) un amico di mio padre mi regalò il suo vecchio Piccolo Chimico degli anni Settanta che non utilizzava più. Le prime cose che mi saltarono agli occhi furono i becher in vetro e la presenza di un fornellino ad alcol. Il libro degli esperimenti era molto più completo e divertente ed erano presenti moltissime sostanze in più rispetto al mio più moderno! Vorrei riallacciarmi al discorso che Dario Bressanini aveva fatto tempo fa in qualche video condiviso su Instagram, dove illustrava il suo vecchio kit (1) di quando era giovane. Il problema di fondo è che il piccolo chimico moderno, volendo contenere sostanze apparentemente innocue, contiene poche esperienze veramente divertenti e istruttive. Tutte le sostanze sono pericolose se gestite in malo modo, anche il solfato di rame, ma aggiungere un fornellino ad alcol per riscaldare le sostanze, utilizzare un mini-distillatore, capire come funzioni la vetreria e utilizzare un dell’acido cloridrico diluito piuttosto che il citrato di sodio sarebbe anche più istruttivo. Adesso, per motivi legati ad una più restrittiva sicurezza dei prodotti e all’odierna (falsa) ossessione del “tutto sicuro in apparenza”, la vetreria perde il suo intrinseco significato e diventa di plastica; uno strumento per riscaldare è assente e qualche reazione acido-base didattica viene fatta con l’acido citrico reperibile in casa. Per carità, il tutto resta sempre educativo e appassionante (come lo è stato per me ai tempi), ma il problema di fondo è che si potrebbe benissimo far passare una chimica “più vera” e istruire maggiormente i figli all’attenzione verso le sostanze più pericolose, ai dispositivi di protezione e al riscaldamento della vetreria. Ed ecco quindi che il gioco del Piccolo Chimico non diventa solo un appassionante introduzione al mondo della chimica, ma anche alla sicurezza in generale, alla responsabilità. Non è che il genitore dirà al figlio: “No, non ti insegno a fare la pasta poiché dovresti accendere il fornello e l’acqua bollente può essere pericolosa!”. O ancora, se qualcuno mi obietta che: “Prima erano presenti esperimenti per creare sostanze esplosive, adesso no, ed è più sicuro”, posso rispondere che con i reagenti degli attuali kit le “sostanze esplosive” sono sempre realizzabili, anche se non riportate esplicitamente e che comunque c’è differenza tra una scintilla e una detonazione stile bomba carta. Non dico che si debba maneggiare anidride cromica, ma almeno prendere confidenza con gli strumenti e le sostanze del mestiere, supervisionati da un adulto che spieghi le norme di sicurezza di base.

Per concludere, a tal proposito, mi viene in mente la foto inviatami qualche tempo fa dalla mia ragazza, di sua nipote Stella (sette anni), alle prese con un piccolo chimico appena regalato per Natale. Vederla con gli occhialini di protezione in dotazione, alle prese con le classiche esperienze degli indicatori pH al tornasole mi ha fatto tornare alla mente quando per la prima volta giocai col mio, quando volevo a tutti i costi fare chimica ancor prima di iniziare le scuole medie. Quella faccia appassionata, però, ci dice che di qualunque cosa sia fatto quel benedetto kit, di plastica o di vetro, con meno o più sostanze, questi riesce comunque a trasmettere una passione e una magia negli occhi di chi ci “gioca” ineguagliabile. Non posso far altro che augurare, quindi, a lei e a tutti gli altri “piccoli chimici” in giro per l’Italia che si appassionino alla chimica e, più in generale, alla scienza, in modo tale da trasformare questa reazione fatta per gioco in un’altra che un giorno, chissà, potrà portare alla realizzazione di un farmaco innovativo.

Testo a cura di: Matteo Paolieri
Revisione: Stefano Bertacchi

(1) Immagine in copertina tratta dal Piccolo chimico di Bressanini: https://www.instagram.com/p/Bq2WJYOFhKp

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