Armi di distruzione di massa VII – La guerra radiologica

La distinzione tra guerra nucleare e guerra radiologica a volte non è netta. Da definizione, la guerra radiologica implica l’impiego di armi il cui scopo è quello di produrre contaminazione nucleare residua e persistente; questo non è l’obiettivo primario delle armi nucleari, che sono state impiegate e progettate in virtù della loro efficienza distruttiva e dei loro effetti su scala temporale immediata o molto breve, in particolare l’onda d’urto, l’onda di calore e il picco iniziale di radiazione nucleare.

Per questo motivo le bombe di Hiroshima e Nagasaki sono classificabili come armi nucleari anziché radiologiche, poiché le detonazioni in alta quota, effettuate per massimizzare l’impatto meccanico e termico della bomba, fecero sì che la maggior parte dei residui radioattivi a lungo tempo di decadimento si disperdesse per aria e per mare, e mentre si registrò un lieve aumento nell’incidenza di leucemia negli anni successivi all’esplosione nell’area attorno a Nagasaki, nei pressi di Hiroshima non si verificò nulla di simile. Ben presto, le due città mostravano livelli di radioattività del tutto confrontabili con quella naturale.

Tuttavia molte armi nucleari possono causare, volutamente o meno, un fallout radioattivo persistente in grado di contaminare un’area per tempi lunghissimi; in tal caso l’arma ricade in entrambe le categorie. Vi appartengono per esempio tutte le bombe termonucleari (che usano una combinazione di stadi di fissione e fusione nucleare) tra cui quella, citata nel precedente articolo di questa serie, responsabile dell’incidente di Castle Bravo.

Le armi radiologiche possono essere anche progettate per andare a colpire un bersaglio specifico. Un caso relativamente recente è l’assassinio del dissidente russo Aleksandr Litvinenko, avvelenato con alte dosi dell’isotopo radioattivo polonio-210, si pensa disciolto in una tazza di tè.

Guerra radiologica accidentale

In alcuni casi, l’effetto di avvelenamento di massa è stato inconsapevole; si pensi per esempio al caso delle radium girls, le ragazze che dipingevano i quadranti degli orologi luminosi al radio negli Anni Venti, intingendo il pennello tra le labbra per renderlo più sottile, e che verso il 1926 cominciarono a dare segni di avvelenamento da radiazioni e, purtroppo, a soccombervi.

Un quadrante luminoso degli anni ’50, che sfrutta il fenomeno della radioluminescenza di materiali radioattivi. Immagine di Arma95, licenza CC BY-SA 3.0, da Wikimedia Commons.

Negli stessi anni, sempre negli Stati Uniti, andavano molto di moda gadget, pozioni e unguenti contenenti rilevanti concentrazioni di sostanze radioattive, che si riteneva avessero un effetto benefico sulla salute; ma vari fattori, tra cui la morte atroce dell’industriale Eben Byers (grande consumatore di infusi al radio), posero fine a questo discutibile (ma florido) commercio. Infine, anche lo smaltimento improprio di materiali radioattivi può causare contaminazioni di massa. È il caso dell’incidente di Goiânia, in cui un apparecchio per radioterapia contenente una sorgente al cesio-137 venne abbandonato all’interno di un ospedale dismesso; a seguito del furto di questo apparecchio si verificarono nella città 25 casi di avvelenamento acuto da radiazione, di cui quattro morirono.

Volendoci limitare a congegni e strategie deliberatamente orientati alla diffusione massiva di sostanze radiologiche, non abbiamo in realtà – per il momento – alcun precedente storico ufficiale a cui rifarci. Il concetto di arma di distruzione di massa radiologica è stato sostanzialmente drammatizzato nel “Congegno Fine di Mondo” del Dottor Stranamore, nel racconto di Robert Heinlein Soluzione insoddisfacente e in altre opere di fiction cinematografica e letteraria; nella realtà, esistono alcuni rudimentali prototipi e modelli concettuali di questo tipo di armi, che ricadono perlopiù nelle due categorie delle bombe sporche e delle bombe salate.

Bombe sporche

Si tratta di apparecchi che combinano esplosivo tradizionale (come tritolo o nitroglicerina) con dei materiali radioattivi. Finora sono noti solo due episodi di utilizzo di bombe sporche, entrambi probabilmente legati allo stesso gruppo separatista ceceno, nessuno dei quali fu seguito da una reale detonazione. Nel primo caso fu annunciata ai media la presenza di una sorgente di cesio-137 (lo stesso isotopo dell’incidente di Goiânia, un sottoprodotto della fissione nucleare nei reattori), imballata con dell’esplosivo in un pacchetto alle porte del parco moscovita di Izmailovsky Park. Il secondo episodio si verificò in un’area suburbana capitale della Cecenia Grozny, dove un cassone di materiali radioattivi contenente anche una mina fu nascosto nei pressi di una linea ferroviaria.

Svariate analisi hanno mostrato che si tratterebbe di una tecnica molto inefficiente per diffondere materiali radioattivi, e che una bomba del genere causerebbe meno vittime della semplice onda d’urto di un esplosivo convenzionale opportunamente congegnato. La dispersione del materiale radioattivo da parte di una bomba sporca non si estenderebbe al di là di un gruppo di edifici. Lo scopo reale dell’utilizzo (o della minaccia di utilizzo) di una bomba sporca, congenialmente ai meccanismi tipici del terrorismo, è quello di sfruttare il panico creato dalla paura generalizzata del nucleare, nonché di contaminare delle aree e renderle inagibili, con conseguenti disagi e costose operazioni di bonifica. In assenza di precedenti, è difficile prevedere gli effetti di massa di un eventuale attentato con armi radiologiche sporche.

Bombe salate

Le bombe salate invece sono una categoria ipotetica di armi nucleari il cui scopo principale è di creare livelli di fallout radioattivo superiori a quelli dei dispositivi nucleari “standard”, capaci di rendere inaccessibili e inabitabili ampi territori per un lungo periodo di tempo. Il termine “salato” deriva dal rituale, originario dell’antico Medio Oriente e popolare in epoca medievale, di spargere sale sulle città conquistate e distrutte, per maledire simbolicamente qualunque futuro tentativo di ricostruzione. In questo caso il “sale” è costituito da uno strato di materiale contenente speciali isotopi radioattivi, disposto “a cuscinetto” intorno allo stadio di fusione di una bomba termonucleare. Questi isotopi catturano i neutroni prodotti dalla fusione, creando una specie radioattiva che, anziché aumentare la potenza dell’esplosione, massimizza la probabilità di dispersione nell’ambiente sotto forma di fallout e la conseguente contaminazione radioattiva di un’area molto ampia.

Le caratteristiche del fallout ottenibile da questo tipo di bomba sono variabili a seconda dell’elemento che si usa come cuscinetto. L’oro-197 si può usare per una contaminazione su tempi scala di qualche giorno, lo zinco-64 per una contaminazione a breve termine (alcuni mesi), il cobalto-59 per una contaminazione su tempi scala di anni. Ciascuno di questi isotopi, catturando un neutrone, si trasformerebbe nell’isotopo radioattivo con peso atomico successivo (quindi rispettivamente oro-198, zinco-65 e cobalto-60) che verrebbe disperso nell’ambiente.

In particolare, il concetto della bomba al cobalto fu sviluppato da Leó Szilárd, il fisico di origine austro-ungarica che sviluppò il primo reattore nucleare insieme a Enrico Fermi e contribuì alla costituzione del Progetto Manhattan. Szilárd espresse preoccupazione sullo sviluppo delle armi nucleari, e ideò le bombe al cobalto come avvertimento ed esempio di dispositivo atomico che, in linea di principio, avrebbe potuto estinguere la vita umana sulla Terra.

Leó Szilárd insieme ad Albert Einstein.

Il cobalto-60 è l’isotopo ideale per questo congegno, in quanto la sua vita (circa 5 anni e 4 mesi) rappresenta il giusto compromesso. Se decadesse in tempi più brevi, non sarebbe possibile disperderlo globalmente prima che decada, o comunque la popolazione potrebbe aspettarne il decadimento totale nei rifugi antiatomici per un tempo ragionevole; se avesse un tempo scala di decadimento più lungo più lungo non produrrebbe livelli di radioattività abbastanza intensi da essere letali. Si calcola che, dopo 5 anni, i livelli di radiazione attribuibili a una bomba al cobalto sarebbero 150 volte più intensi rispetto a quelli causati da una bomba atomica “tradizionale”.

Lo zinco (che ha una vita media di 244 giorni) è preferibile se si vogliono ottenere radiazioni più intense nella fase iniziale, ma ha lo svantaggio che, al contrario del cobalto e dell’oro, solo metà della massa del cuscinetto verrebbe convertita nella specie radioattiva. Le sue applicazioni militari sarebbero limitate alla contaminazione di aree più circoscritte, che magari si ha meno interesse a rendere inabitabili per un lungo periodo. Un’altra specie adatta a questo scopo è il tantalio-181, che viene convertito quasi interamente nell’isotopo radioattivo tantalio-182 e ha una vita media di 115 giorni.

Finora, non ci sono stati test per armi di questo tipo, se si esclude un’esplosione nucleare avvenuta nel 1957 nell’ambito della controversia serie di test condotti dalla Gran Bretagna nel sito australiano di Maralinga; la bomba conteneva una piccola quantità di cobalto come tracciante radiochimico, ma non risultò alcun effetto di “salatura”, perché l’assorbimento di neutroni da parte del cobalto-59 risultò molto più basso del valore teorico previsto. Comunque l’area risultò contaminata dal fallout derivante da altre specie radioattive almeno fino al 2000, anno in cui fu messa in atto una lunga e costosa operazione di bonifica; alla fine, il governo australiano dovette riconoscere alle popolazioni native locali una compensazione di 13 milioni e mezzo di dollari.

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