Gambe.ro: un nuovo spazio dedicato agli informatici

Oggi esce dalla fase di beta testing Gambe.ro, una community di informatici in italiano. Ne abbiamo parlato con Simone Robutti, uno dei fondatori assieme a Illya Serdyuk, Giacomo Mariani, Giulio Muscarello, Davide Pizzolato, Andriy Klitsuk, Riccardo Graziosi e Stefano Falsaresi, nonché nostro collaboratore di qualche tempo fa.

Logo di Gambe.ro

LR: Partiamo dalla community, chi è l’utente medio di Gambero?

Simone: Chiunque crei tecnologia digitale. Gente che lo fa per lavoro, gente che lo fa per passione o per credo politico. Il sito è ancora agli inizi, abbiamo 500 utenti registrati, quindi è ancora presto per capire la nostra demografia ma il nostro obiettivo è raggiungere tutti gli attori coinvolti nella parte tecnica dello sviluppo tecnologico, programmatori in primis.

LR: Ci sono anche altre community di informatici in italiano, come mai avete pensato ci fosse bisogno di uno spazio come Gambero?

Simone: Non è solo un nostro pensiero ma una lamentela comune. Il problema degli spazi esistenti è principalmente la qualità del dibattito, che viene sommerso dal rumore generato da infinite richieste di aiuto tecnico, finendo per allontanare tutte le persone che hanno poco tempo per scremare i contenuti e intervenire esclusivamente su questioni per loro importanti.
Inoltre la maggior parte di queste community è apertamente ostile al dibattito sulla tecnologia che non sia esclusivamente tecnico, col risultato che questo non arriva a chi la tecnologia la crea e di conseguenza questi ne risultano esclusi. Non è un problema solo italiano ma di sicuro non aiuta la quasi totale assenza di spazi online non di nicchia per trattare questi temi che c’è in Italia.

LR: Pensi che questo passi anche al grande pubblico, dando una percezione errata dell’informatica?

Simone: Non è una percezione errata: gli informatici, come categoria, non sono consapevoli del loro ruolo nella società, non sono responsabilizzati e spesso non sono interessati a cambiare. Stiamo diventando i “cattivi” in questa storia e non ce ne accorgiamo. Tuttalpiù il grande pubblico finisce per ignorare il grande numero di persone che si impegna perché questa cosa cambi, o per cercare di aggiustare le storture che ne conseguono.

LR: Il fatto che gli informatici non affrontino certi temi tra di loro, ovviamente, fa in modo che non li affrontino anche in altre sedi. L’idea di gambero è di puntare anche alla divulgazione o limitarsi a creare uno spazio per il dibattito?

Simone: Esclusivamente dibattito: i contenuti, anche accessibili, non mancano. Spesso non sono scritti da tecnici e per tecnici, ma si scrive di questi temi fino allo sfinimento da tutte le parti. Manca la cultura per processarli, digerirli e trasformali in consapevolezza e azione. In Italia poi questo non è un problema solo dei tecnici ma anche di buona parte del mondo della cultura, che mantiene ancora un’ostilità preconcetta a tutto quello che è tecnologia e quindi non la tratta. Gambe.ro vuole essere un piccolo tassello in questo processo di cambiamento e ripensare gli spazi di discussione è a nostro parere il primo passo. Senza gli strumenti giusti non si può costruire nulla di buono, quindi con pragmatismo, e ascoltando un desiderio molto diffuso, abbiamo deciso di adattare in quest’ottica abbiamo imperniato il nostro community design e l’adattamento del software che utilizziamo.

Simone Robutti

LR: Quindi l’idea di fondo è quella di aprire uno spazio in Italia a un dibattito culturale già in corso in altre lingue?

Simone Sì e no. Di spazi in Italia per questo dibattito, seppur piccoli, già ci sono. L’idea è di portare questo dibattito agli informatici per poi portare gli informatici dentro il dibattito. Non penso la situazione sia particolarmente migliore all’estero in questo senso. I rari “informatici” che si vedono coinvolti per esempio nelle pubblicazioni di critica tecnologica, o nei processi politici che determinano le leggi in materia di tecnologia, sono spesso professori universitari o in alternativa, mosche bianche che passano dalla industry alla politica. I Quintarelli[1], giusto per fare un nome, non sono molti e sono l’eccezione, non la regola. E inoltre c’è una cesura netta tra chi è dentro quegli ambienti e tutta la massa che ne è fuori, sia in termini di scambio di informazioni, sia in termini di identità: il programmatore medio non considera Quintarelli, nel raro caso in cui sappia chi è, come un modello per una futura opzione di carriera, lo considera come qualcosa d’altro, alieno, distante. Vedono il mondo diviso tra chi batte sulla tastiera (o dice ad altri cosa battere sulla tastiera) e c’è chi sta a parlare in qualche sala congressi di robe complicate e noiose. Questa finta dicotomia va superata.

LR: Finora abbiamo parlato di un generico dibattito sulla tecnologia, ci sono temi che ritieni sia più importante (o urgente) trattare in questo momento storico?

Simone: C’è l’imbarazzo della scelta: mi mantengo spesso sul generico perché fondamentalmente ogni nuova tecnologia porta nuovi problemi che vanno riconosciuti e risolti. Tuttavia, personalmente, mi interesso principalmente di Machine Learning e “Big Data”, con tutte le conseguenze distruttive che stiamo vedendo: discriminazione sistemica, nuove forme di invasione della privacy, sorveglianza digitale da parte di governi e corporazioni, Non penso sia una tecnologia più terribile di quelle che fanno danni già da decenni, ma siccome di recente sta vivendo una fase di crescita rapida e pervasiva, è particolarmente importante capirne l’impatto e porvi limiti.
Altre persone nel team si interessano più di privacy e policies, altri ancora di sicurezza in senso più tradizionale.

LR: Ribaltando l’ultima domanda, ritieni ci siano argomenti la cui importanza è gonfiata nel dibattito e nella divulgazione col grande pubblico?

Potrei dirti lo stesso argomento. Sicuramente il dibattito su tutto quello che viene etichettato come AI è gonfiato. La maggior parte di ciò che arriva al grande pubblico è ciarlare di persone che non hanno la minima idea di come questi sistemi funzionino o del perché siano pericolosi. Esistono due narrative, incompatibili fra loro e una fa molto più presa dell’altra. Semplificando, è ingigantita la paura di ciò che la macchina può decidere senza la supervisione dell’uomo ed è minimizzata o trascurata l’accusa alle persone che, per profitto o interesse politico, decidono come si debba comportare il software ma nascondano queste scelte dietro fumose buzzword come “Big Data”, “AI” e “Deep Learning”. Fa molta più presa sul lettore parlare di “robot che ruberanno il lavoro”, “armi a puntamento automatico” o dilemmi etici su chi è responsabile se un robot meccanico per sbaglio uccide un operaio. Di chi sarà mai la colpa? Coi Boing 737 Max caduti nei mesi scorsi la colpa era chiara: gli ingegneri che avevano lavorato al software e alla sensoristica, si è visto dalle perizie, hanno fatto un lavoro pessimo e frettoloso e l’azienda è responsabile. I giornali stanno spingendo l’idea che l’algebra lineare dietro i sistemi di controllo di un aereo sia per qualche motivo diversa dall’algebra lineare di un braccio meccanico se ci metti sopra l’etichetta “AI” o “Robot”. A me questo sinceramente sembra tanto un parlarsi addosso, utilizzando categorie vuote.
Altri temi che trovo spesso sproporzionati rispetto al loro impatto reale:

  • tutto ciò che riguarda la Blockchain e le Criptovalute (perlomeno prima dell’annuncio di Libra[2], che è un discorso a sé)
  • il livello e la natura della tecno-sorveglianza in Cina, a cui vengono spesso attribuite capacità ancora ben lontane dalla realtà
  • l’impatto dell’automazione nel medio periodo

LR: E se qualcuno dei nostri lettori che si occupa di altro dovesse essere interessato a leggere o discutere di questi argomenti dove può andare?

In Italia è complicato. Ci sono tante piccole realtà che producono contenuti di qualità ma nascono e muoiono senza mai davvero raggiungere massa critica. Un po’ di nomi sparsi: Il Connettivo (con cui collaboro), Guerre di Rete (newsletter a cura di Carola Frediani), DataKnightmare di Walter Vannini e D Editore (e Daniele Gambetta).
Per l’estero, alcune delle mie pubblicazioni preferite: Logic Magazine, Notes from Below, Metareader e theregister.co.uk

Note:

[1]: Stefano Quintarelli, informatico e imprenditore, attivo in politica (deputato per Scelta Civica dal 2013 al 2018). Il centro della sua attività politica è la tecnologia (ha lavorato nell’Agenzia per l’Italia Digitale, allo SPID e alla liberalizzazione del Wi-Fi, oltre ad essere membro o referente di gruppi di lavoro sulla tecnologia per enti che vanno dalla Camera dei Deputati all’Organizzazione delle Nazioni Unite).

[2]: La criptovaluta di Facebook, lanciata settimana scorsa

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